
Lo scorso sciopero del 9 maggio, invece di portare a qualche risultato, era sfociato in una stucchevole guerra dei numeri: la Rai puntava tutto sulla scarsa partecipazione, i sindacati, invece, sottolineavano l’adesione notevole fra chi era in turno nelle due ore di sciopero. Ma queste sono bazzecole: la questione davvero importante è che il Contratto di Lavoro non è ancora stato rinnovato.
Senza contare il fatto che – sottolineano i Sindacati – «I Vertici RAI [nell’immagine, la d.g. Lorenza Lei, ndr], a cui il mandato è scaduto il 4 maggio […] anziché limitarsi ad una gestione ordinaria, in attesa dell’imminente “passaggio del testimone” al nuovo vertice aziendale, decidono di ipotecare il futuro della “prima “Industria Culturale del Paese” e dei propri lavoratori, deliberando provvedimenti e tagli economici per circa 46 milioni di euro che incideranno profondamente sulla capacità ideativa e produttiva già pesantemente minate, dalla assoluta mancanza di investimenti e dalle precedenti delibere».
In questo clima, appare assolutamente logico che le tre sigle sindacali SLC - CGIL, FISTel - CISL, SNATER siano sul piede di guerra. Così, oltre al nuovo coordinamento che si terrà il 29 maggio, hanno indetto un nuovo pacchetto di scioperi, da 4 ore, attuato su due giornate:
- il 5 giugno dalle 19 alle 21 (per tutti i lavoratori in turno);
- il 6 giugno dalle 19 alle 21 (per tutti i lavoratori in turno), con l’indicazione ai territori di indire manifestazioni sotto i diversi cespiti.
Oltre al rinnovo del contratto, per i sindacati è necessario che si parli di una serie di argomenti “chiave”:
«le politiche di reclutamento del personale, il percorso di assunzione relativo ai lavoratori a TD, come previsto dall’accordo del 29 luglio 2011; l’utilizzo sproporzionato ed inconsueto di consulenze (partite iva, collaborazioni) non conformi alla normativa vigente».
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La richiesta di trasparenza sulle nomine dei nuovi vertici dell’AgCom era stata proposta da tempo dall’Open Media Coalition, e aveva avuto un buon riscontro mediatico. Al centro della campagna, una richiesta molto semplice. Quella cioè di modificare la pratica, ormai consolidata, di nomine al buio nei ruoli chiave (come le autorità indipendenti, appunto) e di effettuare le nomine in maniera trasparente, sulla base di curricula palesi e del merito.
Dopo un tira e molla, la conferenza dei capigruppo di Montecitorio (contraria la sola Lega Nord) ha deciso di rinviare sia le nomine dell’Autorità Garante per le Comunicazioni sia quelle del garante per la privacy. Un segnale importante – per quanto dovrebbe essere semplicemente una prassi normale, in un paese civile e democratico. Tant’è, in Italia prevalevano sempre le logiche politiche — commentato con soddisfazione dall’Open Media Coalition:
«È una vittoria della società civile, un passo nella giusta direzione da parte del Parlamento, la decisione appena assunta dalla Conferenza dei Capigruppo della Camera dei Deputati di rinviare al 6 giugno prossimo le votazioni per le nomine dei membri dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) e del Garante Privacy già fissate per domani. Il rinvio è motivato dalla riconosciuta esigenza di raccogliere – entro il primo giugno – i curricula dei candidati e di inviarli ai parlamentari in modo che possano conoscere e valutare comparativamente le professionalità e le competenze dei candidati a ricoprire così delicate funzioni di garanzia per la vita democratica.
Per la prima volta nella storia italiana, il sistema dei partiti ha rinunciato a nomine al buio, senza candidature ufficiali, accettando il principio della trasparenza e competenza nei processi decisionali.Un risultato insperato solo poche settimane fa, quando, decine di associazioni, riunite da Open Media Coalition hanno lanciato la campagna nazionale: Vogliamotrasparenza.
Una domanda di trasparenza nelle nomine delle Authority che ha via via registrato un numero sempre crescente di adesioni – anche bipartisan – di numerosi parlamentari della Repubblica».
Ora però c’è un altro nodo da sciogliere sul quale si chiede trasparenza: le nomine per il nuovo cda Rai. E’ ovvio che anche su questo evento fondamentale si concentrino le richieste di Open Media Coalition. E’ possibile auspicare anche qui, una volta per tutte, che le nomine del consiglio d’amministrazione del servizio pubblico televisivo si basino sulla competenza, sulle conoscenze, sulle effettive capacità dei prescelti, e non su logiche partitiche? Staremo a vedere.

Notizia quasi oscurata, ma confermata (con un comunicato di ieri delle organizzazioni sindacali e con una breve nota dell’Ufficio Stampa Rai): dalle 19 alle 21 di oggi, 9 maggio 2012, Slc Cgil, Fistel CISL e Snater hanno indetto uno sciopero, negli orari in cui vanno in onda i principali Tg. Motivo per cui le programmazioni di queste due ore sui canali Rai potrebbero cambiare. Lo sciopero, spiegano le organizzazioni sindacali che l’hanno indetto, è
«a sostegno della vertenza per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro (scaduto 28 mesi fa, ndr), per contrastare i licenziamenti e la chiusura di Rai Corporation e degli uffici di corrispondenza, le politiche di destrutturazione del servizio pubblico, di cessione di asset strategici e per chiedere l’allontanamento dei vertici aziendali che tali politiche hanno ideato e messe in campo. I lavoratori Rai, ancora una volta, risponderanno alle pressioni e all’arroganza di questi vertici aziendali con la partecipazione e la mobilitazione».
I sindacati, inoltre, denunciano un atteggiamento ostruzionistico da parte dell’azienda, che avrebbe (si legge ancora nella nota)
«impropriamente diffuso tra i lavoratori l’idea che lo sciopero indetto per il 9 maggio sia illegittimo, nonostante le OO.SS. abbiano mantenuto la proclamazione, debitamente comunicata ad azienda e alla Commissione di garanzia per lo sciopero».
Le tre sigle sindacali hanno anche organizzato una sorta di consultazione referendaria per chiedere la sfiducia dei vertici aziendali e per il sostegno del rinnovo contrattuale: la Rai, però, avrebbe chiesto di non collocare i banchetti nelle sedi maggiormente frequentate dai dipendenti.
Continua a leggere: Rai - Sciopero di due ore, dalle 19 alle 21

Novità sul fronte Cda Rai? Ben poche, se non il fatto che Palazzo Chigi ha da poco diramato una nota ufficiale che parla di un incontro, avvenuto ieri, fra Sergio Zavoli e il Presidente del Consiglio Mario Monti.
La nota recita:
«A seguito delle interlocuzioni tra il Presidente della Commissione di vigilanza sulla RAI, Sergio Zavoli, e il Ministro per i rapporti con il Parlamento, Pietro Giarda, si è svolto ieri, a Palazzo Chigi, un incontro tra il Presidente del Consiglio Mario Monti e il Presidente Zavoli, presente il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Antonio Catricalà, sulle modalità da seguire per la nomina del nuovo Consiglio di amministrazione della RAI».
Al momento, non trapelano indiscrezioni relativamente a questo incontro. Qualche giorno fa, il Presidente Paolo Garimberti si è augurato che le nomine siano «all’altezza e soprattutto competenti» (non è una tautologia? Non dovrebbe essere la prassi, la norma, l’ovvio?) ed ha auspicato anche che questo cda in scadenza sia «una buona occasione per dimostrare che alle parole seguano i fatti» (il riferimento era alle parole del premier che il 30 aprile scorso aveva dichiarato, fra l’altro:
«Chi vuole diminuire le tasse sa che è necessario rivedere enti e società, compresa la Rai, dove la logica della trasparenza, del merito, dell’indipendenza della politica non è garantita».
E’ Adnkronos a divulgare le prime voci che parlano di quel che si sarebbero detti Zavoli e Monti.
Continua a leggere: Cda Rai: Sergio Zavoli ha incontrato Mario Monti

Lo ha fatto nel corso dell’ultima puntata di Un due tre Stella e bisogna darne conto, anche se un po’ in ritardo: anche Carlo Freccero ha parlato in tv della sua candidatura alla presidenza della Rai in ticket con Michele Santoro (già Santoro ci aveva pensato, durante Servizio Pubblico).
Tanto per cominciare, Freccero ha chiarito:
«Non penso di essere il migliore».
Una frase da dire per forza: siamo in Italia, se uno osa candidarsi ad una carica e proporre il proprio curriculum, va ancora a finire che lo accusano di essere presuntuoso. Poi ha chiarito che, tutto sommato, non pensa di aver molte speranze:
«Sceglieranno sempre il più obbediente, ma almeno questo obbediente che abbia un po’ di competenza perché se no si rischia veramente la fine di tutto».
E visto che Santoro e Freccero tutto possono essere, fuorché obbedienti, il direttore di Rai 4 ha comunque precisato:
«Abbiamo presentato il nostro curriculum per proporre un metodo: occorre un po’ cambiare l’agenda, non bisogna sempre lamentarsi a posteriori, ma anticipare il potere, obbligarlo a scegliere la nostra agenda, per evitare che lo “sconosciuto obbediente”, tipologia del dirigente perfetto, possa in qualche modo non avere tutto il potere ma ci siano altre possibilità. Quantomeno un progettino minimo minimo».
Ci sarà, il progetto per la Rai? Chissà. Quando scopriremo nomi (e curricula) del nuovo cda avremo modo di valutare.
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Fino ad ora il governo Monti ha avuto più di qualche difficoltà nell’intervenire in maniera incisiva quando si è trattato di andare a toccare i “privilegi” di alcune corporazioni. Basti ricordare la guerra con tassisti e farmacisti, clamorosamente persa con l’esecutivo costretto a piegarsi e a cancellare i provvedimenti più drastici (e sulla carta efficaci) presentati in pompa magna prima delle feroci proteste degli appartenenti a queste categorie.
Ora però arriva il momento dei tagli, drastici, della cosiddetta “spending review” con l’obiettivo (almeno quello dichiarato) di evitare lo scatto di due punti dell’Iva per ottobre e nel calderone potrebbe rientrare anche la Rai, la tv pubblica della quale il presidente del consiglio ha un’opinione tutt’altro che lusinghiera:
Chi vuole diminuire le tasse sa che è necessario rivedere enti e società, compresa la Rai, dove la logica della trasparenza, del merito, dell’indipendenza dalla politica non è garantita. La Rai è un esempio eclatante di enti e società che vanno rivisti.
Un’autentica bordata che rischia di preannunciare, molto chiaramente, le intenzioni di Monti rispetto alla conferma (ventilata da ambienti politici di diverso colore, in teoria) degli attuali vertici dell’azienda. Lorenza Lei rischia di essere sostituita senza troppi rimpianti, ma prima ancora toccherà al Cda per il quale il governo vuole una riduzione da 9 a 5 membri. Scommettiamo che il presidente del consiglio si accorgerà presto di quale tema sensibile è la Rai quando la commissione di vigilanza sarà chiamata ad eleggere i tre membri di sua competenza rimanenti?
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Carlo Freccero, a Un giorno da pecora, parla dell’eventualità di diventare sul serio Presidente della Rai (come noto, Freccero si è candidato nel “ticket” insieme a Michele Santoro).
Cosa farebbe, nel caso, l’attuale direttore di Rai4? Per spiegarlo la prende alla larga:
«Chiamerei le persone che si occupano di prodotto, che ora in Rai sono molto poche, e faremo quindici giorni di ritiro spirituale»
E chi riporterebbe in Rai, dopo il ritiro spirituale?
«Luttazzi, Paolini, persone che sono state estromesse. Basta censure».
In radio gli si pone anche il quesito a proposito di un eventuale Michele Santoro d.g (il “ticket” prevede questo). In quel caso, potrebbe anche condurre un suo programma, il giornalista?
«No, assolutamente no, questo non sarebbe possibile. Se ci fosse una De Filippi capace di far politica come è capace di fare gli show, sarebbe un colpaccio incredibile»
L’ultima frase chiarisce molto bene in quale mondo ci troviamo: in quello del periodo ipotetico del terzo tipo.
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In vista dell’assemblea degli azionisti Rai, che dovrà rinnovare il cda del servizio pubblico (in prima convocazione il 4 maggio, in seconda convocazione l’8), qualcosa si muove, ai vertici. In particolare, Lorenza Lei si concede a una lunga intervista su La Stampa dove, naturalmente, difende ed esalta - seppure con sobrietà e rigore, le nuove parole chiave della stagione politica in corso da qualche mese - la propria gestione come direttore generale.
Secondo la Lei, uno dei problemi della Rai è stato l’uniformarsi ad un sistema televisivo duopolistico, facendo nascere un «ibrido editorale che conteneva insieme le ragioni del servizio pubblico e le esigenze della Tv commerciale».
Una realtà che dovrebbe cambiare. E che cambierà anche a suon di tagli, visto che la manovra di Lorenza Lei è una scure da 50milioni di euro. Lei precisa:
«Non si tagliano né idee né qualità. Bensì si ridurranno i costi delle star».
Quanto alle idee sul futuro, la Lei è ottimista, sia per la tv generalista sia per la Rai:
«In controtendenza, le dico che la tv generalista non è per niente morta. Semmai è mutata la platea televisiva, si è rinnovata, ma in gran parte è lì. […] Se poi parliamo di grandi eventi, come lo show di Fiorello con il suo 50%, si capisce che è necessario costruire anche degli eventi, e noi sappiamo farlo».
Certo che, però, i grandi eventi non si conciliano molto con i “grandi tagli”. E che la visione sulla generalista della Lei rischia di essere davvero troppo ottimistica e con uno sguardo che, invece che rivolto al futuro, sembra considerare il mantenimento dello status quo del passato, nonostante i riferimenti ai 14 canali in cui si struttura oggi il servizio pubblico.

Piero Giarda, il Ministro per i Rapporti con il Parlamento, ha spiegato ieri, durante il question time, che la riforma della Rai promessa da Mario Monti è, al momento, archiviata, vista
«l’imminente scadenza del cda» (4 e 8 maggio le ultime due sedute per approvare il bilancio, ndr)
Da ciò, secondo Giarda, che riporta, evidentemente, il parere dell’esecutivo, deriva il fatto che non sia
«ragionevolmente possibile intervenire con modifica legislativa anche per garantire continuità al servizio pubblico».
Il succo di questa decisione? Semplice: il nuovo Cda Rai verrà nominato con le vecchie regole (leggasi: legge Gasparri). E poi si affronterà la questione governance.
Il tutto perché il Governo vorrebbe arrivare ad ottenere in tempi rapidi una riforma condivisa. Quanto alle nomine, Giarda spiega che
«Non appena la commissione di vigilanza designerà i membri di sua competenza, il ministero dell’Economia provvederà a presentare la propria lista di candidati».
L’atteggiamento appare decisamente rinunciatario: il Governo abdica, in qualche modo, a quell’urgenza, a quella necessità che ha rivendicato dal momento dell’insediamento per tutte le questioni sulle quali ha ritenuto di intervenire con rapidità e con decreti legge. La Rai, evidentemente, fa parte di un equilibrio politico intoccabile, di compromessi e “ricatti” politici ai quali i “tecnici” si inchinano (come del resto si sono già inchinati alle banche e ad altri “poteri forti”).

Domani, 4 aprile 2012, si riunisce nuovamente il cda Rai, per il quale non è ancora stata trovata una soluzione politica. All’ordine del giorno una serie di tematiche cruciali per il futuro immediato del servizio pubblico: il progetto di razionalizzazione dell’area news (che prevede, fra le altre cose, l’unificazione di Rai News e del Televideo; lo sport, con i progetti per la copertura degli Europei e delle Olimpiadi. Sul fronte olimpico, il servizio pubblico (che seguirà l’appuntamento con la diretta della cerimonia d’apertura su Rai 1 per poi lasciare a Rai 2 il ruolo di rete olimpica dovrà infatti provare a tener testa a Sky, che garantisce un monte ore dieci volte superiore a quello che può mettere in campo viale Mazzini: 2000 ore di programmazione per Sky, appena 200 per la Rai. Secondo il direttore di RaiSport Eugenio De Paoli il monte ore è sufficiente a garantire la copertura dell’evento e delle gare azzurre.
E’ prevista anche un’audizione del vicedirettore generale, Antonio Marano sul tema degli ascolti.
Infine, il cda dovrà affrontare anche la riconferma del mandato dei vicedirettori delle reti, in scadenza il 5 aprile.
Contemporaneamente, Usigrai organizza al teatro Capranichetta di Roma una manifestazione dal titolo Una Rai per i cittadini.
Il segretario del sindacato, Carlo Verna, ha spiegato così il senso dell’iniziativa, che vuole anche mettere alla prova il governo Monti sul tema del cambio di governance:
«Quando diciamo che la Rai è un bene comune e che va liberata dal guinzaglio dei partiti e dei governo, non intendiamo affatto iscriverci all’anti politica. Tutt’altro. Crediamo che la politica debba fare il suo dovere e scrivere le regole, piuttosto che occuparsi della gestione quotidiana. Per questo domani discuteremo del tema al Teatro Capranichetta a partire dalle 10,30 e successivamente manifesteremo in piazza Montecitorio».
Il tema della governance, tuttavia, sembra ormai essere definitivamente rimandato: se ne parlerà, stando a quanto si apprende, dopo il voto amministrativo di maggio.
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Il cda Rai, come ormai arcinoto, è agli sgoccioli: la sua scadenza formale è prevista il 28 marzo, senza che sia stata ancora trovata una soluzione per la governance e le nomine. Stando a quanto si apprende, il premier Mario Monti vorrebbe puntare su una moral suasion nei confronti dei partiti. Non ci sono i tempi tecnici per un cambio di governance modificando la Gasparri (né c’è la volontà politica di farlo). E allora, Monti vorrebbe che si raggiungesse un’intesa che porterebbe a una serie di nomine senza politici o ex politici nel cda rai, ma solamente personaggi di alto livello culturale e manageriale, di riconosciuta competenza, e soprattutto che non siano espressione degli apparati di alcun partito.
Insomma, un cda tecnico. Vedremo sei la soluzione sarà praticabile. Nel frattempo, non si è raggiunto un accordo con i sindacati per il rinnovo dei contratti che riguardano Quadri, Impiegati e Operai del gruppo Rai.
Dopo il fallimento delle trattative, i sindacati (SLC - CGIL Sindacato Lavoratori Comunicazione, FISTEL - CISL Federazione Informazione Spettacolo e Telecomunicazioni, SNATER Sindacato Nazionale Autonomo Telecomunicazioni e Radiotelevisioni) hanno diramato una durissima nota congiunta:
Le organizzazioni sindacali responsabilmente, pur di tutelare il perimetro produttivo aziendale e inserire elementi di controllo e razionalizzazione di appalti e consulenze, si sono rese disponibili a produrre un risparmio sul rinnovo del contratto di circa 35 milioni di euro, su un valore per un pieno recupero del costo della vita di 80 milioni per gli anni 2010/2012.
In Rai, negli ultimi due anni, si sono svolti scioperi che per partecipazione e forza, non si erano mai visti nella storia sessantennale dell’azienda, e sono stati indetti a tutela del servizio pubblico e del lavoro, quale segno evidente della distanza tra la realtà produttiva e i vertici designati dai partiti.
Poi l’affondo sul consiglio d’amministrazione odierno.
Continua a leggere: Rai - I sindacati contro il CdA e la moral suasion di Mario Monti

La battaglia che si sta consumando sulla Rai - sotterranea ma non troppo - potrebbe incidere parecchio sul futuro del servizio pubblico. La situazione è davvero di stallo e appare difficile da risolvere. Quali sono le posizioni delle parti in causa?
Il Pdl è assolutamente contrario sia all’ipotesi del commissariamento sia a quella del cambio di governance: il partito vorrebbe procedere alle nomine del cda Rai con l’attuale legge Gasparri e pare irremovibile.
Il Pd vorrebbe il cambio della governance o, in alternativa, il commissario straordinario. Al punto che, almeno sulla carta, vorrebbe addirittura uscire dal consiglio d’amministrazione qualora non si procedesse nell’uno o nell’altro senso. «Continuiamo a dire che così com’è, siamo molto preoccupati della riedizione della logica spartitoria e proprio per affermare la nostra estraneità a questo, noi non siederemo nel Consiglio di amministrazione della Rai. Il Pd non darà nessuna designazione», ha detto Anna Finocchiaro (capogruppo dei senatori Pd, a margine di un incontro del partito a Catania).
Il Terzo Polo è per il commissariamento, se necessario. Una presa di posizione ribadita sia da Fini sia da Casini, che di fatto pone il Pdl in una posizione di isolamento.
Ma effettivamente, quali sono le possibilità?
Naturalmente, c’è anche la prorogatio dell’attuale cda (alla quale sarebbe, però, molto contrario il Presidente della Repubblica), almeno dopo le amministrative (come suggerì il centrista Casini). Spiega Stefano Folli su Il Sole24Ore:
«Il punto è che l’attuale Cda, pur in scadenza, avrà bisogno di qualche settimana per completare i bilanci, circostanza che lo aiuterà a scivolare in modo naturale verso maggio. E poi non bisogna dimenticare che nel mese di aprile il governo dovrà prendere una decisione definitiva sulle frequenze tv […] ed è un po’ difficile immaginare che non esistano legami neanche indiretti fra la partita che tocca la gestione della Rai e lo sblocco del rebus delle frequenze».
D’altro canto, il Governo potrebbe, in effetti, nominare un commissario straordinario: occorrerebbe però ricorrere alla decretazione d’urgenza e far leva sulla “necessità ed urgenza” del provvedimento. Una necessità ed un’urgenza che, secondo molti, non ci sarebbero, visto che i conti sono a posto. Secondo alcuni analisti, poi, la Gasparri non lascerebbe spazio al commissariamento. Ma la decretazione d’urgenza può bypassare qualunque provvedimento, con il potere d’ordinanza. Certo, sarebbe un pessimo segnale e un atto d’imperio da parte del Governo Monti, ma è comunque tecnicamente possibile.
Il fatto è che secondo altri, la modifica della governance è assolutamente necessaria e stabilita per legge.
Continua a leggere: Rai - Commissario, nomine, prorogatio o cambio governance?

Carlo Freccero non sapeva di essere registrato quando al telefono con Francesco Borgonovo ha perso le staffe insultando il giornalista e il giornale per cui lavora, Libero, dopo un articolo che aveva chiesto lo spostamento del telefilm Fisica o Chimica fuori dalla fascia protetta di Rai 4. Il direttore della prima rete digitale del servizio pubblico si è lasciato decisamente andare, cose che capitano fin troppo spesso, ma il caso è divenuto di dominio pubblico perché l’audio della telefonata è finito in rete.
Freccero rischia di dover affrontare una qualche forma di sanzione: il “caso” sarà esaminato dal Cda Rai e ci sono già un paio di consiglieri di maggioranza a ritenere che il suo comportamento sia grave e sanzionabile, soprattutto per quello che riguarda il riferimento alla sudditanza nei confronti della Chiesa di cui sarebbe affetta Lorenza Lei, direttore generale dell’azienda. Giovanna Bianchi Clerici, consigliere in quota Lega, parla di “telefonata pazzesca”, assolutamente “inaccettabile che un dirigente insulti un giornalista e i vertici dell’azienda per cui lavora in questo modo”.
Antonio Verro, Pdl, non ritiene che ci siano i margini per punire Freccero con il licenziamento, ma condivide nella sostanza il giudizio della collega sul fatto che “quanto accaduto è di una gravità unica”. E il direttore di Rai 4? Sembra tranquillo, anche piuttosto spavaldo e va al contrattacco:
Quella telefona non esiste, non ha alcun valore giuridico. Per me Bianchi Clerici e Verro possono dire quel che pare loro, non sono punibile, è come se qualcuno mi avesse letto nel pensiero, non ha valore. Anzi, sono io che dovrei fare causa alla Rai perché sono da anni demansionato.
Di certo dopo questo episodio, ammesso che Freccero certe cose alla Lei non gliele avesse già dette direttamente, non sarà salutare per il rapporto fra il direttore di Rai 4 e i vertici della tv di Stato. Vedremo se il Cda si limiterà ad una censura generica oppure se proverà a trasferirlo d’ufficio ad altro incarico.

Che ne sarà della Rai? Dopo il vertice di maggioranza di ieri, da cui Monti, Alfano, Bersani e Casini sono riemersi con un bel nulla-di-fatto sul tema del servizio pubblico, si affastellano le ipotesi, le ricostruzioni a mezzo stampa, le soffiate dei bene informati.
Secondo la maggioranza di queste voci, Monti avrebbe in mente di fare una “leggina” che darebbe più poteri al d.g. (una specie di supermanager, con poteri molto vicini a quelli di un commissario straordinario, ma senza il commissariamento, per carità, perché non sarebbe affatto tollerato dai partiti). La soluzione sarebbe salomonica: si andrebbe alla nomina del cda con la Gasparri, e così sarebbe contento il Pdl (la cui affezione alla Gasparri appare ormai null’altro che un enorme desiderio di mantenere lo status quo della lottizzazione). Si cambierebbe, contestualmente, la governance, e così sarebbe contento il Pd. Che, per inciso, contro la Gasparri protesta da tempo (l’immagine qui sopra, © TM News, è del 2004), ma che, pur di non far cadere il Governo sulla Rai, evidentemente sarebbe disposto all’ennesimo compromesso (il che fa nascere qualche dubbio sulla bontà della protesta originaria).
E l’Udc? Be’, da buon uomo di centro, Casini fa sapere la sua, e spiega che lui è per la prorogatio:
«La Rai? Riparliamone dopo le amministrative, quando ci sarà la serenità necessaria per affrontare la questione della prima azienda culturale del Paese che non va bene. La proroga? Si tratta di quindici giorni».
Il tempo scorre velocemente. E una soluzione andrà trovata comunque. Quale sia, al momento, con buona pace delle ipotesi e delle ricostruzioni, non è dato saperlo. Perché la tv pubblica è importante per tutti e tutti intendono giocare su di essa la loro partita (una partita la cui importanza strategica è stata chiarita da tempi immemorabili, e confermata quando qualcuno scrisse un certo Piano di rinascita democratica, che di democratico non aveva proprio nulla).
Certo, a guardar bene le condizioni al contorno, c’è da meravigliarsi che il colosso comunque continui a funzionare. Il che significa che una fetta virtuosa di servizio pubblico esiste, indipendentemente dalla lottizzazione. La soluzione migliore? Ma è ovvio: eliminare del tutto l’ingerenza politica dall’azienda. Ovvero, una missione impossibile.

La foto pubblicata su Twitter da Pierferdinando Casini ieri sera faceva pensare che al vertice fra Monti, Bersani, Alfano e lo stesso Casini ci fosse un bel clima disteso. Ma evidentemente non era esattamente così.
La discussione sulla Rai e sulle nuove nomine del consiglio d’amministrazione del servizio pubblico hanno visto Pd e Pdl arroccati sulle rispettive posizioni: i primi non intendono partecipare alle nomine se verrà mantenuto lo status quo normativo (se poi accadrà davvero, nel caso, è tutto da vedere); i secondi non intendono dare il loro placet a una revisione della legge Gasparri.
Con i due contendenti non disposti a cedere, al termine della riunione-fiume a palazzo Chigi, evidentemente il Presidente del Consiglio Mario Monti ha optato per una soluzione diplomatica della questione: rinviarla a un prossimo incontro, in data ancora non definita.
Insomma, il gioco dei veti incrociati, per il momento, non fa che lasciare le cose come stanno. Il 28 marzo è vicino. Stando a quanto riporta il Sole24Ore, si potrebbe optare per una mini-riforma che riduca il numero dei consiglieri da nove a cinque, con un presidente eletto dai due terzi della Vigilanza. La cosa richiederebbe comunque una legge per modificare almeno una parte della Gasparri. Ecco perché la proroga dell’attuale cda sembra essere un’ipotesi sempre più concreta. Anche perché la riduzione del numero non risolverebbe i problemi a monte: chi rinuncerebbe a nominare uno dei consiglieri? E il Presidente, non diventerebbe dunque necessario e vincolante per trovare una maggioranza? E come verrebbero riequilibrati i poteri fra il Cda e il d.g.?
Insomma, il futuro della Rai, almeno fino a giugno, potrebbe chiamarsi prorogatio.