
I tema della fiction da noi è sempre d’attualità, specie quando gli ascolti dei programmi d’intrattenimento sono scarsi e si ricorre alle formule e ai sottogeneri della stessa fiction per tirarsi su il morale. Accade però che ci siano periodi come questi in cui le tv generaliste si accorgono di navigare su barchette usurate, e bucate, con il rischio di affogare, riemergere, ri-affogare.
La fiction fatica in un mare grosso percorso da barchette di migrantes (dirigenti tv, produttori, registi, autori) che a volte ce la fanno ad avere risultati, ascolti e commenti decenti, in altri casi i migrantes lanciano il vecchio urlo di chi sente il guano alla gola: “non fate l’onda”.
Ho letto sul nostro Tv Blog del dibattito a Tv Talk sulla fiction, in presenza di big sui problemi, vita, morte, miracoli e onde minacciose.
Non ho visto la puntata del talk ma, riflettendo sugli spunti offerti su queste colonne, qualcosina mi sento di dire, nella speranza di “portare avanti il discorso”, come si diceva una volta, e aggirare il guano.
Ci sono argomentazioni diventate oziose, ormai. Si sa che è difficile per la nostra amata- fiction, benedetta dal paziente don Matteo-Terence Hill passato dal western nostrano al basco sacerdotale, raggiungere la qualità della fiction americana o inglese.
Noi veniamo dai sottoprodotti dei film di Matarazzo e dagli sceneggiati pesantemente filodrammatici (ieri odiati oggi invocati a modello), loro dalle fucine di Studio One e di Hollywood convertita all’affarismo televisivo, e dalla fabbrica Bbc che dispone di autori e attori formidabili.
Noi, salvo poche eccezioni, facciamo spesso fiction dilettantesche, scegliendo senza criterio, ricopiandosi (una specialità delle tv generaliste), improvvisando le necessarie linee editoriali affidandole a incompetenti per genesi soprattutto politicante; improvvisando autori ed editor; improvvisando dive, divette, divi e divetti; improvvisando innesti con il cinema che generano prodotti inesistenti che deludono tutti, frutto di varie velleità e persino generose illusioni.
Continua a leggere: LA FICTION TV: la qualità? serve un'inchiesta più che processi improvvisati...

Qui si racconta come sia stata trattato il tema fiction italiana nello studio di TvTalk. E si aggiungono un paio di considerazioni.
C’è un mondo, la fuori, che vorrebbe convincerci che la fiction italiana sia bella e valida. E che possa addirittura competere con la fiction europea. Persino con quella britannica. Esiste davvero, quel mondo, e si è materializzato oggi nello studio di Tv Talk, con buona pace di Massimo Bernardini che ha provato a fare qualche domanda pungente, di Sebastiano Pucciarelli che ha provato a provocare parlando degli inglesi, di Silvia Motta che ha raccontato la moria di ascolti delle fiction italiane.
Di fronte, hanno trovato un mondo, quello di chi dirige la fiction italica, che ci crede e che lascia basiti per la mancanza di consapevolezza dei propri limiti e per la semplificazione con cui si riduce il problema della fiction italiana a sole questioni di budget.
Andiamo con ordine. Ospiti in studio, proprio a parlare dello stato della fiction italiana, c’erano i due responsabili del settore fiction Rai e Mediaset, Fabrizio Del Noce e Giancarlo Scheri, oltre a Fabrizio Salini (Direttore Intrattenimento e Serie SKY). Salini non era chiamato a commentare produzioni proprie, questa volta, ma acquisti. Del Noce e Scheri, invece, dovevano parlare delle ore e ore di fiction che producono i due network. Che non vanno benissimo in termini d’ascolto. E che, soprattutto, prestano il fianco a molte critiche.
Ma i due direttori sembrano completamente fuori dalla realtà e difendono il loro prodotto con un catenaccio di parole e motivazioni che ha dell’incredibile.

Fabrizio Del Noce commenta la realtà Rai, perché preferisce guardare «in casa». E individua due spiegazioni fondamentali per la crisi d’ascolti della fiction: «Primo. Lo pegnimento delle reti durante l’estate». Ovvero una nauseante programmazione di repliche. «Secondo, un problema strutturale. L’access prime time di RaiUno ci fa partire molto bassi». Secondo Del Noce, comunque, i problemi riguardano solamente le miniserie: la lunga serialità va bene.
Ma quanto costano, le fiction Rai? Del Noce è piuttosto specifico: 1,1-1,2 milioni di euro a puntata per le serie da 12, 1,4-1,5 per le miniserie da 6 puntate, da 3,6 a 4,5 per quelle da due puntate.

Dal canto suo, Scheri è contento degli ascolti sul target giovanile e sul target commerciale. Anche se, in termini assoluti, l’unica fiction Mediaset di stagione a superare il 18% è stata Dov’è mia figlia. Per Scheri è solo un problema di soldi e di frammentazione dell’ascolto: se c’è meno share, il budget impiegato è per forza inferiore e questo potrebbe andare a scapito della qualità. Il fatto che Scheri ragioni solo in termini di prodotto e con un’ottica mai rivolta al lungo periodo, lo dimostra anche la sua analisi e spiegazione sul fatto che Mediaset stia virando verso miniserie drammatiche, preferite alle comedy: il drama fa cambiare meno canale, la commedia invece genera un più veloce “abbandono del prodotto” (sic!).
Quanto al costo, Scheri fornisce il dato della media del costo orario: 500mila euro all’ora su 120 serate.

Federica Velonà, in studio, prova ad azzardare una critica, sostenendo che nella fiction non si sperimenti e che si dia poco spazio ai giovani. Ai giovani registi, soprattutto.
Del Noce nega: «Scommettiamo sui giovani, specialmente a livello di attori e attrici. E sui registi, per quale motivo si dovrebbe ragionare sull’età anagrafica? Si ragiona sull’attendibilità e la professionalità».
Scheri la butta solo sul prodotto e sull’unico dictato possibile: «Contenere i costi e generare fedeltà. Magari con progetti che ci consentano lunga e lunghissima serialità».
Poi intervengono Lorenzo Flaherty e Gabriella Pession. Nessuno fa autocritica. Anzi, la Pession, per autodefinirsi, spende i termini attrice (legittimo: lo fa di professione) e artista (un po’ meno legittimo: dovrebbero dirtelo gli altri, che sei un’artista).
Entrambi prendono tremendamente sul serio quel che fanno e, quando sono chiamati al paragone con la realtà americana, liquidano il tutto dicendo che si tratta di «un altro mondo».
Tutto questo sembra semplicemente troppo comodo. E del tutto slegato dalla realtà. Per fortuna, in studio, Bernardini ci prova e sostiene che il paragone della fiction nostrana con quella straniera non regge.
Continua a leggere: La fiction italiana - Del Noce e Scheri fuori dalla realtà a Tv Talk

Torna Lucia Liguori, torna Elena Sofia Ricci ai Cesaroni. Orfani dell’attrice dalla quarta serie, gli appassionati della famiglia di Garbatella meno credibile della storia della televisione potranno gioire quando sarà il tempo della quinta: è il settimanale Diva e Donna, nel prossimo numero, ad annunciare la cosa in previsione della quinta stagione. Un ottimo modo anche di farsi pubblicità, naturalmente, considerato il calo fisiologico di una fiction italiana arrivata ormai ad un’età piuttosto avanzata per quanto concerne un prodotto simile. “Nella quarta serie esco di scena ma mi sto già preparando a un clamoroso rientro ne I Cesaroni 5″, sono state le parole dell’attrice.
Elena Sofia Ricci è attualmente sul grande schermo con la pellicola di Veronesi Genitori e Figli - Agitare bene prima dell’uso e con quella di Ozpetek Mine Vaganti (da venerdì prossimo).
Domani sera, alle 21.05 su RaiDue, una nuova avventura dell’Ispettore Coliandro, forse la fiction in questo momento qualitativamente e drammaturgicamente più rilevante del panorama italiano. Il motivo - o uno dei motivi, Marco Materazzi a parte - è da ricercare sicuramente nella buona regia dei fratelli Manetti e nella scrittura dello story editor Carlo Lucarelli, apprezzatissimo “giallista” e curatore della trasmissione cult “Blu Notte”, anche questa di casa Rai, e certamente tra le più interessanti degli ultimi anni nel panorama dell’approfondimento di fatti d’inchiesta.
E’ proprio Lucarelli a raccontare i segreti dietro L’Ispettore Coliandro. Le sue parole sono state riportate dal magazine MyMovies e rivelano il grande lavoro di ricerca e scrittura alla base di un prodotto di successo:
“L’idea nasce letterariamente per un racconto, una serie di romanzi, e dalla volontà di raccontare la mia città che è Bologna, soprattutto da un punto di vista metropolitano, di un noir metropolitano e, quindi, sono andato a cercare un personaggio di poliziotto che, però, fin dall’inizio ha avuto questa connotazione molto scorretta, molto strana, negativa, ma molto ironica. Ecco che è venuto fuori Coliandro per raccontare una sorta di metropoli che non esiste, come la Bologna di Coliandro, che ha delle connotazioni molto noir. E’ uno di quei personaggi che serve a raccontare la società in trasformazione di oggi; è un personaggio che vive per la strada, che vive anche tutti i pregiudizi che ci sono verso la contemporaneità ed è in grado di far vedere dove i luoghi comuni siano tali oppure dove corrispondano alla realtà. È un personaggio molto vivo, che si fa passare addosso tutto quello che succede e quindi può servire a raccontare molte cose”.
Ricordate la fiction in sei puntate del 2006 “E poi c’è Filippo”, trasmessa da Canale 5? La casa di produzione Reveille, che ha collaborato a realizzare alcuni tra gli show più famosi al mondo come “The Office”, “Ugly Betty” e “The Tudors” ha acquistato da Mediaset i diritti per realizzarne un legal drama per l’America.
Il progetto, di cui ancora non si sa nulla su sceneggiatori, cast e rete di messa in onda, ha però già un titolo: “About my brother”, e riprenderà quasi in toto la trama raccontata nella storia che da noi ha avuto come protagonisti Giorgio Pasotti e Neri Marcorè. Il primo, lo ricordiamo, era Stefano, avvocato all’apparenza presuntuoso che torna in Italia da New York per la morte della madre e scopre di dover fare da tutore per il fratello autistico Filippo (Marcorè) se vuole ricevere l’eredità.
Grazie alla buona memoria ed all’intuito di Filippo, i due fratelli formavano una coppia capace di risolvere i casi dello studio legale dello zio, imparando così a conoscersi l’un l’altro. “About my brother unisce in modo scorrevole i temi del legal drama con le dinamiche di una famiglia morderna. Siamo eccitati all’idea di adattare questo format per un nuovo pubblico in America”, ha detto Carolyn Bernstein, vice presidente della Reveille.

Fabrizio Corona non vuole essere da meno della sua dolce metà Belen Rodriguez e merita anche lui qualche chiacchiera televisiva. Già, perché al settimanale Chi, ci ha pensato Pietro Valsecchi a confermare quelle che sembravano solo indiscrezioni.
Il fatto è questo: Fabrizio Corona reciterà nella nuova serie di Squadra Antimafia. Ecco le dichiarazioni di Valsecchi:
Fabrizio sarà uno dei protagonisti della fiction oltre a Claudio Gioè, Simona Cavallari e Giulia Michelini. Lo so che è un personaggio fin troppo esposto e spesso criticato, ma ha delle qualità. Nella fiction sarà ‘il Catanese’, un boss siciliano. Punteremo molto sulla sua fisicità artistica.
Ora, lungi dal sottoscritto voler sottovalutare le caratteristiche di talent scout di Valsecchi, sia chiaro. Tuttavia, mi sembra lecito sollevare l’interrogativo - o meglio, la serie di interrogativi - di sempre, un interrogativo che ammorba la fiction italiana: è il caso, una volta di più, di affidare un ruolo a un non-attore? Non ci sono forse talenti che bazzicano ingiustamente nel limbo dei teatri off? Non è forse il caso di puntare su quelli, alimentando, cercando di far prosperare un’arte, quella della recitazione, che in Italia sembra far rima con gossip e reality?
Continua a leggere: Fabrizio Corona in una fiction per Valsecchi - Reciterà in Squadra Antimafia
Arriva da fine ottobre, a conclusione del reality vip condotto da Paola Perego come anticipato da Share nel suo post sulla presentazione dei palinsesti Mediaset, la nuova fiction in quattro puntate Due imbroglioni…e mezzo inpterpretata da Sabina Ferilli, Claudio Bisio e il piccolo Gianluca Grecchi. La produzione è di Fulvio e Paola Lucisano e la regia è di Franco Amurri. Le quattro puntate nascono da un film mandato in onda nel 2007 e la storia raccontata dalla fiction parte proprio dal finale lasciato due anni fa: i due truffatori dal cuore d’oro Gina e Lello trovanoinella macchina che avevano rubato, Nino, un bambino che non si lascia intimorire dai due ma che anzi mette in campo per salvare il matrimonio dei genitori.
La fiction promette Bisio è davvero divertente grazie anche al particolare feeling che si è instaurato con la Ferilli. Dice al settimanale Oggi (Nr.29):
Era pur sempre un rischio: io maschio-pelato-milanese, lei donna-proecace-romana, non era detto che gli ingredienti si amalgamassero così bene. E invece già dopo mezz’ora che ci siamo conosciuti, c’era un feeling totale. Sabrina mi ha subito “regalato” una battuta che sul copione era assegnata a alei: “Questa è più giusta per te”, mi ha detto. Sembra una sciocchezza. ma non sono tatnti gli attori così generosi.
Sabrina Ferilli, invece definisce il suo lavoro, una vera novità per la Tv italiana:
Ogni puntata è una storia a sè: sono quattro episodi con una regia dinamica di Franco Amurri. E sopratutto c’è un ragazzino, Nino, interpretato da Gianluca Grecchi che è tutto tranne che un angioletto. Anzi, è una vera e propria carogna e io e Claudio siamo le sue vittime. Questa per la fiction italiana è una vera novità.
La svolta delle fiction-commedia brillante, Sabrina Ferilli l’ha già intrapresa da qualche tempo. Lo scorso anno, sempre su Canale5 andò in onda Anna e i 5, chje arrivò a battere in ascolti Carramba della Carrà, in cui interpretava una spogliarellista di notte e tata di giorno che dopo aver scaricato un maldestro Roul Cremona, finiva tra le braccia del principe azzurro, Pierre Cosso.
E dopo le riprese la Ferilli ha già programmato di passare una settimana in vacanza con il suo compagno di fiction:
Perché io senza Bisio nun ce so’ stà, mi manca.

Non c’è pace fra gli ulivi. Non si può nemmeno godere di una giornata di mare senza incorrere nell’urgenza di scrivere qui su TvBlog. Perché oggi Repubblica è uscita con un pezzo che parla dello stato dell’arte della fiction italiana - vi vorrei ricordare, e ve lo riproporrò in autunno, il nostro dibattito Di cosa parliamo quando parliamo di fiction italiana - in maniera quantomeno discutibile. Titolo del pezzo: Fiction di esportazione.
Si parla di La meglio gioventù; di Montalbano, di Orgoglio, Caravaggio, de I Viceré, e si sciorina un bell’elenco di paesi in cui sono stati venduti questi prodotti nostrani.
Si cita Carlo Nardello, amministratore delegato di RaiTrade, che, forse giustamente, spara alto:
La nostra fiction è in grado di competere con quella internazionale.
Ma se le dichiarazioni di un diretto interessato, che poi sciorina titoli e successi, è quantomeno curioso leggere nel pezzo, non virgolettato
La fiction italiana è competitiva e sfida lo strapotere degli americani
Di cosa stiamo parlando? Di ascolti (in crescita)? Di fatturato (in crescita)? Di investimenti (non proprio in crescita)? Stiamo parlando di questo?
O stiamo parlando di qualità del prodotto?
Continua a leggere: La nostra fiction, sì certo, compete all'estero
Secondo capitolo. Il bell’intervento di Barbara Petronio e Leonardo Valenti (questo il loro blog) ha generato un interessante dibattito nei commenti. Oggi sarebbe toccato all’intervento di Cristiana Farina, di cui TvBlog appoggia, integralmente e senza riserve, l’appello ai produttori italiani (a proposito. Ovviamente, questo spazio è aperto anche a loro: è sufficiente scrivermi. So, senza presunzione, che molti ci seguono): importare il modello produttivo che oltreoceano ha dato vita alle fiction seriali, lasciando che le idee originali rimangano le nostre. Ma prima, visto che la discussione che è nata ha fatto sì che Leonardo e Barbara decidessero di fare alcune precisazioni, ecco la seconda parte del loro intervento.
Se avete letto avrete notato una certa maldisposizione dei bloggers. Non possiamo biasimarli, il prodotto televisivo italiano medio è scadente, per non dire imbarazzante. E la colpa, com’è prevedibile, ricade tutta sugli autori.
Vogliamo dirlo subito. Non è vero che non ci sono bravi sceneggiatori televisivi in Italia. E’ che non vengono incoraggiati a pensare cose nuove ed interessanti. Questo vale sia per la vecchia guardia che per gli emergenti.
Purtroppo quando gli autori vengono deresponsabilizzati, smettono di osare, anzi smettono di ideare. Perchè ideare un concept di serie quando ci pensano produttori o network? Quando la scelta dei prodotti non viene fatta in base a dei pitch convincenti ma a scelte di compromesso? O quando si preferisce acquistare dall’estero?
Ed è così che l’autore spegne il cervello. E quando il cervello si spegne, i prodotti si appiattiscono.
Dove questo non accade, pensiamo a Boris, i prodotti vengono fuori bene e il gradimento del pubblico lo dimostra. Se Boris ha fatto manbassa di premi al Roma Fiction Fest lo si deve alla libertà creativa che è stata concessa ai suoi autori.
Continua a leggere: Di cosa parliamo quando parliamo di fiction italiana /2
Cari lettori, come sapete il nostro TvBlog è molto seguito anche dagli addetti ai lavori. Sperando di fare a lettori e addetti cosa gradita, approfittando del nostro seguito e del Roma Fiction Fest, ho cercato di instaurare un rapporto privilegiato - per noi e per voi - con gli sceneggiatori italiani, ben sapendo che dietro a quei nomi che molti dimenticano o non leggono nei titoli di testa - o magari nei tagliatissimi titolo di coda - ci sono ottimi professionisti. Approfittando della presentazione di Cachemere Mafia, che ha una serie di caratteristiche tali da renderlo un caso emblematico - ben fatto, ma flop in America, e poi comprato per la televisione generalista italiana - ho cercato di costruire un piccolo dibattito sullo stato dell’arte della fiction in Italia. Per non lasciarlo fra i commenti, ve lo ripropongo, nel nostro Di cosa parliamo quando parliamo di televisione.
Il primo intervento è degli sceneggatori - fra l’altro - dell’atteso Romanzo Criminale, Barbara Petronio e Leonardo Valenti. Ecco il loro punto di vista.
Il buon Malaparte ci ha invitato ad intervenire e lo facciamo volentieri. Per chi non lo sapesse (la maggior parte dei bloggers) siamo Barbara Petronio e Leonardo Valenti, ex sceneggiatori di RIS - Delitti imperfetti (fino alla 4 stagione) e Distretto di Polizia (fino alla 6 stagione) ed ora tornati in pista con Romanzo Criminale - la serie.
E’ difficile tracciare uno stato dell’arte della fiction italiana, proprio perché una delle arti che la compongono, ovvero la scrittura, continua ad essere poco considerata e valorizzata. Lo dimostra il continuo ricorrere ad idee acquistate da fuori e soprattutto il rapporto con i network generalisti, poco inclini a lasciare spazio alla voce degli scrittori.
Sì perché, che vi piaccia o meno, gli sceneggiatori sono scrittori, al pari dei romanzieri. Abbiamo tecniche diverse, ma il materiale di partenza, le idee, rimane lo stesso.
Vi immaginate se Faletti fosse costretto a riscrivere un romanzo di King “ma stando attento a non metterci troppo horror chè poi non vende abbastanza?”. O se Camilleri fosse incatenato a riadattare un legal di John Grisham “mettendoci però un po’ di sapore italiano?”. O peggio ancora se un editore si mettesse a dire a Baricco quale sarà l’argomento del suo prossimo libro, indicandogli pagina per pagina come dovrebbe scriverlo, persino lo stile da usare?
Eh già, la situazione della scrittura televisiva italiana è questa.
Malaparte dice, giustamente, che in America la Farina avrebbe il titolo created by. Sì, perchè lì dove le cose funzionano, lì dove il mercato e i profitti comandano, lo scrittore, primo movens di qualsiasi progetto, ha la giusta centralità.
Continua a leggere: Di cosa parliamo quando parliamo di fiction italiana