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Digitale Terrestre: il pluralismo e "le nuove voci" (che non ci sono)

pubblicato da Gabriele Capasso

Ora che Mediaset Premium è diventata una “forte” pay-tv, a molti anni dalla famosa Legge Gasparri che introdusse a tappe forzate il passaggio dalla analogico al DTT, qualcosa di evidente salta all’occhio se in casa si ha la fortuna di possedere un decoder o un televisore di ultima generazione con il sintonizzatore digitale: dove sono i nuovi “editori” della tv italiana?

Probabilmente molti lo ricorderanno, ma facciamo un breve riassunto della situazione. Perchè l’allora ministro per le comunicazioni Gasparri sentì il bisogno di “spingere” la nuova tecnologia? Semplice, c’era da affrontare e ridurre gli effetti deleteri sul pluralismo e sull’offerta televisiva causati dalla Legge Mammì. Due operatori monopolisti, uno pubblico e uno privato con tre reti ciascuno, La 7 nel suo confortevole angolino ed ecco esaurirsi le famigerate “frequenze nazionali” che consentono ad un network di proporsi in tutte le case degli italiani.

Il caso Rete 4 si faceva sempre più “scottante” con la piccola Europa 7, vincitrice delle frequenze occupate abusivamente dalla rete Mediaset, a reclamare il rispetto di un diritto sancito anche da una sentenza della Corte Costituzionale. La soluzione individuata dall’allora Governo Berlusconi era triviale, ma sulla carte efficace: se con l’analogico c’è un problema di “spazio” passiamo al Digitale Terrestre così ci sarà la possibilità per tutti gli editori di creare la propria tv.

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