Avevamo parlato dei tagli al tetto pubblicitario che il governo-Mediaset (nell’ambito di quel mai risolto conflitto d’interessi tutto italiano) aveva previsto per mortificare (di nuovo, dopo l’iva al 20%) Sky. Dopo qualche giorno di lavoro, l’esecutivo ha trovato il modo, senza meno più intelligente e morbido, di edulcorare la pillola: la riduzione ci sarà, ma sarà progressiva. Si partirà dal 18% all’ora, dunque, per arrivare lentamente al 12, soglia alla quale era già curiosamente fissato il tetto Mediaset Premium alla luce delle direttive europee. Naturalmente l’opposizione non si è dimostrata contenta nemmeno questa volta. Il capogruppo del Partito Democratico in commissione Telecomunicazioni alla Camera, Michele Meta, ha dichiarato:
“Alla fine hanno prevalso le ragioni dei falchi e non delle colombe. Chiediamo, a questo punto, al viceministro Romani di venire in Parlamento a riferire sulla decisione di avviare sin dal prossimo anno un riequilibrio dell’affollamento pubblicitario per le pay tv senza rivedere l’intero sistema, e senza considerare le conseguenze sul settore oggi penalizzato dal calo di offerta pubblicitaria”.
Analogamente Paolo Gentiloni, responsabile comunicazioni del Pd, definisce così il provvedimento:
“Un decreto Mediaset, che consente alle reti del premier di incrementare la loro quota pubblicitaria che già raggiunge il 64% della torta tv. Invece i canali sulla piattaforma Sky subiranno una riduzione di un terzo della pubblicità in tre anni”.
Il definitivo passaggio alla quota del 12% all’ora verrà raggiunto nel 2012.

Si chiude la lunga gestazione: Paolo Ruffini, direttore di RaiTre dal 2002, è stato sostituito da Antonio Di Bella, direttore del Tg3 fino al 12 ottobre 2009 quando è stato sostituito da Bianca Berlinguer. Il Cda ha votato sostanzialmente compatto la nomina di Di Bella proposta dal DG Mauro Masi, 8 voti sui 9 componenti totali, sancendo così la fine del lungo mandato di Paolo Ruffini. Il direttore Ruffini è stato comunque il più longevo insieme ad Angelo Guglielmi che restò in carica dal 1987 al 1994.
Di fatto la nomina di Di Bella è arrivata dopo mesi di tira e molla, l’ultima casella a rimanere in ballo nell’immenso organigramma della Rai salvo sorprese. Dopo diversi rinvii, compreso l’ultimo di qualche giorno fa, oggi doveva essere l’appuntamento giusto. Il nome dell’ex direttore del Tg3 circolava da mesi, ma tante erano le perplessità tenendo conto degli indubbi successi ottenuti da Ruffini. L’opposizione, nella fattispecie il PD che di fatto esercita la sua influenza sulla terza rete Rai, puntava alla riconferma e ora parla di “rimozione” e “siluramento” per l’ex direttore. Insomma, questo non pare essere assorbito politicamente come un semplice e naturale avvicendamento.
Queste le parole di Paolo Gentiloni, responsabile comunicazione del Partito Democratico:
La rimozione di Paolo Ruffini è una brutta pagina per il servizio pubblico. Il vertice RAI ha infatti dato esecuzione a un ordine esterno e così facendo ha mandato un messaggio chiaro all’azienda: qualità e ascolti valgono zero, il pluralismo autentico è una anomalia da combattere. Le qualità professionali e personali che Antonio Di Bella mettera’ al servizio di RAI3 sono fuori discussione, ma purtroppo questo non cancella la gravità dei modi e degli obiettivi con cui e’ stato rimosso Ruffini.
Continua a leggere: RaiTre: Di Bella nuovo direttore di rete
Questa sera una nuova puntata di Annozero. Clima caldo: tuttavia Michele Santoro e compagni si occuperanno del caso Ciancimino e dei rapporti mafia-politica, lasciando da parte - a meno che la riunione di redazione odierna non scombussoli imprevedibilmente tutti i piani (UPDATE: ed è esattamente così che è andata a finire, almeno a quanto sostengono i colleghi di polisblog) - il caso politico più scottante dell’ultim’ora. Giusto in merito alla trasmissione di approfondimento di RaiDue, il ministro per lo sviluppo economico Claudio Scajola incontrerà poco prima della diretta (ore 19.30) il presidente della Rai Paolo Garimberti e il direttore generale Mauro Masi. L’argomento del giorno sarà ancora la prima puntata di Annozero, oggetto di una vera e propria indagine da parte del Ministero. Proprio il ministro ha ribadito, rispondendo così alle critiche che gli venivano mosse, in merito alla legittimità del suo intervento politico:
“Secondo l’articolo 39 del contratto di servizio, il ministero per lo Sviluppo economico cura la corretta attuazione del contratto stesso con facoltà di disporre verifiche, ispezioni o richiedere in qualsiasi momento alla Rai informazioni, dati e documenti. Si tratta di un potere specifico e ben definito che costituisce espressione delle peculiari responsabilità che l’ordinamento attribuisce al governo. Le funzioni del ministero non confliggono con quelle della commissione di Vigilanza e dell’Autorità per le telecomunicazioni ma si coordinano con essere nel perseguire l’obiettivo comune di garantire il puntuale rispetto da parte della concessionaria degli obblighi connessi al servizio pubblico”.
L’opposizione, nella persona di Paolo Gentiloni, ex ministro delle Comunicazioni, è stata la seguente:
“Un intervento su un singolo programma televisivo non ha alcuna giustificazione nell’articolo 39 del contratto di servizio, in vigore da 15 anni e mai utilizzato da nessun ministro per giustificare interventi censori. In materia di pluralismo il governo è parte in causa e non è certo un arbitro imparziale”.
Ma la lista delle priorità della Rai prevede altri appuntamenti decisivi.
Il governo italiano esige una sola voce. Il governo italiano vuole fare “Internet senza Google”: una specie di snervante blocco monolitico in cui non è più - non è più - l’utente a scegliere dove andare, cosa vedere, come informarsi. Così il ministro dello Sviluppo Economico Scajola ha attaccato in maniera roboante, clamorosa e violentissima la prima puntata di Annozero, andata in onda ieri sera con un dipendente, Marco Travaglio, relegato a ruolo di “ospite”, perché privato del contratto professionale a causa di inghippi politici:
“E’ ora di finirla. Quella di ieri è l’ennesima puntata di una campagna mediatica basata sui pruriti, sulla spazzatura, sulla vergogna, sull’infamia, sulle porcherie. Convocherò i vertici della Rai per verificare se trasmissioni come Annozero rispettino l’impegno, assunto dalla Rai nel contratto di servizio, a garantire un’informazione completa e imparziale”.
Ecco tornare di moda il contratto di servizio, una specie di chimera retorica e strumentale tirata in ballo dai governanti solo quando fa loro comodo e dimenticata, invece, quando sono gli abbonati, commissioni di vigilanza e associazioni consumatori ad impugnarla per rivendicare diritti sacrosanti. Immediata la risposta - il balletto ormai è noto - del presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli:
“Parole come quelle di Scajola costituiscono un pericoloso precedente. Non corrispondendo ad alcuna regola o prassi istituzionale”.
Dall’opposizione arriva la protesta di Paolo Gentiloni, responsabile comunicazione del Pd:
“Scajola fa una censura governativa. Il compito di vigilare sul pluralismo è affidato alle Camere, non al governo”.
Vale la pena ricordare che la puntata di Annozero di ieri sera è stata seguita da mezza Italia, stabilendo un record storico per le reti Rai. La gente vuole essere liberata: il golpe dell’informazione non glielo consente.
Sono stati giorni di battaglie in Parlamento per questioni televisive, in particolare per questioni che riguardano l’ormai celeberrimo caso Rete4 vs Europa7, per il quale l’Italia è stata richiamata dall’Unione Europea. Il 31 gennaio del 2008, in particolare, l’Unione Europea si esprimeva con una sentenza perentoria che recitava:
Il regime italiano di assegnazione delle frequenze per l’attività di trasmissione radiotelevisiva è contrario al diritto comunitario.
Nei giorni scorsi, l’emendamento proposto dal governo che stampa italiana e opposizione hanno ribattezzato salva Rete4 è stato oggetto di forti discussioni e di un’opposizione ostruzionistica. In particolare nel suo comma 3, quello che di fatto consentiva a tutti i soggetti che ne hanno titolo - si legga: tutti coloro che occupano di fatto le frequenze televisive a disposizione - di proseguire le trasmissioni fino al 2012, anno dello switch off al digitale terrestre.
Continua a leggere: Frequenze Tv - Il governo riformula l'emendamento "Salva Rete4"
Più volte, da queste parti, si è sottolineata l’inutilità di una mera rilevazione statistica degli spettatori di un certo programma, più volte si è manifestato il nostro supporto a tutte quelle iniziative volte, in qualche modo, a stabilire anche la qualità di un programma, non solo la quantità dei contatti che attira.
Naturale, dunque, che l’annuncio di Qualitel ci trovi assolutamente ben disposti. Il progetti inizierà a partire da aprile. Alcune migliai di italiani verranno intervistati quotidianamente da un istituto specializzato e verranno invitati a esprimere un giudizio qualitativo in merito ai programmi RAI che hanno visto (in toto o parzialmente). Il punteggio - che verrà divulgato ogni giorno dopo le 12 - andrà da zero a cento.
Si tratta dell’ultimo atto dei lavori del ministro dimissionario Paolo Gentiloni: il documento che precisa le caratteristiche di Qualitel e che specifica che si comincerà dalla fascia più importante, quella dalle 20 alle 24 (access, prime time e seconda serata), poi si divulgheranno i giudizi delle altre fasce orarie, delle trasmissioni per minori, della RAI in generale. La cosa mi sembra utilissima e per quel che mi riguarda sono estremamente curioso di vedere all’opera il Qualitel. Sarei curioso di vederlo all’opera anche per quanto riguarda i programmi Mediaset. Ma per ora mi accontento.
Lo scorso anno di questi tempi vi raccontavamo del “grande balzo” del Canone Rai, il primo aumento dopo 3 anni, che portava “la tassa sul possesso degli apparecchi abilitati a ricevere trasmissioni radiotelevisive” da 99.6 a 104 euro in colpo solo. 4.4 euro di aumento, più di un 3% di crescita che era apparso sproporzionato, un cambiamento epocale.
Bene, toccherà iniziare a farci l’abitudine perchè anche per il prossimo anno è stato annunciato un nuovo aumento che porta il Canone Rai per il 2008 a quota 106 euro. Un altro 2% e altri 32 mln di euro che si trasferiscono dalla tasche degli italiani al bilanco Rai. Lo ha deciso il Ministro Gentiloni che ha firmato ieri un apposito decreto. La necessità di questo ulteriore appesantimento del balzello sarebbe da ricercare nel “recupero dell’inflazione, come previsto dall’art. 47 del Testo Unico sulla televisione“.
La nota del Ministero lascia quindi intendere un meccanismo che era sfuggito a molti, un legame diretto fra la quantificazione degli aumenti del Canone e l’inflazione su base annua calcolata dall’Istat. Gentiloni lo scorso anno aveva dichiarato di attendersi “che le risorse del canone venissero investite per assicurare al servizio pubblico quelle caratteristiche di pluralismo e qualita’ definite anche dal recente contratto di servizio“, in questa occasione sarebbe stato un segnale di trasparenza spiegare agli italiani se riteneva disattesa o meno la sua aspettativa. Troppo grazia, evidentemente.
Nonostante la decisione di assegnarli una laurea honoris causa sia di qualche mese fa, il conferimento vero e proprio è avvenuto stamattina all’Università Iulm di Milano: ora Mike Bongiorno e’ “Dottore” in Televisione, Cinema e Produzione multimediale. Al suo arrivo nell’Aula Magna dell’ateneo, il decano dei presentatori indossava la toga da cerimonia ed era visibilmente emozionato.
Alla cerimonia era presente il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni, che ha parlato di Mike Bongiorno come di una figura unica della nostra Televisione:
Quello di oggi e’ un riconoscimento alla Tv generalista, a proposito della quale si parla spesso di crisi. Mike Bongiorno ci ha abituato a sfide continue, rappresenta la storia della Tv e quest’anno e’ tornato a fare importantissimi programmi in Rai: essendo parte della storia televisiva, non puo’ che avere un ruolo importante nella Televisione pubblica
Tanti complimenti a Mike per essersi portato a casa l’unico “trofeo” che gli mancava, seppure l’iniziativa della consegna di una laurea honoris causa fosse partita proprio dal presentatore, che aveva visto tante lauree consegnate a personaggi meno “meritevoli”.

Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la storia della televisione in Italia, conosce molto bene il caso Europa 7 (per chi avesse dubbi in merito, una spiegazione esaustiva la si trova sulla voce apposita di wikipedia). Ora, il Ministro Paolo Gentiloni fa sapere, come abbiamo scritto, che presto arriverà la sentenza della Corte di giustizia Ue indirizzata al Consiglio di Stato sul ricorso di Europa 7 (sentenza che conterrà anche le disposizioni relative al mancato passaggio al digitale, come da ddl 1825. Un disegno di legge mai approvato). L’Italia rischia pesanti sanzioni per l’una e per l’altra cosa.
Ma cerchiamo di spiegare al meglio la questione Europa 7, stralciando dal sito ufficiale.
Nel luglio 1999, Francesco Di Stefano, dopo aver messo da parte i capitali derivati dalla precedente attività di syndication (12 miliardi di lire), decide di partecipare ad una gara pubblica per l’ assegnazione delle frequenze televisive nazionali, prevista dalla Legge 31 luglio 1997, n. 249. Di 17 emittenti nazionali teoriche, viene deciso che 6 sono assegnate all’emittenza locale, per cui rimangono 11 frequenze da assegnare per la trasmissione analogica su scala nazionale, 3 per la RAI e 8 per i privati. Oltre a questo rimangono libere alcune parti dello spettro usabili per la trasmissione, ma con una minore copertura del territorio, che verranno dedicate sempre alle emittenti locali .
Con Decreto Ministeriale del del 28 luglio 1999 si dichiarano le vincitrici delle concessioni: delle 11 frequenze disponibili (3 assegnate alla la RAI e 8 per i gruppi privati) Di Stefano aveva partecipato per ottenere due concessioni, Europa 7 e 7 plus, e in un primo tempo riesce a vincere una concessione per Europa 7 (settima in classifica), al posto di Rete 4 (che sta trasmettendo dall’aprile 1998 grazie alle proroghe per il passaggio al digitale previste dall’art 3 comma 6 e 7 della legge 31 luglio 1997, n. 249), la quale perde così il diritto di trasmettere. La commissione ministeriale della gara nega la richiesta per 7 plus, ma Francesco di Stefano fa ricorso al Consiglio di Stato, il quale ordina al ministero di dare anche una seconda concessione.
Paolo Gentiloni, Ministro per le Comunicazioni, lancia messaggi che hanno il chiaro intento di riportare il suo DDL nel calendario dei lavori parlamentari dopo l’esclusione annunciata ad inizio mese.
Per la fine di quest’anno o l’inizio del prossimo arriverà la sentenza della Corte di giustizia Ue sul ricorso di Europa 7 e sarà indirizzata al Consiglio di Stato
Il senso delle sue dichiarazioni è chiaro: se non ci muoviamo rischiamo di trovarci il “problema” risolto della Corte di Giustizia Europea, con tutte le spiacevoli conseguenze in termini di perdita di credibilità (ne avremo ancora una?) e della salatissima multa che l’UE può comminare ai paesi inadempienti alle sue direttive. Per fare spazio ad Europa 7, legittima vincitrice dalla Concessione Governativa per trasmettere in analogico dal lontano 1999, Rete 4 dovrebbe finire sul Satellite o sul DTT, ma a distanza di 10 anni (il bando di gara risale addirittura a due anni prima) e dopo 2 sentenze della Corte Costituzionale la situazione non si è ancora sbloccata.
Lo spiraglio offerto finalmente dalla Legge Gentiloni si è però richiuso all’annuncio del calendario dei lavori parlamentari fino alla fine dell’anno, calendario che non prevede il famigerato “DDL 1825“.
Gentiloni ribadisce:
Probabilmente, se la linea seguita dalla Corte sarà quella proposta dall’accusa la Corte si troverebbe nuovamente nella situazione di dover deliberare. Mi auguro che noi, per via legislativa riusciremo a dare una soluzione al problema. Nel ddl 1825 infatti viene stabilita tra i diritti esistenti nell’assegnazione delle frequenze che si liberano nello spostamento dall’analogico al digitale delle reti eccedenti, una sorta di gerarchia e che debbano andare a certi soggetti, tra i quali appunto Europa 7.
Fare leva sul buonsenso servirà a qualcosa? La situazione del governo e degli equilibri interni di una maggioranza sempre più sull’orlo del baratro sembrano suggerire che non sarà così.
Il processo è ormai avviato e non si torna indietro. Il Ministro Gentiloni ha confermato che dal giugno 2009 scatterà il divieto di vendita per i televisori privi di sintonizzatore Digitale Terrestre.
Il divieto risulta propedeutico alla data già fissata nel 2012 per lo switch-off definitivo (lo spegnimento totale del segnale analogico), una data sulla quale il Ministro non intende transigere. Nel documento attuativo della Finanziaria 2007 c’è già la disposizione che vieta ai produttori di immettere nella distribuzione dalla fine dell’anno prossimo apparecchi tv analogici.
I consumatori saranno lentamente abituati al passaggio con l’obbligo, che scatta a metà del 2008 quindi un anno prima della sospensione dalle vendite, di apporre sui televisori di vecchia generazione un bollino in evidenza che li identifichi come “Non abilitati al digitale“. Cambiato il colore del Governo l’operazione del DTT, criticata dalla sinistra ai tempi della Legge Gasparri, viene ora ritenuta (viva la coerenza) “inevitabile”.
Gli effetti positivi sul pluralismo dei media televisivi arriverà, anche se solo nel giro di qualche anno, e il Digitale smetterà di essere esclusivamente un mezzo per vendere in pay per view le partite di calcio. La transizione costerà comunque altri soldi ai contribuenti che, dopo aver pagato gli “incentivi” per i decoder di qualche anno fa, ora finanziano uno “sconto” sui televisori (almeno quelli inclusi in questa lista), sotto forma di detrazione Irpef nella dichiarazione dei redditi fino ad un massimo di 200 euro.
Nel 2009 ci si dovrà ovviamente occupare anche di risarcire in qualche modo i grossisti e i negozi che si troveranno con “fondi di magazzino” di televisori analogici la cui vendita risulterà vietata. Un fiume di denaro che, ci auguriamo, serva effettivamente a qualcosa.
La notizia non giunge esattamente come un fulmine a ciel sereno, ma rappresenta una grande sconfitta per il Governo Prodi e l’ennesima incredibile beffa per Europa 7, titolare di una licenza per la trasmissione analogica sull’etere dal 31 dicembre del 1999 al posto di Rete 4. La Legge Gentiloni sparisce dal calendario dei lavori del Parlamento almeno fino alle fine del 2007, poi si vedrà. Un’altra vittoria per Berlusconi e per la sua azienda, una sconfitta per la legalità e un danno economico per tutti gli italiani che dovranno presto iniziare pagare attraverso lo Stato la multa giornaliera prevista dalla condanna europea. La segnalazione ci giunge da un nostro affezionato lettore, Enzo Mauri, e volentieri ve la proponiamo qui:
Il decreto legge Gentiloni per il riassetto del sistema radiotelevisivo italiano non verra’ esaminato dall’Aula di Montecitorio a ottobre e neanche per il resto del 2007, uno slittamento che costera’ all’Italia una procedura d’infrazione da parte dell’UE e una multa salata, si parla di 300-400 mila euro, per ogni giorno di ritardo nell’approvazione del decreto stesso: insomma un mucchio di soldi. La vecchia ma non troppo legge Gasparri gia’ nel mirino dell’Unione Europea per la storia delle frequenze del digitale terrestre concesse a i soli operatori esistenti a scapito dei nuovi, continua ad essere in vigore e lo rimarra’ ancora per chissa’ quanto per la gioia di coloro che l’hanno varata e soprattutto per la soddisfazione di quelli che dalla normativa ne hanno ricavato indubbio beneficio.
Oggi per il nostro TvBlogger per l’estate pubblichiamo un interessante articolo che mette in parallelo il sistema televisivo italiano con quello spagnolo, contenuti simili, assetto completamente diverso.
Così vicini, così lontani.
di Ranma Saotome
Molto spesso, quando commento i dati di ascolto della giornata, mi capita di dare un’occhiata anche alla top 5 dei più seguiti programmi spagnoli. Lo faccio perché ritengo che, televisivamente parlando, Italia e Spagna siano insieme vicine e lontane. Vicine per tanti motivi.
Telecinco e Antena 3, le 2 maggiori tv private, sono controllate da italiani: la prima fu fondata da Berlusconi, ora è controllata al 50,1 da Mediaset, mentre la seconda dal 2003 ha come azionista di maggioranza relativa la casa editrice Planeta-DeAgostini (altri azionisti sono Telefónica e Bertelsmann).
Inoltre sempre più spesso Rai e Mediaset fanno shopping in Spagna per trovare buoni format, solitamente fiction. Ad esempio, in questa stagione abbiamo visto sulla Rai “Raccontami” (ispirato a “Cuéntame como pasò” di TVE, che l’anno scorso ha sempre battuto il Grande Fratello) e la quinta serie di “Un medico in famiglia” (prodotta da Globomedia e trasmessa da Telecinco dal 1995 al 1999). Prossimamente vedremo “7 vite” (di cui abbiamo parlato ampiamente), Hospital Central (di Videomedia, sempre trasmesso da Telecinco) e nuove puntate di Rex prodotte a 4 mani (SAT.1, ORF, RAI e Telecinco). Mediaset da parte sua ha trasmesso “I Cesaroni” (a gennaio la seconda stagione), “Paso Adelante” (autoproduzione di Antena 3), e ha annunciato “Qui non si può vivere” (di Globomedia), fiction ambientata in un condominio.
E anche in tv-spazzatura siamo molto vicini: noi abbiamo le pseudo-litigate e gli psico-drammi nei reality, in Spagna abbondano doppi sensi e linguaggi non proprio da educande, nel programma di Telecinco “Cronache marziane” si arriva addirittura agli striptease integrali (cosa impensabile in Italia).
Senza dimenticare l’affaire Endemol, che ha visto protagonisti i 2 Paesi.
Cosa ci allontana allora dalla Spagna? Il mercato tv.
Nella relazione annuale dell’Autorità Garante per le Comunicazioni al Parlamento, il Presidente Corrado Calabrò ha sparato a zero sulla nostra tv, definendola di qualità scadente, nonostante per una grossa fetta della nostra popolazione sia ancora la principale fonte di informazione (e di intrattenimento):
“…alla pervasività della televisione non corrisponde la sua qualità, ch’è andata sempre più scadendo, per il presupposto - falso se guardiamo al di là dell’effimero - che quanto più si abbassa il livello di una trasmissione tanto più sia allarga il target dei telespettatori”
E la colpa, secondo il Presidente dell’AgCom, è da imputarsi al ruolo fondamentale svolto dall’audience, unica “unità di misura” presa in considerazione dai pubblicitari (e non solo, ndr):
“e’ all’audience, e all’audience soltanto che guardano i pubblicitari.E i bambini se ne stanno per ore sul divano a guardare la televisione bevendo bibite e sgranocchiando merendine, patate, biscotti, bersagliati dalla pubblicita’ che ne stimola in modo accattivante il desiderio di mangiare”
Tutto da cambiare insomma, a partire dalla necessità di una riforma che renda la Rai indipendente dal potere politico. Ma non solo: sempre riguardo alla Rai il “consiglio” di Calabrò è quello di separare il servizio pubblico dalle attività commerciali, adeguandoci in tal senso alla normativa comunitaria.
Alle critiche verso la tv si aggiunge la considerazione del procedere a passo da lumaca del disegno di legge Gentiloni, oltre che del digitale terrestre. Una televisione che va a rilento, e che avrebbe forse bisogno di essere “ricostruita”.
Se la tecnologia è troppo avanti, Maurizio Costanzo non riesce proprio a starci al passo (o quantomeno, non come vorrebbe farci credere). La sua avveniristica Stella, ennesima trovata scaccia-noia dal sapore multimediale, ha di avveniristico soltanto la confezione. Perché far manovrare un esperimento innovativo a una vecchia guardia un po’ attempata, che si tronfia della propria missione pionieristica nell’intricato panorama satellitare, è come lasciare internet alla mercé di un nonno rintronato.
Piuttosto scettico sull’effettiva utilità della trasmissione si mostra persino il misurato Antonio Dipollina, nel suo consueto spazio opinionistico su Repubblica:
“Fermo restando che l’approccio compulsivo di Maurizio Costanzo alla presenza in video merita un trattato a parte (ma anche no), eccolo sbucare ora sul satellite. Costanzo si è espresso negli anni sulla paura del vuoto che lo prende ogni volta che abbandona seppur per pochi istanti la postazione… Costanzo glissa invece volentieri su quanto l’abbinamento tra il superare queste paure e la redditività del tutto sia, altroché, fondamentale. Spesso ha torto…”
Sul perchè di questa repentina conversione a Sky, Sky Vivo nello specifico ormai in multiproprietà con la coniuge Maria, sono state espresse diverse ipotesi, neanche troppo politically correct, dall’imminente scadenza del contratto con Mediaset (che non fa presagire un sicuro rinnovo) alle presunte raccomandazioni del ministro Gentiloni (fonte Dagospia) per la realizzazione del suo sfizio estivo, unico antidoto alla depressione da vacanza forzata. Il giornalista coi baffi ha bisogno di lavorare, di trastullare la sua fantasia creativa in tv come in radio, senza fare eccezione ad alcun mezzo di comunicazione di massa, soprattutto i più avanguardistici. E’ così che adesso guarda il mondo da un oblò, valendosi dell’ennesimo plotone di redattori sottomessi e di ospiti compiacenti, con un’unica prerogativa: quella di supplicare il pubblico a guardarlo.
Ora ci sono anche le web-cam, che sfruttano il vox populi in tempo reale con risultati poco esaltanti (quattro famiglie di diversa estrazione si collegano con lo studio tra disturbi di audio e insopprimibili cliché sull’acqua che bolle).
Se la prima puntata si è rivelata disastrosa, una vera e propria prova di sopravvivenza per qualsiasi fedele telespettatore, la seconda è stata rivitalizzata da una presenza decisamente più pimpante e anti-soporifera: Enrico Papi.
Continua a leggere: Largo ai giovani: la vera Stella è Enrico Papi