Una settimana travagliata, quella appena trascorsa da Flavio Insinna (che il nostro Share ha intervistato di recente). Il mattatore dei pacchi di Raiuno si è destreggiato tra polemiche e repliche, provenienti immancabilmente da Striscia la Notizia ma anche dallo stesso Fiorello in radio. A far scoppiare la miccia sono state alcune dichiarazioni rilasciate da Pasquale Romano, autore di Affari Tuoi, che ha attribuito il calo di ascolti del quiz al destabilizzante intermezzo di Viva Radio 2… minuti. Così Insinna ha sottolineato all’Adnkronos di non ritenersi un intrattenitore tra un fustino e l’altro, appendendo definitivamente al chiodo l’onere dell’access prime time.
E’ ufficiale: a giugno lascerà il gioco a premi di Raiuno per dedicarsi, nuovamente a tempo pieno, al mestiere di attore. Già da stasera torneremo a vederlo nelle sue vesti originarie, ma senza rinunciare al suo lato “comico”. La prima rete di stato propone, infatti, Ho sposato uno sbirro, commedia poliziesca in ben dodici puntate (la seconda verrà trasmesse martedì a causa dello speciale elettorale di domani).
Con un occhio al tenente Colombo, Flavio Insinna riveste i panni del piedipiatti Diego Santamaria, diviso tra tante primedonne: Luisa Corna, per la prima volta in una fiction nei panni dell’ex fidanzata Pm, Barbara Bouchet, nelle vesti di suocera snob del commissario, e Christiane Filangieri, l’ispettore con cui è appena convolato a nozze.
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Appena presentato uno scorcio al Mip di Cannes -potete vederlo dopo il salto-, la mini serie su Coco Chanel si candida già come una delle fiction evento del prossimo autunno. Coproduzione italiana –Rai e Lux Vide-, francese –Pampa e Fr2- ed americana –Alchemy e Lifetime-, il film tv ha già incoronato la sua protagonista, un’entusiasta Shirley Maclaine, premio Oscar per “Voglia di tenerezza”.
Nello stile inconfondibile delle celebre stilista scomparsa nel 1971 -sigaretta a portata di mano, eyeliner scuro, le immancabili collane e cappellini-, l’attrice si è trovata decisamente a suo agio durante le riprese, ricordando come anni fa Audrey Hepburn ebbe già notato la sua predisposizione per interpretare questo rivoluzionario personaggio, come lei stessa afferma:
“Coco è un personaggio che ho amato molto, era un genio della creatività applicato a determinazione e rigore. Vestì le donne facendole sentire più libere e a loro agio, ma al contempo eleganti. Osò i pantaloni, tutte noi le dobbiamo qualcosa”.
Continua a leggere: Shirley MacLaine sarà Coco Chanel, in onda su Raiuno in autunno
Il tasto dolente del razzismo continua a minacciare la buona fede della programmazione televisiva. Nel caso di Denny Mendez, discussa Miss Italia di colore, si rivelò in passato un alibi per giustificare le sue pecche professionali, dopo il cocente flop della sua fiction da protagonista Chiaroscuro (e dire che al suo fianco c’era persino Nino Manfredi):
“La Tv è molto più indietro della società. In altri Paesi, come gli Stati Uniti, è normale che in un telefilm siano presenti tutti i colori di pelle. Da noi, no. Le storie d’amore ci sono solo per le bionde con gli occhi azzurri e i capelli lisci: mai una ragazza abbronzatina o una cinese. Ed è solo questione di colore, appunto. E io, perchè devo fare sempre la colf, la pupa del boss, quella che non si integra o la prostituta?”.
A smentire la nomea di tv razzista affibbiata alla tv italiana, il grande successo di Fiona May nella scorsa stagione televisiva, che l’ha vista prima trionfare a Ballando con le Stelle e poi come attrice della fiction Butta la luna, di cui è stata confermata una seconda stagione. A suo tempo, sempre a tal proposito, la nostra Debora rilevò una condivisibile leggerezza di fondo, più che un indice di razzismo vero e proprio, nel rappresentare in tv tematiche multietniche, dando una visione stereotipata degli immigrati, quasi che “un nero valga l’altro”.
Veniamo a noi e al nuovo caso televisivo che scuote l’opinione pubblica per le forti ripercussioni sociali. L’attrice Shukri Said, trentacinquenne ex miss Somalia, che vive e lavora in Italia da 15 anni, ha deciso di fare causa alla Lux Vide e alla Rai per mobbing. Motivo? Il suo personaggio nella serie Don Matteo, terminata ieri sera su Raiuno, è sparito dopo le prima puntate:
Continua a leggere: Don Matteo è razzista? Un po' di cronaca "nera" della fiction tv
A trentacinque anni dall’indimenticato sceneggiato di Luigi Comencini, la Rai prosegue sul filone della tv romanzata. Dopo il grande kolossal Guerra e Pace (che, va detto, ha deluso le aspettative negli ascolti), la tv di stato ci riprova con un grande classico della letteratura per l’infanzia, ormai tramutatosi in una fiaba senza età. Trattasi di Pinocchio, che è tornato a vivere in carne e ossa sul set di Civita di Bagnoregio, in provincia di Viterbo. Il regista Alberto Sironi sta attualmente girando l’attesissima fiction, con protagonista un attore inglese che è già un piccolo portento:
“Non sbaglia una battuta, ha una mimica incredibile. Non potevamo scegliere meglio. Ai provini sono stati selezionati trecento bambini, ma Robbie Kay era perfetto. Ci corregge la pronuncia che è un piacere. E’ come avere un maestro che ha 11 anni”.
Ma la vera regina della scena è Luciana Littizzetto, che si dice orgogliosa di interpretare “il primo grillo parlante della storia con le tette”. Peraltro, la variante messa a punto dagli sceneggiatori, nello specifico Ivan Cotroneo e Carlo Mazzotta, prevede un ruolo di primo piano per il Grillo, che anzichè essere schiacciato da una martellata sopravvive fino alla fine in qualità di angelo custode di Pinocchio. Non sarà il solito consigliere bacchettone, ma avrà un’anima ruspante e stralunata, decisamente più nelle corde della nota comica:
“D’altronde quel grillo che sa tutto era abbastanza insopportabile. Nella nostra fiction dice a Pinocchio di stare attento, ma tutti i consigli su come si comporta un bravo bambino li dà la fatina (interpretata da Violante Placido ndr). Collodi raccontava una storia terrificante, diciamolo, al povero Pinocchio ne succedono più che a Brooke di Beautiful”.
Continua a leggere: La fiaba di Pinocchio formato fiction (con la Littizzetto)
Lo sceneggiato, questo sconosciuto dei palinsesti di nuova generazione, ritorna a grande richiesta in tv. Con una grande fiction internazionale sull’ammiraglia Rai. Quest’oggi si respira un’aria da grande evento, sancita dal fiducioso entusiasmo di Ettore Bernabei sulla rinascita della televisione generalista in chiave culturale:
“Un’opera che probabilmente rimarrà nella storia della televisione di questo terzo millennio”.
In un’intervista rilasciata a Vanity Fair qualche mese fa, e da noi opportunamente commentata, lo storico ex dirittore generale di Viale Mazzini nonché patron della casa di produzione Lux Vide, chiariva le ragioni per cui questo revival gli sta particolarmente a cuore:
“Io non sono tipo da rimpianti. Però, fare un Guerra e Pace è un desiderio che covavo da tempo. Anche perché, quando stavo alla Rai, ne facemmo uno, molto brutto: ho voluto rimediare, per non far torto alla grandezza di Tolstoj”.
Questa volta non si è badato a spese e si è puntato in alto, con una coproduzione televisiva, la più grande degli ultimi anni, che vede coinvolti ben sei Paesi europei (Italia, Germania, Austria, Francia, Russia e Polonia).
In questi giorni abbiamo assistito a un countdown promozionale senza pari, a quanto pare con una piccola sbavatura, visto che l’anteprima mondiale a cui si fa cenno è prontamente smentita dall’anticipata messa in onda in Belgio della prima puntata (la Rai lo batterà sul tempo per la seconda).
Guerra e Pace porta sul piccolo schermo, in un film in quattro parti, il capolavoro di Lev Tolstoj, su Raiuno nelle serate di domenica e lunedì, il 21 e il 22, il 28 e il 29 ottobre.
Un affresco della Russia di inizio Ottocento, nel momento cruciale dell’invasione Napoleonica che segnò il destino dell’intera Europa. Un kolossal tv come ne se ne vedevano da anni: le riprese, durate cinque mesi, sono iniziate il 7 agosto 2006 in Lituania, per poi proseguire a San Pietroburgo.
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Se nella storia della Rai volessimo rinvenire un Catone il Censore, dovremmo senza dubbio fare il nome di Ettore Bernabei. Con il suo fare notoriamente austero e intransigente, ha diretto la tv di stato dal 1961 al 1974, mentre oggi è presidente onorario della casa di produzione Lux Vide. E a quanto pare il suo rigorismo etico colpisce ancora, in un presente televisivo difficile che ne ha sempre più bisogno. In un’intervista appena rilasciata a Vanity Fair, infatti, ne dice davvero di tutti i colori:
“Vallettopoli a quei tempi non avrebbe potuto esserci, perché, allora, c’erano le gemelle Kessler. E dunque le donne in tivù erano professioniste della rivista, cantanti o attrici di talento, non ragazzette improvvisate. Noi cercammo le migliori ballerine d’Europa. Erano eleganti, raffinate, femminili. Facevano sognare senza svelare. La calzamaglia era strategica. Grazia a essa, l’italiano medio dimenticava la cellulite, ma gli restava il dubbio su come fossero davvero le gambe della Kessler. Quindi, poi, tornava sereno dalla moglie cellulitica. La famiglia era salva”.
Ettore Bernabei è una colonna istituzionale della televisione italiana. Quante volte avrete sentito pronunciare l’espressione ‘la-Rai-di-Bernabei’, a indicare tempi di oscurantismo bacchettone ma al tempo stesso un filo di nostalgia per un’era di tivù perbene e pedagogica. Allora, andavano in onda gli show di qualità con Mina e Walter Chiari, gli sceneggiati in cui recitava Arnoldo Foà e altre meraviglie triturate dal moderno che avanza, dall’avvento della tivù dei ragazzi alla prosa in prima serata. Di questi tempi, invece, Bernabei si sente di coniare una definizione davvero lapidaria sullo stato comatoso del piccolo schermo.