Non si sa se sono ansie da fine del mondo e da calendario Maya, fatto sta che Andrea Ambrogetti, presidente dell’associazione Dgtvi ha ufficialmente richiesto al governo di anticipare il passaggio globale alla tv digitale terrestre (switch off) di un anno, cioè al 2011:
“Alla fine di quest’anno quasi il 70% della popolazione italiana avrà definitivamente abbandonato l’analogico e il digitale terrestre avrà raggiunto una penetrazione vicina all’85%. Riteniamo non vi sia alcun motivo plausibile per aspettare altri due anni ancora per concludere questo passaggio. Anche perché a questo punto troppi sarebbero i disagi che soffrirebbero le emittenti e gli utenti stessi nel prolungarsi di una situazione ibrida. Chiedo allora formalmente al Vice Ministro Paolo Romani di rivedere da subito il calendario del 2011 in modo che tutte le Regioni rimanenti siano calendarizzate nel prossimo anno e che quindi la transizione possa concludersi in modo anticipato entro il 2011″.
Ambrogetti ha parlato nell’ambito della quinta conferenza nazionale sul digitale terrestre. Secondo il presidente l’Italia farebbe bene a seguire l’esempio di altre “colleghe” europee, come Spagna e Francia che completeranno il “cammino” entro il prossimo anno, appunto:
“Sarebbe un segnale di grande importanza per le imprese, le istituzioni e gli utenti se proprio da questa Conferenza uscisse l’annuncio di un termine anticipato per la conclusione dello switch off nazionale al 2011″.
Per come era stato previsto, il calendario dello switch off, istituito dal Ministero dello Sviluppo Economico, avrebbe previsto lo “spegnimento” di Marche, Abruzzo, Molise, Basilicata e Puglia nel 2011, e di Toscana, Umbria, Sicilia e Calabria nel 2012.

Il 24 Febbraio 2010 un gruppo di operai Vinyls (ex Enichem, Porto Torres), in cassintegrazione da 4 mesi, è sbarcato sull’isola dell’Asinara, prendendo possesso delle sale dell’antico carcere. L’isola dei Cassintegrati è un reality “reale”, dove nessuno è famoso, ma tutti sono senza lavoro. Trincerati in un’isola simbolo della più grande Sardegna ormai in crisi profonda, alloggiati in celle non peggiori delle sbarre che governo, regione ed Eni hanno messo loro davanti. Nessuno yacht, billionaire e soubrette su quest’isola, solo la cruda verità di una politica che non dà risposte, e di una società a controllo statale – ENI – che persegue i propri scopi aziendali passando sulle vite di centinaia di famiglie. E, non ultimi, un gruppo di operai coraggiosi che lotta per i propri diritti.
Quanto avete appena letto è il “disclaimer” di un gruppo di Facebook che in pochissimo tempo ha raggiunto circa 20mila iscritti. E’ la provocazione partita da Andrea Azzu, sardo, figlio di uno di tali cassintegrati: Andrea sa come funzionano le cose, sa come va il mondo. Pensa al social network più famoso che ci sia e pensa al reality show più di moda, cioè l’Isola dei naufraghi di Simona Ventura e parte con l’avventura. Funziona. La notizia fa il giro e approda ai media nazionali. Il quotidiano la Repubblica, ad esempio, riporta la storia di Pietro Marongiu, lavoratore del petrolchimico di Porto Torres che dice:
“Siamo entusiasti di tutta questa gente che ci manda messaggi via internet. Peccato che abbiamo soltanto una chiavetta per collegarci e non ci riusciamo sempre, ma mia figlia mi ha mandato un sms proprio poco fa: abbiamo passato quota 9000! Questa è una risposta anche a quegli ectoplasmi dei sindacati nazionali, nessuno si è fatto sentire”.
Un gruppo di dipendenti in esilio. Il meccanismo del reality televisivo come mezzo: l’idea si è dimostrata vincente. Un nuovo adagio recita ultimamente nelle città: “Ci volete sotto i ponti, ci ritroverete sopra i tetti”. Oppure all’Isola dei Cassintegrati, viene da aggiungere adesso, considerando il successo assoluto di tale iniziativa: la bacheca del gruppo è diventata una piazza di movimentazione sociale e politica. Vengono sollevati temi, viene data solidarietà. C’è chi offre aiuta e chi s’offre di promuovere con tutti i mezzi possibili la cosa.
… E così il signor Marco Beltrandi, deputato Radicale eletto nelle liste del Pd e geniale relatore del regolamento-bavaglio approvato dalla Commissione di Vigilanza Rai, ha espresso la sua volontà di querelare Michele Santoro. Lo ha fatto, per la precisione, questa mattina ai microfoni di Radio Radicale, in riferimento alle dichiarazioni del conduttore di Annozero. Un altro fendente inferto al fianco della libertà d’informazione italiana, tra il beneplacito del governo e i il disinteresse di una larga fetta d’elettorato.
“Con ogni probabilità querelerò Michele Santoro. Ieri ha parlato di abuso di potere, illegalità e violazione della Costituzione. Lo chiameremo in giudizio a dimostrare dove sarebbero state violate leggi, costituzioni e addirittura compiuto un reato come l’abuso di potere, dovrà spiegarcelo in tribunale”.
Queste le parole di Beltrandi. Queste il massimo grado d’indignazione raggiunto oggi dalla politica mentre intercettazioni telefoniche hanno rivelato come i responsabili della Protezione Civile ridessero di fronte alla sciagura del terremoto aquilano. Ma, si sa, in questo Paese conta più quello che accade dentro un tubo catodico: la realtà, quella che c’è fuori, è del tutto accessoria. Beltrandi si dice “orgogliosissimo” del regolamento approvato e asserisce che le trasmissioni potranno regolarmente andare in onda. Sempre che non parlino di politica, certo. Una trasmissione di approfondimento politico che non parla di politica, in effetti, è un tantino paradossale come valutazione.

Natale porta Maurizio Belpietro. La notizia diventa ufficiale e acquista i contorni dei dettagli. L’attuale direttore di Libero sarà il paladino dell’informazione di destra della Rai: in una parola la risposta a Michele Santoro che con Annozero, secondo il parere dei fini cervelloni di questo Paese, sarebbe eccessivamente orientato a sinistra. La rete sarà la medesima, ovviamente, cioè RaiDue, il giorno della messa in onda verrà fissato nei prossimi giorni ma dovrebbe essere il lunedì o il mercoledì. Data di partenza: la seconda settimana di gennaio. Certo sarà un’impresa per Belpietro arginare il successo plebiscitario di Annozero, la trasmissione di sinistra più seguita nel Paese più a destra d’Europa (almeno secondo i sondaggi di Arcore). Lo stesso conduttore-giornalista si affretta a definire i contorni dell’operazione:
“Io e Michele abbiamo idee lontane anni luce. Ma è un fior di professionista, lo rispetto, ha talento e fa televisione da 20 anni. Io voglio partire con i miei tempi, rodarmi, avere il tempo di fare anche ascolti non mirabolanti”.
Niente male: il governo decide, citando il Premier, che il servizio pubblico offre un servizio “falso e fazioso” e piazza un suo uomo in prime time. Miracoli luminescenti di Natale: la Stella Cometa del regime splende alta nei cieli. Lui, l’eletto della destra, nega il compenso filtrato tra le righe, quel milione di euro che avrà fatto rizzare i capelli anche a Bruno Vespa:
“Ho fatto presente l’assegno che prendo a Mediaset. E’ meno, molto meno della metà di un milione. Non vorrei perderci, tutto qui”.
“Perderci”, conducendo una trasmissione sulla tv di Stato e rimanendo direttore di un quotidiano nazionale, risulta davvero difficile da credere. In ogni caso in bocca al lupo a Belpietro per la nuova avventura “pluralista” della Rai.
Avevamo parlato dei tagli al tetto pubblicitario che il governo-Mediaset (nell’ambito di quel mai risolto conflitto d’interessi tutto italiano) aveva previsto per mortificare (di nuovo, dopo l’iva al 20%) Sky. Dopo qualche giorno di lavoro, l’esecutivo ha trovato il modo, senza meno più intelligente e morbido, di edulcorare la pillola: la riduzione ci sarà, ma sarà progressiva. Si partirà dal 18% all’ora, dunque, per arrivare lentamente al 12, soglia alla quale era già curiosamente fissato il tetto Mediaset Premium alla luce delle direttive europee. Naturalmente l’opposizione non si è dimostrata contenta nemmeno questa volta. Il capogruppo del Partito Democratico in commissione Telecomunicazioni alla Camera, Michele Meta, ha dichiarato:
“Alla fine hanno prevalso le ragioni dei falchi e non delle colombe. Chiediamo, a questo punto, al viceministro Romani di venire in Parlamento a riferire sulla decisione di avviare sin dal prossimo anno un riequilibrio dell’affollamento pubblicitario per le pay tv senza rivedere l’intero sistema, e senza considerare le conseguenze sul settore oggi penalizzato dal calo di offerta pubblicitaria”.
Analogamente Paolo Gentiloni, responsabile comunicazioni del Pd, definisce così il provvedimento:
“Un decreto Mediaset, che consente alle reti del premier di incrementare la loro quota pubblicitaria che già raggiunge il 64% della torta tv. Invece i canali sulla piattaforma Sky subiranno una riduzione di un terzo della pubblicità in tre anni”.
Il definitivo passaggio alla quota del 12% all’ora verrà raggiunto nel 2012.
Vista dall’esterno, Mediaset sembra una di quelle anziane signore un po’ scorbutiche sempre arrabbiate con il vicino di casa rumoroso. Così, dopo il famoso rialzo dell’Iva per al 20%, il Biscione, nelle persone dei suoi strateghi più politicamente fini, sta orchestrando un nuovo sistema per portare al silenzio il fastidiosissimo vicino di casa, cioè Rupert Murdoch, papà di Sky. Come? Ritoccando i tetti di raccolta pubblicitaria verso il basso. Tradotto: se fino a oggi Sky poteva piazzare spot per il 18% di ogni ora, da domani dovrà scendere al 12. Una botta niente male per le casse della tv satellitare. Come può Mediaset, una “semplice” azienda televisiva, fare questo? Facilissimo se il proprietario della stessa è, nell’ambito di uno dei più irrisolti e inconcepibili conflitti d’interesse della storia politica mondiale, anche il presidente del Consiglio. Il decreto legge è stato messo a punto dal viceministro Romani e approderà in Consiglio dei Ministri questo stesso giovedì, compatibilmente con le condizioni di salute di Silvio Berlusconi.
Questa norma, insieme ad altre, arriva in conseguenza di una precisa volontà dell’Unione Europa in merito alla direttiva “Tv senza Frontiere”. Mediaset non ha perso tempo, naturalmente, dimostrando al contempo grande solerzia nell’obbedire ai piani alti e colossale furbizia? Perché? Anche questo è semplice a spiegarsi: la raccolta pubblicitaria di Mediaset Premium non supera ancora il tetto del 12% e quindi non subirà alcuna contrazione. Viene perciò da pensare che se tale tetto di Mediaset non avesse superato, per dire, il 15%, o il 7, la nuova norma avrebbe avuto anch’essa un numero diverso. Insomma, le leggi sulla televisione in Italia, le fa Mediaset. Che è un po’ come se nel campionato di calcio italiano le leggi le facesse, per dire, la Juventus. Quando è successo qualcosa di simile, sappiamo tutti cos’è successo: processi. Condanne. Sanzioni. Nel calcio, fortuna loro, non esiste né immunità parlamentare né Lodo Alfano: giustizia vuole che qualcosa (qualcosa) stia cambiando anche nel Paese.
Tra le altre norme ne spicca un’altra che riguarda i permessi per la trasmissione via parabola. In sostanza da questo momento in avanti l’autorizzazione ai servizi audiovisivi o radiofonici via satellite è rilasciata dal Ministero, quindi dal Governo, e non più dall’Autorità per le Comunicazioni. Cosa significa? Che Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio e proprietario di Mediaset deciderà come, quando e CHI potrà entrare a competere con l’establishment televisivo attualmente in auge. La vicenda Cielo vi dice qualcosa?
Questo benedetto switch off non è destinato ad avere vita facile. Responsabilità da più parti, di certo in gioco rientra anche l’imperizia del fruitore medio. Ad ogni modo l’assessore alla Tutela dei consumatori e semplificazione amministrativa della Regione Lazio, Anna Salome Coppotelli, congiuntamente al vicepresidente Esterino Montino, ha inviato una lettera al ministro dell’Economia e delle finanze Giulio Tremonti e, per conoscenza, al viceministro allo Sviluppo economico - Dipartimento comunicazioni, Paolo Romani, per chiedere di esentare i cittadini del Lazio dal pagamento del canone Rai 2010.
Avevamo già parlato dei problemi riscontrati dagli abitanti medesimi in fase di switch off novembrino; adesso la svolta. Spiega Coppotelli in una nota ufficiale:
“Si tratta di un atto di responsabilita’ nei confronti dei consumatori. I cittadini del Lazio sono stati infatti penalizzati dal passaggio al digitale terrestre in varie maniere. Dallo switch over del 16 giugno non hanno piu’ potuto vedere RaiDue se non mettendo mano al portafogli per comprare un decoder o una tv di ultima generazione, pur avendo pagato regolarmente il canone 2009. Ancora oggi, ad una settimana dalla conclusione dello switch off, il segnale arriva con difficoltà e in molte zone non si vedono le tre reti principali della Rai. Senza parlare dei cittadini che hanno dovuto sostenere ulteriori spese per l’installazione del decoder e la manutenzione degli impianti di ricezione e di quelli, residenti in zone non raggiunte dal segnale, che sono stati costretti a comprare il decoder satellitare e la parabola. Per tutte queste ragioni ritengo quindi doveroso un intervento da parte del Governo per esentare, o quanto meno ridurre, il canone Rai 2010 per i cittadini del Lazio”.
La soap Agrodolce, il romanzo popolare griffato Rai, Rai Educational e Giovanni Minoli, è all’eutanasia. Da sempre al centro di polemiche e forsennate ricerche di fondi (finora i costi sono sempre stati suddivisi equamente tra la tv di Stato e la Regione Sicilia, dov’è ambientata la storia), i continui intoppi burocratici e produttivi hanno già mandato a spasso gli attori da gennaio e gli sceneggiatori da agosto. Un disastro umano, sociale e lavorativo in una terra già sufficientemente problematica da diversi punti di vista. La prima serie, localizzata nell’immaginaria cittadina di Lumera, ha potuto contare su 130 puntate per un costo totale di 24 milioni di euro. Numero di lavoratori impegnati: circa duemila, come rivelato quest’oggi da La Stampa. Per la seconda serie i costi produttivi previsti raddoppiano, sempre divisi più o meno alla pari tra la Rai e la Regione (dipartimento per i Beni Culturali). Fino allo stop del Dpef locale (Documento di Programmazione Economica Finanziaria). Ora la batosta finale: se entro un paio di settimane le “rotative” non riprenderanno il loro moto, la Rai stessa sarà costretta a cancellare Agrodolce dal palinsesto. Commenta il sindaco Burrafato:
“I soldi ci sono. I 25 milioni della Regione sono spendibili, le risorse impegnate. Ma bisogna fare presto e firmare l’Accordo”.
L’Accordo a cui fa riferimento Buffarato è l’Accordo di Programma Quadro. Riportiamo da Wikipedia per i non addetti al settore: “Gli APQ sono uno strumento di programmazione operativa che consentono di dare immediato avvio agli investimenti previsti in specifici settori di intervento. Sono sottoscritti da Regioni e Province autonome, dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, e dalle Amministrazioni centrali competenti a seconda della natura e del settore di intervento previsti”. Qualcosa, insomma, di concordato con il Governo in carica, soprattutto per quanto riguarda gli obiettivi da raggiungere, i finanziamenti e il monitoraggio dell’attuazione degli investimenti. In bocca al lupo ai lavoratori di Agrodolce.
Parliamo di un programma necessario. Report. Tante chiacchiere nelle ultime settimane: copertura legale, non copertura legale. E’ tempo di tornare a parlare di contenuti, di entrare nel merito di una delle trasmissioni giornalistiche di inchiesta più importanti della storia della televisione italiana. Domenica 11 ottobre alle 21.30 su RaiTre, Milena Gabanelli torna a fare sul serio con la tredicesima edizione. Basta giochini: la prima puntata va subito al dunque e si intitola “La via del mattone”. La firma è quella di un “colosso” del programma, Bernardo Iovene: norme edilizie, abusivismo, burocrazia creativa, nuovo piano casa e molto altro. Argomentazioni puntuali come le malattie esantematiche, considerato quanto sta accadendo nel nostro Paese alla voce edilizia, con intere città rase al suolo in seguito ad eventi naturali che in altri paesi europei e del mondo sarebbero transitati senza colpo ferire.
Report avrà, come sempre, cadenza settimanale e si aprirà una strada tra le argomentazioni più d’attualità della nostra vita comune. Dal problema economico alla situazione politica: “Esiste un equilibrio tra i tre poteri dello stato, legislativo, esecutivo e giudiziario?”, sarà la domanda degli autori in una delle prossime puntate. “Se il potere di fare le leggi si sposta sempre di più dal Parlamento al Governo, si può ancora parlare di democrazia?”. Questioni che le inchieste di Report proveranno a chiarire, nella speranza - sempre più pressante - di una libertà d’espressione quantomeno serena. Ancora: inchieste sul segreto bancario nei paradisi fiscali europei, situazione tornata recentissimamente alla gogna mediatica con la questione dello scudo fiscale. Naturalmente la sanità, con l’obiettivo puntato su quella privata convenzionata: “Se quella pubblica spesso fornisce un servizio scadente - riflettono gli autori - a fronte di un pessimo utilizzo delle risorse, quella privata appare sempre più florida anche perché può contare su oltre 20 miliardi di euro di denaro pubblico. A usufruirne sono in pochi: chi sono e soprattutto in che modo viene gestita”.
Per la seconda settimana consecutiva, mezza Italia ha seguito Annozero di Michele Santoro, la prima COSA giornalistica de-Minzolinizzata e de-Vespizzata della nostra recentissima storia democratica. Questo fatto, non la trasmissione in sé, il fatto che mezza Italia abbia deciso di piazzarsi davanti alla televisione, su RaiDue, e di non cambiare canale fino alla fine, è qualcosa di importante, di rassicurante, di necessario per un paese come il nostro, negli ultimi mesi messo alla berlina dai suoi stessi governanti e condotto in una specie di vuoto cosmico intellettuale da cui sarà complicatissimo venire fuori con dignità. Il successo del progetto di Michele Santoro dovrebbe essere una goduria fisica assolutamente bipartisan, perché la libertà d’informazione è qualcosa, come scrive oggi Roberto Saviano su la Repubblica, che tutti dovremmo tenere a cuore: naturalmente non andrà così. E’ ovvio che gli elettori di centrodestra, quasi per induzione inerziale, dovranno forzatamente dire male della puntata di Annozero, prendendo a schierarsi al fianco di gente come Vespa e Belpietro e scodinzolare al fianco del padrone, riportando ogni tanto, semmai, pure il bastone. Ed è altrettanto ovvio che gli elettori di centrosinistra (o quel che ne rimane) adesso sceglieranno improvvisamente la via del rumore, della voce alta, adotteranno l’apologia del “ve l’avevamo detto”, “avevamo ragione noi”, innalzeranno una escort a paladina e, semmai, sabato pomeriggio, in occasione della manifestazione per la libertà d’espressione, spunterà pure qualche inutile bandiera di Che Guevara, mandando completamente in pappa il significato stesso della riunione. Purtroppo la strumentalizzazione politica, quella di bassissimo profilo, in Italia è inevitabile: da questo punto di vista abbiamo esattamente la classe politica che ci rappresenta.
Eppure il successo totale della puntata di Annozero di ieri dovrebbe farci uscire tutti dalle case a braccetto: l’Italia non è “libera”, ovviamente, ci vorranno decenni e almeno un’altra generazione (possibilmente anche de-Tronistizzata) perché questa coltre di pochezza idiota che ci è calata sopra si dissipi. Però oggi, stamattina, l’Italia è un Paese che non ha più alibi. L’amplesso censorio e lecchino, perpetrato dalle varie direzioni dei telegiornali e da Bruno Vespa, per un paio d’ore si è trasformato in un brusco coitus interruptus: improvvisamente l’italiano si è trovato davanti alla Verità. Una verità per forza di cose patinata, gossipara, volgare, di basso profilo, certamente, è proprio così, è questo il quadro che viene fuori, perché di tale portata è la pellicola che il governo italiano ha srotolato sopra ogni cosa: gossipara, volgare e di basso profilo. E’ la politica che dovrebbe essere più “elegante” della stampa, non il contrario. Il problema non è una escort in studio: il problema è una escort nel letto di Putin nella notte dell’elezione di Obama. Il problema non è una escort intervistata: il problema è una escort candidata alle elezioni Europee. La trasmissione di ieri di Santoro ha ridato un nome alle cose: chi è che deve vergognarsi e perché? Scrive oggi Curzio Maltese, in maniera lucidissima:
“Sembra una canzone di Fabrizio De Andrè, questa storia della prostituta cercata di notte e ripudiata alla luce dei riflettori. Santoro non trova un politico di centrodestra disponibile a frequentare la stessa trasmissione inquinata da ‘quella là’. Eppure nessuno di loro s’è mai sentito in imbarazzo a presentarsi nelle liste elettorali accanto a Patrizia e le altre. Nessuno ha chiesto spiegazioni al capo”.
Il successo di ascolti di Annozero è la prova che c’è una sete di verità ben più forte di quella soddisfatta dai “dopo festival” organizzati da Bruno Vespa (una specie di pluralismo a progetto, evocato solo in una direzione). Mezza Italia, finalmente, a seguire una trasmissione in dubbio fino all’ultimo, con l’opinionista di punta senza contratto, in nero, e il conduttore diffidato, senza ospiti di uno schieramento politico e con direttori di rete quasi minacciati dagli esponenti del governo in carica: uno scenario, torno a dire, distopico, à la Orwell, al quale sembrava che ci fossimo bellamente abituati. Otto milioni di persone, solo tra quelle conteggiabili, è un numero che sta a dire che è quasi così ma non è esattamente così. Non c’è ancora salvezza all’orizzonte, ma da questa mattina siamo un Paese senza più alibi. Siete stati appena de-Minzolinizzati: approfittatene.
Sarà il gioco dell’inverno: prova anche tu a bloccare una puntata di Annozero! Ricchi premi e cotillons: in palio il regime dell’informazione italiana. Niente di nuovo sul fronte occidentale, cioè il nostro, sebbene di “occidente” sembra che se ne abbia sempre di meno, almeno quanto a democrazia e libertà: il numero dei SUV, per carità, quello è in costante crescita, parimenti a quello dei falsi in bilancio. Niente di nuovo, si diceva: perciò, al Gioco dell’Inverno ha pensato bene di partecipare anche Gianpaolo Tarantini - o Tarantino (cit.) - il quale ha inviato una tosta lettera di diffida ai vertici della Rai, al governo, al garante delle Comunicazioni e alla Commissione parlamentare di vigilanza “perché prendano provvedimenti riguardo alla trasmissione del 24 settembre scorso e perché nella nuova trasmissione non vengano tenuti ulteriori comportamenti antigiuridici, in alcuni casi anche penalmente rilevanti”. Ne dà menzione in questi minuti il Corriere della Sera.
Vale la pena di sottolineare che il signore che parla di “comportamenti antigiuridici” e di “casi penalmente rivelanti” è attualmente in regime di arresti domiciliari con l’accusa di corruzione, cessione di cocaina e favoreggiamento della prostituzione per aver reclutato escort da portare alle feste di Silvio Berlusconi. Questo tanto per fare una cosa che la stampa minzolinizzata non fa più da alcuni mesi, cioè dare pane al pane e chiamare le cose col loro nome.
Il ricorso di Tarantini, firmato dai difensori Nico D’Ascola e Nicola Quaranta, stigmatizza, in particolare, “la lettura di un lungo brano dell’interrogatorio la cui pubblicazione su un quotidiano era già stato oggetto di una specifica denuncia”. In più: “L’intervento del dottor Marco Travaglio si è concretizzato in una sorta di assolo durato quasi dieci minuti e di altrettanto notevole durata è stata l’intervista rilasciata dalla signora D’Addario. L’intera trasmissione ha seguito una strada precostituita senza che vi fosse alcuna possibilità di ribaltare o comunque modificare una sorta di realtà precostituita. Gli ospiti invitati per ragioni di par condicio, il dottor Maurizio Belpietro e l’onorevole Italo Bocchino, non erano infatti in al cun modo in grado di interloquire sulla posizione processuale del dottor Tarantini dal momento che la ignorano del tutto”.
Quindi il colpo finale:
“Quanto accaduto rende evidente la disinformazione e la strumentalità politica della trasmissione e, di rimando, il contrasto con la finalità del pubblico interesse che è propria della televisione pubblica. In altri termini, così facendo, si finisce per utilizzare il denaro pubblico per fini di parte perseguiti mediante un’attività che è illecita nella parte in cui la trasmissione è retta su atti non conoscibili e non pubblicabili”.
Questa sera alle 21, su RaiDue, scopriremo coi nostri occhi se Anno Zero sarà in onda o se sarà sostituito da un pluralissimo cartone animato.
Le cose stanno così: questo è un Paese poverello ma severissimo. Almeno nelle intenzioni. Come uno sbaglia, pubblicamente o istituzionalmente, si organizzano i tribunali e le corde per l’impiccato. Da che mondo è mondo, anzi da che Italia è Italia, funzioniamo in questo modo. Ultimamente poi - prendiamo i noti fattarelli politico-pecorecci che hanno coinvolto il nostro Presidente del Consiglio - siamo diventati, implacabili, tutti dei piccoli Emile Zola, il celeberrimo giornalista e scrittore francese che col suo “J’accuse” rivolto al Presidente francese fu costretto a scappare dalla Patria amatissima; volano richieste di dimissioni come stormi di rondini, da questa e da quest’altra parte, dalle colonne dei giornali i direttori lanciano strali - anche questi politico-pecorecci - verso esponenti di partito e personaggi in vista con l’unico scopo dichiarato delle dimissioni immediate del malcapitato. In televisione, pare, non succede così.
Quel pasticciaccio brutto di Simona Ventura è stato, secondo il parere di chi scrive, un fatto grave esattamente paragonabile ai festini di un premier o a qualunque altro caso indegno di pubblica coscienza. Che il tutto riguardi una “banale” trasmissione televisiva e una “inutile” (istituzionalmente parlando) conduttrice famosa non è importante. Bisogna ragionare per compartimenti stagni, guardare il microcosmo televisivo e occuparsi essenzialmente di esso: cos’è importante in televisione? La professionalità, la bravura, la coscienza, la precisione, lo studio accurato, la puntigliosità, lo zelo: questi sono lemmi che gli addetti allo spettacolo - e quindi alla cultura - dovrebbero farsi tatuare addosso, in quanto entità pubbliche, oltreché profumatissimamente pagate in barba a qualunque logica di crisi o di recessione, e per rispetto nei confronti nostri.
Se un capo di governo, di un qualunque governo, in un mondo distopico, à la George Orwell, proponesse, faccio per dire, leggi contro la prostituzione e la droga e poi andasse a prostitute e si drogasse, noialtri, i piccoli Emile Zola, insorgeremmo, se non mi sbaglio. E allora, fuor di metafora, se la più brava, pagata e famosa conduttrice italiana, diciamo il capo del governo delle conduttrici italiane, tra l’altro per due anni front-woman del più grande e importante talent show MUSICALE della televisione pubblica, non si accorgesse che il cantante e il batterista di uno dei più grandi gruppi rock del mondo si sono scambiati ruoli e che la persona che sta intervistando non è chi pensa che sia, ecco, se tutto questo accadesse, non in un mondo distopico, ma durante una domenica pomeriggio, nella Realtà, la conduttrice in questione, cioè Simona Ventura, dovrebbe prendere armi e bagagli e “dimettersi”.
Non è che in Francia se la passino granché meglio che da noi, quanto a tormentoni televisivo-pecorecci. Il presidente Nicolas Sarkozy sta sudando sette camicie per ostentare la propria innocenza in merito a una questione talmente spinosa da rasentare il ridicolo: i propri centimetri d’altezza. Addirittura è servita una nota, tonante e ufficiale, dell’Eliseo per mettere a tacere le temibilissime malelingue che svelerebbero un preciso progetto mass-mediatico atto a celare la scarsa statura del numero uno francese. Da qualche giorno, infatti, un video (definito dal governo “assolutamente inverosimile e grottesco”) sta scalzando posizioni su Youtube: vi si sostiene che vicino a Nicolas Sarkozy vengano appositamente sistemate persone di statura bassa per non far sfigurare il presidente in televisione.
Nel documento alcune persone, impiegate in una fabbrica oggetto di una visita ufficiale del marito di Carla Bruni, sostengono, mettendoci la faccia, di essere state selezionate in base all’altezza per essere inquadrate in prossimità del presidente. In effetti “Sarko” appare giustappunto come la persona più alta tra i presenti: “Nessuno deve essere più alto di lui, nessuno può superare il metro e settanta”, ha confessato uno degli intervistati. Da qui lo “scandalo”: successivamente, infatti, è saltata tempestivamente fuori una lista di dipendenti stilata dalla direzione della Orne: insieme ai nomi e ai cognomi, ecco l’altezza di ciascuno. Il Partito socialista non ci sta: “Allusioni ridicole”.
Come sempre - è successo e succede anche in Italia con “Striscia la Notizia” - si tende abilmente a “nascondere” le pecche più gravi di un importante esponente politico, favorendo quelle più innocenti, come le sgrammaticature, il cerone e, ovviamente, la statura. Quindi chissà che pure tale polemica non sia in realtà un geniale salvagente…