Checco Zalone che sputtana Silvio Berlusconi su Canale 5 che cos’è? Un presidio democratico o uno strumento furbacchione del regime? No, perché bisogna capirlo. O, quantomeno, dobbiamo domandarcelo, noi che trattiamo il materiale televisivo per lavoro o per passione e che per settimane e mesi ci siamo indignati con ferocia sul presunto bavaglio posto dal Governo sulla bocca della libertà d’espressione. Checco Zalone che in casa del Premier, in prima serata, parafrasa De André e sostituisce Patrizia D’Addario a Marinella, che cos’è? Forse una furbata, l’ennesima mossa geniale, acuta, senza precedenti, di un “padrone” allo sbando e senza più sudditi fedeli che è costretto a cavalcare la stessa onda dei suoi avversari e piazzare un bel braciere ardente sotto gli occhi di tutti per poi dire - anzi, senza nemmeno dirlo, lasciandolo sotteso, percettibile, individuabile: ecco, avete visto? Altro che censura! O forse davvero, Checco Zalone, all’anagrafe Luca Medici, è un reale presidio democratico, cioè la prova, spontanea e sincera, che la libertà d’espressione non è affatto messa in discussione nella televisione italiana e che un comico geniale e appuntito possa davvero prendere, presentarsi su un palcoscenico davanti a milioni di elettori e dire, con la voce posticcia di Silvio Berlusconi: “Furono baci e furono sospiri/ci ho altri mille euro se ti giri”.
Per la prima volta - la prima volta - dall’inizio di questa oscena querelle che ha gettato nella spazzatura il Paese intero agli occhi di tutto il mondo tranne quelli di Minzolini ed Emilio Fede, un essere umano ha fatto menzione alle escort del Premier su una rete Mediaset. Senza contraddittorio, senza Ignazio La Russa, senza Ghedini. Solo, tra gli applausi a scena aperta e le risate della folla, cioè quella stessa massa che, sostiene il presidente del Consiglio, è tutta quanta con lui. Pazzesco, a ben pensarci: “Venne da Bari un imprenditore/Con delle sventole da paura/Lui le guardò, chiamo il dottore/Prepari subito una puntura”. Ecco, nemmeno una bestia mitologica con il corpo di Santoro, la testa di Travaglio e le mani di Vauro avrebbe potuto concepire un’apologia simile senza temere l’intervento dell’esercito in diretta televisiva. Perciò, viene da domandarsi, spero legittimamente, che cos’è e che cos’è stata la performance di Checco Zalone su Canale 5 l’altra sera? Un presidio democratico, la prova che l’Italia è un paese libero fondato effettivamente sull’articolo 21 della Costituzione, oppure una manovra politica, la più geniale e popolare, messa a punto dallo staff di chi comanda?
(dopo il salto, l’argomento trattato dalla stampa “di sinistra” e da quella “di destra”)
Continua a leggere: Analisi sul Checco Zalone Show. Presidio democratico o strumento di regime?
Questa sera una nuova puntata di Annozero. Clima caldo: tuttavia Michele Santoro e compagni si occuperanno del caso Ciancimino e dei rapporti mafia-politica, lasciando da parte - a meno che la riunione di redazione odierna non scombussoli imprevedibilmente tutti i piani (UPDATE: ed è esattamente così che è andata a finire, almeno a quanto sostengono i colleghi di polisblog) - il caso politico più scottante dell’ultim’ora. Giusto in merito alla trasmissione di approfondimento di RaiDue, il ministro per lo sviluppo economico Claudio Scajola incontrerà poco prima della diretta (ore 19.30) il presidente della Rai Paolo Garimberti e il direttore generale Mauro Masi. L’argomento del giorno sarà ancora la prima puntata di Annozero, oggetto di una vera e propria indagine da parte del Ministero. Proprio il ministro ha ribadito, rispondendo così alle critiche che gli venivano mosse, in merito alla legittimità del suo intervento politico:
“Secondo l’articolo 39 del contratto di servizio, il ministero per lo Sviluppo economico cura la corretta attuazione del contratto stesso con facoltà di disporre verifiche, ispezioni o richiedere in qualsiasi momento alla Rai informazioni, dati e documenti. Si tratta di un potere specifico e ben definito che costituisce espressione delle peculiari responsabilità che l’ordinamento attribuisce al governo. Le funzioni del ministero non confliggono con quelle della commissione di Vigilanza e dell’Autorità per le telecomunicazioni ma si coordinano con essere nel perseguire l’obiettivo comune di garantire il puntuale rispetto da parte della concessionaria degli obblighi connessi al servizio pubblico”.
L’opposizione, nella persona di Paolo Gentiloni, ex ministro delle Comunicazioni, è stata la seguente:
“Un intervento su un singolo programma televisivo non ha alcuna giustificazione nell’articolo 39 del contratto di servizio, in vigore da 15 anni e mai utilizzato da nessun ministro per giustificare interventi censori. In materia di pluralismo il governo è parte in causa e non è certo un arbitro imparziale”.
Ma la lista delle priorità della Rai prevede altri appuntamenti decisivi.
Il comitato di redazione del Tg1 ha deciso - non è la prima volta - di prendere le distanze dal proprio direttore Augusto Minzolini il quale ha quest’oggi firmato un editoriale in cui ha delegittimato la denuncia manifestata ieri a Piazza del Popolo da circa 250mila persone: “Sostenere che la libertà di stampa è in pericolo è un assurdo”, ha detto il direttore che ha, in questi mesi, deliberatamente nascosto ai suoi telespettatori la notizia delle feste con escort in casa Berlusconi. Il cdr ha così deciso di chiedere ai vertici Rai “una convocazione urgente per esprimere le nostre preoccupazioni”
Il comunicato, che verrà letto questa sera nell’edizione del Tg1 delle 20, recita:
“Il Tg1 non è mai stato schierato, nella sua storia, contro alcuna manifestazione. Ieri il direttore lo ha allineato contro la manifestazione del sindacato unitario dei giornalisti per la libertà d’informazione, cui ha aderito una moltitudine di cittadini. Il Tg1 ha per sua tradizione un ruolo istituzionale, non è un tg di parte. E’ il Tg di tutti i cittadini, anche di quelli che hanno manifestato per chiedere il rispetto dell’articolo 21 della Costituzione. E cui sbrigativamente è stato detto di aver fatto una cosa ‘incomprensibile’. Il Tg1 va in tutte le case. E’ servizio pubblico e rispetta ogni opinione e sensibilità per non mettere in gioco il suo patrimonio di credibilità. Ai telespettatori che in queste ore fanno giungere le loro proteste l’impegno del comitato di redazione perché siano recuperati rispetto ed equilibrio”.
Ricordiamo che il cdr del Tg1 era già insorto un paio di mesi fa, per urlare la propria indignazione in merito alle eccessive ingerenze della politica nei gangli della stessa direzione e amministrazione del suddetto telegiornale.
Signore e signori, Noemi Letizia. La ragazzina che ha contribuito - suo malgrado - a gettare l’Italia nella pattumiera del mondo si racconterà questa sera alle ore 18 su SkyTg24 con replica alle 22. La giovane, diventata tristemente celebre nell’ambito dello scandalo che ha coinvolto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, si è confessata in un’intervista rilasciata alla giornalista americana del Daily Mail Daphne Barak: l’appuntamento esclusivo si intitola “Parla Noemi” e presterà il fianco all’interpretazione - finora quasi mai accennata - della stessa Noemi sui fatti celebri di cui non serve fare menzione.
Un’anticipazione:
“Tutti possono vedere che non sono io la ragione del divorzio. Come è possibile che la festa di una diciottenne rovini un matrimonio? Se è così, che tipo di matrimonio era? Non ho niente a che fare con questo. Quello che dice Veronica non mi interessa. Sono problemi familiari loro. Io non posso essere incolpata per questo. Quando ero piccola, gli ho dato il nomignolo che tutti conoscono ora. Perché io sono una persona dolce, mi piace dare nomignoli alle persone che amo. E così ne ho dato uno a Silvio, perché è dolce. Era per dimostrargli affetto”.
Terzo capitolo, anche questo inevitabile, della saga “Videocracy”. Il documentario sulla Tv, prima ghettizzato dalla mostra del Cinema di Venezia, poi censurato dalla stessa televisione, stasera approda su Current Tv. Scontato, per l’appunto: ovviamente stiamo parlando del trailer e non del film intero. Quello, firmato dal poliedrico Erik Gandini, andrà in scena proprio a Venezia, sebbene facendo il suo ingresso da una porta laterale (sezione “Settimana della Critica”), il 3 settembre, per poi scivolare nelle sale italiane (si spera) a partire dal giorno dopo. Intanto, a partire da questa sera, sul canale 130 di Sky, potremo gustare qualche spezzone di presentazione. Non è la prima volta che un lavoro di Gandini fa la sua comparsa sul canale fondato da Al Gore: il 4 maggio scorso, nell’ambito di “Current Doc”, appuntamento fisso del lunedì, era andato in onda il suo “Gitmo”, inchiesta su Guantanamo.
L’informazione indipendente è di casa su Current. O almeno ci prova. Oltre “Citizen Berlusconi” e l’attesissimo “La Minaccia”, documentario su Chavez, di cui pure abbiamo parlato in tempi non sospetti su TvBlog, siamo convinti che anche “Videocracy” vedrà la luce quanto prima su questo canale.
Ieri era nell’aria, ma avevo deciso di non scriverlo per evitare strumentalizzazioni aprioristiche. Oggi il caso di “Videocracy” è definitivamente scoppiato su tutti i giornali: il documentario di Erik Gandini sulla televisione sarà “censurato” dalla televisione. E’ incredibile come un’eventualità tanto assurda possa, invece, essere del tutto pronosticabile, in questo meraviglioso Paese ridotto a una larva da una successione di classi politiche moralmente, intellettualmente e umanamente indegne.
La Rai è diventata isterica anche solo a sentir parlare del trailer. Figuriamoci il resto. Idem per Mediaset: entrambe hanno rispedito al mittente le promozioni del lavoro di Gandini. A differenza di quanto detto dal direttore della mostra del cinema di Venezia, Marco Muller, stavolta la motivazione è completamente di stampo politico. Spiega Domenico Procacci, distributore del film:
“Come sempre abbiamo mandato i trailer all’AnicaAgis che gestisce gli spazi che la Rai dedica alla promozione del cinema. La risposta è stata che la Rai non avrebbe mai trasmesso i nostri spot perché secondo loro, parrà surreale, si tratta di un messaggio politico, non di un film”.
Idem in casa del Biscione:
“Ci hanno detto che secondo loro film e trailer sono un attacco al sistema tv commerciale, quindi non ritenevano opportuno mandarlo in onda proprio sulle reti Mediaset“.
La Rai, questa la motivazione ufficiale, non può prescindere dal pluralismo (una parola aberrante che fa il paio solo con un’altra: “par condicio”). Nel film, secondo Viale Mazzini, esiste una critica diretta ad una precisa parte politica e, per questo, si rende necessario un contraddittorio, diciamo così, nello specifico un film di “messaggio” opposto. “Attraverso il collegamento tra la titolarità del capo del governo rispetto alla principale società radiotelevisiva privata - si legge nel comunicato ufficiale della Rai - si potrebbe pensare che attraverso la tv il governo potrebbe orientare subliminalmente le convinzioni dei cittadini influenzandole a proprio favore ed assicurandosene il consenso”.
Non è la prima volta che qui, su TvBlog, citiamo Alessandro Gilioli e il suo blog “Piovono Rane”, per la puntualità di certe sue argomentazioni in merito ai fatti televisivi. Considerato il mese ultra-estivo e la pochezza di contenuti, è forse giusto continuare sulla strada della comprensione, per quanto riguarda il bailamme che sta capitando in questi giorni alla Rai, non soltanto un’azienda televisiva, ma un mezzo, potentissimo e penetrativo, capace di modificare le nostre vite, le nostre abitudini e, soprattutto, le nostre scelte.
Fatte le nomine, a Viale Mazzini tuona aria di tempesta, come abbiamo ampiamente spiegato: nel suo articolo, Gilioli, riprende un clamoroso articolo, scritto per il quotidiano “Libero” da Gianluigi Paragone (nella foto), neo vicedirettore eletto di RaiUno (con il voto contrario del presidente Garimberti, ricordiamolo). E’ una fortuna che lo abbia fatto, altrimenti lo stesso avrebbe rischiato di cadere nel dimenticatoio, o di rimanere meramente in pasto ai soli lettori del quotidiano dell’ex direttore Vittorio Feltri. Scrive Gilioli nel suo pezzo intitolato “Lui mente, tu paghi, Silvio incassa”:
“Si dice che durante la guerra contro l’Iraq, gli ayatollah iraniani mandassero i ragazzini a camminare davanti ai carrarmati: così, se c’era una mina, saltavano loro e il cingolato era salvo.
Bene: ora, in Italia, Berlusconi sta usando la Rai esattamente nello stesso modo. Nella sua guerra contro Murdoch, manda avanti la tivù di Stato facendole perdere ascolti e denaro, al solo scopo di preservare il suo cingolato, cioè Mediaset.
Se volete una prova plastica di questa strategia realizzata a spese nostre - visto che la Rai la manteniamo noi - leggetevi l’articolo su “Libero” di oggi del nuovo vicedirettore di Raiuno, Gianluigi Paragone. Un misto di bugie e di incompetenza che ha dell’incredibile.Paragone infatti spiega che la Rai fa benissimo a togliere i suoi canali satellitari a Sky perché, se inclusi nel pacchetto Sky, - «regalano opportunità di raccolta pubblicitaria a un concorrente. Come se uno vendesse un giornale fatto per un terzo da articolo scritti dai suoi giornalisti, per un terzo da articoli di Libero e per un terzo da articoli del Corriere, poi lo porta in edicola e presso gli inserzionisti pubblicitari piazzandolo come un suo prodotto. In poche parole quelli di Sky salgono sulla giostra di viale Mazzini e non pagano il biglietto: geni loro o pirla gli altri».
Ora, in questo capoverso Paragone è riuscito a infilare tre balle - o tre grezze - spaventose.
Primo, gli spot pubblicitari che passano sui canali Rai attraverso la piattaforma Sky non vengono pagati a Sky ma alla Rai. E’ stupefacente che Paragone non lo sappia, o finga di non saperlo. La Rai fa il sei per cento di audience sulla piattaforma Sky e quindi incassa circa 140-150 milioni di euro l’anno grazie al passaggio sulla piattaforma Sky.
Lost in Berlusconi, il cortometraggio che ha per protagonisti dei finti sceneggiatori di Lost, interpretati da Fabrizio Giannini, Alessandro Averone, Stefano Fresi e Roberto Pappalardo, che vengono ingaggiati per creare una storia credibile sui rapporti fra Noemi Letizia e Silvio Berlusconi, ha un seguito. Apparso in rete da un paio di giorni è stato scovato dai nostri colleghi di Blogapuntate. All’epoca intervistammo gli autori (anonimi) del cortometraggio, intanto però la cronaca ha fornito nuovi argomenti, una nuova storia che ha bisogno di una sua coerenza e verosimiglianza per non imbarazzare il premier è spuntata dopo la realizzazione del primo episodio, il riferimento è allo scandalo delle escort e della presunta notte d’amore (a pagamento) di Patrizia D’Addario a Palazzo Grazioli.
Così tornano in scena i 4 sceneggiatori, anche stavolta la loro creatività riuscirà a partorire una trama “che torni”?
“Lost in Berlusconi” è un cortometraggio geniale. Prende l’affaire Noemi e lo trasforma in fatto televisivo, in archetipo, in movimento politico, in satira ferocissima di quello che siamo. E’ un’opera di un gruppo di autori e sceneggiatori che, per motivi propri e rispettabilissimi, ha deciso di rimanere anonimo. La trama è di una banalità meravigliosa: gli sceneggiatori di Lost, interpretati da Fabrizio Giannini, Alessandro Averone, Stefano Fresi e Roberto Pappalardo, professionisti che hanno partecipato al progetto a titolo gratuito, sono riuniti intorno a un tavolo, costretti da un esponente Dharma a dare una spiegazione agli incredibili fatti intorno il Premier Silvio Berlusconi e la famiglia Letizia. Il tutto dura meno di 7 minuti. Di seguito, quattro chiacchiere con gli autori di questa piccola gemma; quindi il video direttamente da YouTube.
Come vi è venuta in mente questa idea?
“Lost è la quint’essenza del funzionamento dei mass media come mezzi di progressiva distrazione. Ogni giorno una notizia cancella il ricordo della notizia precedente, non importa dire cose assurde tanto il giorno dopo nessuno se le ricorderà. In politica Berlusconi è stato il più bravo a interpretare questi meccanismi, per questo sposare Berlusconi e Lost è stato in qualche modo naturale”.
Il quotidiano online “Affaritaliani”, molto addentro ai sommovimenti politici in fatto di organigrammi televisivi, rivela alcune clamorose indiscrezioni relativamente alle nomine Rai. Il nome per la direzione del Tg2 sarebbe quasi certamente quello di Mario Orfeo, direttore de Il Mattino, mentre il “capo” di RaiDue sarà Massimo Liofredi, già capostruttura Rai e in quota Pdl. Tutto ciò dovrebbe diventare “esecutivo” a partire da mercoledì 17 giugno con la formalizzazione in Cda. Sconfitta la Lega, che aveva già dato il prprio niet a Lo Maglio e alla Petruni.
“Affaritaliani” suggerisce anche la strategia politica in merito alla definizione dei piani di RaiTre e Tg3, tradizionalmente “panieri” della sinistra. Il Partito Democratico vorrebbe mantenere le cose come sono, quindi Antonio Di Bella direttore del Tg e Paolo Ruffini della rete; D’Alema spinge Di Bella al posto di Ruffini e Bianca Berlinguer al Tg3. Angela Buttiglione, attuale direttore nazionale dei Tg Regionali, sembra orientata ad abdicare in favore di Piero Vigorelli, per volontà, suggerisce “Affaritaliani”, dello stesso premier Berlusconi.
Piccole curiosità tribunalizie. Piccole gemme da Cassazione. Secondo la sentenza numero 12885 alla Rai - televisione di Stato - è consentito di subissare i cittadini di lettere di ingiunzione qualora siano presunte delle irregolarità col pagamento del canone; dal canto proprio, chi riceve tali sollecitazioni, anche qualora sia effettivamente innocente o non possegga l’apparecchio televisivo in casa, non può chiedere risarcimento danno per il “disturbo”.
Così la suprema Corte ha accolto il ricorso della Rai contro la decisione del giudice di pace di Amantea che, nel 2006, aveva imposto a Viale Mazzini di risarcire la signora Raffaella F. con 100 euro a titolo di ‘danno esistenziale’ per l’invio di tre lettere, nei mesi di luglio 2001, luglio 2002 e settembre 2005 con le quali la tv pubblica sollecitava il pagamento del canone.
Sottolinea la Cassazione:
“Questo tipo di lettere rientra in quegli sconvolgimenti della quotidianità consistenti in disagi, fastidi, disappunti, che, per la loro lievità non sono meritevoli di tutela risarcitoria”.
Aspiranti evasori o sudditi del verbo di Silvio, unitevi: in arrivo tempi bui per voi.
Ospite di “28 minuti”, trasmissione di Radio2 curata da Barbara Palombelli, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha parlato per la prima volta chiaramente di Enrico Mentana e del suo licenziamento da Mediaset. Il Premier non si era mai sbilanciato più di tanto anche perché, ad onor del vero, erano sempre mancate le domande dirette: adesso, in piena campagna elettorale, Berlusconi ha lanciato un messaggio all’ex conduttore di “Matrix” che forse apre uno spiraglio sulla conclusione della vicenda, dopo i travagli legali recenti che si erano momentaneamente chiusi con il reintegro del giornalista, per decisione del giudice.
“Faccio tanti auguri a Mentana che possa ritornare a fare al più presto il giornalista televisivo, mestiere in cui è molto bravo. Con lui non ho mai avuto un contrasto, c’è sempre stata stima reciproca. Quindi il mio appuntamento con la trasmissione della rete resta confermato”.
Giusto pochi giorni fa, intervistato da Lilli Gruber a “Otto e mezzo”, Enrico Mentana aveva detto che anche con Fedele Confalonieri la situazione era stata chiarita dopo gli strali iniziali: non vorremmo dirlo, insomma, ma qualcosa sta delineandosi all’orizzonte e questo qualcosa potrebbe prevedere effettivamente un clamoroso ritorno di “Mitraglia” alla conduzione di qualcosa di importante presso il Biscione. Certo, di mezzo c’è sempre la vicenda giudiziaria ancora in corso: ma quella può considerarsi un atto dovuto. Alla domanda della Palombelli se Mentana gli mancasse, Berlusconi ha risposto:
“Devo dire che non ho molto tempo per guardare la tv e quindi da questo punto di vista non mi manca”.
La si ama e la si odia: è come le diete, Ilaria D’Amico. Vuoi avere a che fare con lei solo quando è strettamente necessario: dopo le partite, per esempio, se quello è l’unico sistema per sentire le voci dagli spogliatoi; oppure la ami, e allora bene ti viene, perché è bella, anzi di più e questo, fatalmente, viene prima, molto prima, almeno in Italia è così, dell’effettiva bravura o meno.
Intervistata da La Stampa, la conduttrice di Sky Calcio Show ed Exit (La7), ha fatto un bilancio della stagione televisiva che ha forse più fatto parlare di lei. La consacrazione su Sky, in un anno di importanza strategica epocale per la piattaforma di Murdoch (moltissimi degli spot mandati in onda per promuovere nuove iniziative, artisti e canali avevano il volto di Ilaria come testimonial) e il discreto successo del suo talk show su La7, impreziosito dall’ospitata rumorosissima di Beppe Grillo.
Partiamo proprio dal guru genovese:
“Un’occasione persa. Beppe ha reiterato la politica del vaffanculo. Mi aveva promesso di accettare il contraddittorio. Credo desiderasse davvero andare oltre il monologo, ma è rimasto vittima del suo personaggio. Non potevo non chiedere scusa all’azienda. Mi ha accusata di ‘zerbinismo’? Mi conosce e mi stima. Ci sono cose che si dicono e cose che si pensano. Nel blog ha voluto compiacere il suo popolo. Quando ci rivedremo, lo ammetterà. Se non sarà così, io avrò sopravvalutato lui e viceversa”.
Modelli a cui ispirarsi:
“Fabio Fazio e Lucia Annunziata. Fazio è bravissimo ad ascoltare, l’Annunziata sa andare oltre l’ostacolo. E poi Giovanni Minoli: Mixer ha fatto scuola”.
Calcio. Inevitabilmente: la signora della domenica è tale mica per caso. Mourinho:
“Non lo venero, ma senza lui staremmo tutti peggio. Il suo pregio e difetto è l’egocentrismo. Lo spinge a rischiare, ma anche a essere poco lucido. Aveva messo in preventivo le critiche personali, che lo esaltano: non quelle tecniche dei 54 milioni di allenatori italiani. Si è tranquillizzato solo dopo aver vinto”.
La settimana che va ad incominciare sarà - si spera - cruciale per le sorti aziendali, economiche e finanziarie della Rai. Slittate ancora le nomine, come abbiamo già visto, fa scalpore, tra gli addetti ai lavori, il tentennamento da parte della tv di Stato di chiudere positivamente la trattativa con Sky per il rinnovo del pacchetto satellitare. Oltre all’ammanco economico, di cui abbiamo già reso edotti più volte i nostri lettori, esiste anche una questione, per così dire, morale e deontologica: lo stesso presidente Garimberti, durante l’ultimo cda aziendale, ha posto la questione in termini seri: la Rai è vincolata dal . Tradotto: nella sua natura di televisione pubblica, il colosso di Viale Mazzini ha l’obbligo di essere visualizzabile e fruibile su ogni piattaforma, dunque anche su Sky, esattamente com’è sempre accaduto finora. L’escamotage eventuale di trasferirsi sul digitale terrestre o, addirittura, di rendere necessario l’acquisto di un ulteriore decoder (Tivùsat) - ipotesi pure ventilata - non reggerebbero. A mediare su questo punto il viceministro delle Comunicazioni Paolo Romani:
“E’ vero che la Rai ha un obbligo di presenza su ogni piattaforma ma non su tutte: per quel che riguarda il satellite spetta all’azienda scegliere quale sia la più indicata”.
Fatta la legge trovato l’inganno, per così dire: staremo a vedere quali margini di manovra avrà la Rai per smuoversi da questa apparente sabbia mobile.
Al momento - ricordiamo che il contratto con Murdoch scade a fine luglio, ma il termine per avanzare una nuova proposta economica è fissato per il 21 maggio - il punto nodale appare essere un altro: Mediaset. C’è infatti la possibilità che possa essere proprio un canale di Berlusconi a prendere il posto di RaiUno nella posizione più ambita, la fatidica 101, e questo canale dovrebbe essere Mediaset Plus (attualmente nella posizione 123) sulla piattaforma satellitare australiana da dicembre, forte di un mega contratto che non vede neppure in lontananza la scadenza. Generalista per generalista, Mediaset Plus è il non plus ultra, tra quelle possibili, anche più di SkyUno. Certo, lo smacco, per la Rai, sarebbe tragico, visto che perderebbe in un sol colpo una barca di quattrini, visibilità e coerenza.
Mentre la politica si graffia le guance e si straccia le vesti per l’ultima puntata di “Annozero” dedicata alla querelle Berlusconi-Veronica Lario (l’informazione che questo Paese si merita, per inciso), corre verso il dimenticatoio la questione legata alle Nomine Rai. Già slittato due volte l’appuntamento decisivo, il Consiglio di amministrazione della tv di Stato ha rinviato a mercoledì prossimo, il 13 maggio, la discussione, si spera, definitiva per chiudere il quadro dei vertici aziendali (in ballo Tg1, Raiuno e vicedirezioni generali). Resta appesa anche la questione legata al contratto con Sky, per la permanenza dei canali Rai (RaiSat) sul satellite di Murdoch: prevista un’apposita sessione del Cda giovedì prossimo, il 14. Ricordiamo che in ballo - ne avevamo parlato tempo fa - ci sono più di 50 milioni di euro che potrebbero improvvisamente mancare dalle casse Rai: non un problema da niente, considerando anche le recentissimi e velenose polemiche sui conti in rosso e l’opportunità dell’aumento del canone.
Intanto, sempre a proposito di “Annozero”, duro attacco del sottosegretario alle Comunicazioni, Paolo Romani:
“La puntata di ieri non ha nulla a che fare con il servizio pubblico. Un dispendio di tanti soldi dei cittadini nel tentativo di dimostrare una tesi basata solo sul gossip e di totale disinteresse per il pubblico e per il Paese. Tesi, tra l’altro, che rimane del tutto indimostrata. Proprio Santoro, che si erge a paladino del buon giornalismo, ha costruito una trasmissione totalmente inconsistente che nulla ha a che fare con l’informazione. Il problema, quindi, va al di là di Santoro e riguarda il rapporto tra il servizio pubblico e la corretta informazione. Una questione della quale, al di là delle critiche politiche, si deve fare carico la nuova dirigenza della Rai. Nessuno chiede provvedimenti. Ma una riflessione profonda non può essere rinviata”.
In realtà sembra che la questione delle nomine sia molto, ma molto, moltissimo, più urgente. Soprattutto tenendo in considerazione la recente minaccia di Dell’Utri, relativa alla possibilità di “occupare la Rai”.