
Una tassa insostenibile, regolamentazione parificata alle tv tradizionali e una ridda burocratica con annessi lacci e lacciuoli. Questo prevedeva il Decreto Romani per le Web Tv: uno scenario che avrebbe, di fatto, chiuso qualsiasi possibilità di creare e gestire “micro tv” su Internet. L’AgCom ieri ha disinnescato questa autentica bomba ad orologeria:
L’AgCom ha approvato i regolamenti relativi ai servizi audiovisivi lineari e a richiesta diffusi via Internet, apportando una drastica semplificazione. I regolamenti si applicheranno solo ai soggetti professionisti con ricavi radiofonici e televisivi superiori a 100mila euro annui. Non e’ previsto alcun regime di autorizzazione, ma gli operatori potranno valersi di un meccanismo di silenzio-assenso. Escluso il pagamento di canoni annuali, ma solo un contributo una tantum di 500 euro per i servizi tv e di 250 euro per quelli radiofonici. Nessun vincolo burocratico per tutti gli altri soggetti operanti sulla rete.
La Femi, Federazione Italiana delle Micro Web Tv che aveva lanciato l’allarme, festeggia una vittoria storica. Soltanto i soggetti con ricavi superiori ai 100 mila euro annui saranno sottoposti alla tassazione, tutti gli altri potranno continuare ad operare sulla rete senza sottostare ad obblighi che in alcuni casi erano semplicemente paradossali per la rete internet, come il “rispetto delle fasce protette per i minori“, un controsenso rispetto al concetto stesso di video on demand.
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L’allarme lo lancia la FEMI, la Federazione Italiana delle Micro Web Tv: la realtà delle piccole “televisioni” su internet (oltre 350 in tutta Italia) è a rischio sopravvivivenza in seguito alle recenti delibere dell’AgCom che danno seguito al percorso stabilito dal Decreto Romani.
L’avvocato Guido Scorza, esperto in diritto delle nuove tecnologie, sul suo blog (lettura interessantissima per chi si interessa all’argomento) è perentorio:
Conviene dire subito che gli schemi di regolamento allegati alle delibere, se approvati nell’attuale formulazione, trasformerebbero la Rete italiana in una grande TV e gli unici in grado di fare informazione ed intrattenimento online sarebbero proprio i Signori della TV. Un ciclone di costi e burocrazia si abbatterebbe sul mondo delle micro web tv italiane e la sensazione è che solo poche potrebbero sopravvivere.
Se verranno confermati i nuovi regolamenti, infatti, tutte le web tv dovrebbero richiedere all’Agcom due autorizzazioni. Quella per trasmettere in streaming e quella per trasmettere on demand. Al costo di 3.000 euro ciascuna. Senza contare una burocratizzazione delle strutture che, di fatto, renderebbe ancora più complessa e costosa la gestione delle piccole realtà che trasmettono sul web. Decretandone, di fatto, la morte, come è facile immaginare. Soprattutto per quanto riguarda le web tv più piccole e “libere”, che spesso si basano su attività quasi (se non del tutto) volontaria di chi le ha create.
Ancora Scorza:
Chiedere 3000 euro a certe web TV già significa ignorare le dinamiche del relativo mercato ma chiederne, in modo del tutto ingiustificato 6000, significa non aver chiaro neppure i contesto socio-economico nel quale, allo stato, versa il nostro Paese.
Interessante, in merito, l’osservazione puntuale di Giampaolo Colletti, presidente della FEMI.
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Lombardia7 - che esiste ancora oggi - nasceva nel luglio 1990: si fondevano Canale55 Lombardia e Lombardia Tv. La sede della piccola emittente era a Cinisello Balsamo. L’editore era Paolo Romani, l’attuale Ministro delle Comunicazioni.
Fu il primo canale in Italia a programmare Dragon Ball, ma proponeva anche il Tg 7 News. Poi, ovviamente, televendite e telenovelas, ma anche il calcio: Diretta Calcio, con i collegamenti dagli stadi (In studio, conducevano Marco Meletti, Helenio Herrera, Niels Liedholm); infine, Dimensione X, una rubrica di pranoterapia condotta da Cesare Bramieri, figlio di Gino.
Fin qui, tutto normale. Ma sotto la gestione Romani, il programma di punta era Vizi privati, pubbliche visioni. Conduceva in studio Maurizia Paradiso. Menù del programma? Strip di ogni genere, anche piuttosto caserecci. E soprattutto, numeri 144 e 166 che fruttano un bel po’ di soldini.
Sul cult Il Mucchio Selvaggio - La strabiliante, epica, inverosimile ma vera storia della televisione locale in Italia si legge, fra l’altro:
La Paradiso giocherà morbosetta con il pubblico maschile a casa, mentre delle pin-up si spogliano. Con la flessibilità che lo distingue, Romani tralascia il dibattito culturale e passa al puro svago per adulti, con implicazioni economiche interessanti, soprattutto per lui. «Ma la guardavano anche i bambini» esagera «avevo bandito qualunque volgarità.» Proibiti doppi sensi e parolacce inutili, partono tra un gioco e l’altro della Maurizia filmati osé, senza penetrazioni visibili, abbinati ai numeri proibiti, 144 e 166, coi quali Romani incassava tra i 60 e i 70 milioni al mese. Ritmi da 1500 telefonate a notte. Intere famiglie sul lastrico. Un successo clamoroso.
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Arriva il commento di Sky Italia al Decreto Legislativo 169, meglio noto come “Decreto Tv” del quale ci siamo già occupati in passato. La pay tv di Murdoch, palesemente danneggiata da diverse novità contenute nel progetto presentato dal Viceministro Paolo Romani, sceglie di non andare al muro contro muro con il Governo. L’esperienza dello scontro con l’esecutivo sulla questione dell’aumento dell’IVA per la pay tv satellitare che è andato in scena a fine 2008 ha evidentemente convinto ad adottare un approccio meno battagliero.
A parlare, soprattutto in merito alla questione del tetto agli spot per le pay tv, è Andrea Scrosati, vicepresidente corporate e market communication di Sky, convocato per un’audizione presso la commissione del Senato che sta valutando il Decreto tanto contestato e che oggi ha incassato anche la parziale bocciatura dell’AgCom, l’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni.
Con la riduzione del tetto agli spot, dal 18 al 12% nei prossimi tre anni evidentemente ci sarà un effetto sottrattivo sugli introiti, ma al di là di questo si mette un limite alla crescita non solo per Sky Italia, ma per tutti gli altri operatori, italiani e stranieri, che hanno deciso di scommettere in Italia e che puntano su ricavi e pubblicità per crescere. Crescere e svilupparsi vuol dire investire di più per News Corp è stato giusto investire in Italia, ci resterà per molto tempo e continuerà a farlo.

Una miniera d’oro, questo Decreto Legislativo 169, meglio noto come “Decreto Tv” o “Decreto Romani” dal nome del suo principale ideatore: il viceministro allo Sviluppo Economico Paolo Romani con delega alle Comunicazioni. Il 27 Gennaio prossimo è previsto l’esame in commissione, ma da quando il testo (una ventina di pagine e circa 40 articoli a fronte di una delega parlamentare da 11 righe scarse) è stato reso pubblico ha scatenato più di una tempesta.
Addirittura Pd e Udc, insieme con una conferenza stampa congiunta, hanno rappresentato le loro perplessità di fronte ad un provvedimento che nel recepire una direttiva europea finisce per fare una serie di favori smaccati a Mediaset, il network televisivo del presidente del consiglio. Primo a saltare agli occhi è stato il taglio della pubblicità per le pay tv. Si passa dal 18% al 12%. L’Europa fissava un limite del 20% e dava libertà ai paesi membri di scegliere dove attestare la soglia. In Italia abbiamo deciso di farla scendere fino ad una percentuale che (seppur introdotta a scaglioni nei prossimi anni) penalizza l’unico operatore della pay tv che supera il 12%. Mediaset Premium? No, Sky Italia, ovviamente.
Qualche giorno dopo sono arrivati Google e degli Internet Provider a lamentarsi. Sanzioni durissime, l’equiparazione dei siti internet alla disciplina delle tv che tradotto significa: multe e mille grane ogni qualvolta, ad esempio, un utente di YouTube si metterà a pubblicare un video protetto da copyright. E qual è l’unico network televisivo mondiale che invece di cooperare e stringere accordi strategici con la piattaforma di video sharing in questi anni ha adito le vie legali per chiedere un risarcimento per i suoi “video” caricati online indebitamente? Sky? No, Mediaset, ovviamente.
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All’art.9 Comma 4 del Decreto Legislativo 169 (c.d. Decreto Romani, si può scaricare da qui ed è sicuramente da analizzare integralmente), atto del Governo sottoposto al parere parlamentare, si legge:
4. I film vietati ai minori di anni quattordici non possono essere trasmessi, sia in chiaro che a pagamento, né forniti a richiesta, sia integralmente che parzialmente, prima delle ore 22:30 e dopo le ore 7:00.
La misura, inauditamente restrittiva per la legislazione italiana, ha già suscitato commenti negativi di vario genere (come molte altre parti del decreto).
Da un lato, si grida alla limitazione della libertà personale: il testo parla esplicitamente non solo delle trasmissioni in chiaro o criptate ma anche di quelle on demand. Ha pesanti conseguenze su una serie di prodotti cinematografici che - già troppo spesso snobbati dalle reti in chiaro nostrane - rientrano in questa limitazione. Ma chi risente maggiormente di questo comma è senza alcun dubbio SKY.
I canali SKY Cinema mandano ampia programmazione v.m.14. E poi, c’è il florido mercato del porno 24h su 24, di cui abbiamo dato conto e ragione. Non è un mistero che sia una voce fondamentale nel bilancio di SKY. Per capirlo, bastano i numeri. Scriveva, Gabriele Capasso:
Quello che nessuna Digital Key può fare, può farlo un’ulteriore iniezione di porno a tutte le ore. La voce di bilancio dell’Hot Club di Sky recita 68 milioni di euro annui incassati (1.6 mln a settimana) e l’obiettivo è farla salire ancora di più.
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Dopo lo storico sciopero dei dipendenti Mediaset, tocca ai lavoratori della fiction incrociare le braccia e farsi sentire. Certo, la cosa non avrà lo stesso riscontro che ebbe - ve lo ricordate? - lo sciopero degli sceneggiatori americani, cui dedicammo ampio spazio. Però qualcosa, nella pigra Italia, si smuove. E così, domani, 19 gennaio 2010, ci saranno presidi di protesta davanti alla sede di Mediaset (ore 10) RAI (ore 12:30) e SKY (ore 15) di Roma.
Nel mirino, il cosiddetto decreto Romani che, di fatto, fra le altre amenità, disincentiva la produzione degli indipendenti in Italia. Ecco il documento che parla dello sciopero:
In tutti i paesi del mondo occidentale l’industria dell’audiovisivo è considerata una risorsa strategica per l’economia e la cultura. La produzione di fiction, di cinema e di documentario genera enorme ricchezza, crea migliaia di posti di lavoro altamente qualificati e incide in modo determinante nell’elaborazione dei valori fondativi della comunità. La capacità di produrre narrazione audiovisiva corrisponde alla capacità di un paese di raccontarsi e comprendersi. Premessa necessaria al dialogo democratico tra i popoli e le nazioni. Per questo la Comunità Europea invita gli Stati membri a programmare politiche economiche destinate allo sviluppo del settore audiovisivo.
Un invito che il Governo Italiano ha ora deciso di disattendere.
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