
Ho quarantanni non mi manca niente, ho un marito che dice di volermi bene, un figlio che non mi dà problemi, una suocera che pensa a tutto eppure, quando guardo fuori dalla finestra e vedo gli alberi…. tutto quello che desidero è impiccarmi a quello più alto! Eppure so cosa dovrei fare, dovrei trovare il coraggio di cambiare.
Questo è il testo della voice over che aprirà il primo episodio di Amiche mie, come ci è stato annunciato da Cristiana Farina, sceneggiatrice (o forse possiamo dire produttore creativo?). E proprio Cristiana è intervenuta, a più riprese, su TvBlog per parlare dello stato dell’arte della fiction italiana. E proprio su quel coraggio di cambiare, ecco cosa ci dice Cristiana, in un intervento che parla del modello produttivo americano, delle sigle, del coraggio, appunto. Quello che troppo spesso sembra mancare ai network e della cui assenza si dà, troppo spesso, la colpa agli autori. Il dibattito continua e continuerà. (Primo e secondo capitolo)
Il coraggio di cambiare! Per quanto riguarda il cambiamento della fiction italiana ritengo che il passo da compiere sia più semplice di quanto si è abituati a credere. Bisogna sì, guardare oltreoceano o nella più vicina Spagna, non per acquistare le idee però, ma solo il modello produttivo!
Infatti è quest’ultimo che fa la differenza nella realizzazione di un’idea pensata per una lunga serie televisiva. I famosi ‘format’ tanto ambiti dai produttori e dalle emittenti, non sono altro che un’idea applicata. I cesaroni ad esempio si fondano su un’idea molto semplice (tra l’altro, per ammissione degli stessi sceneggiatori spagnoli, ispirata alla commedia all’italiana) quello che in spagna li ha resi un prodotto di successo a mio avviso è la ricetta produttiva con cui vengono realizzati, ricetta ispirata alla produzione industriale americana.
Gli steps che gli americani seguono per realizzare una fiction sono i seguenti:
- L’ideatore propone al broadcast la propria idea (poche pagine), quest’ultimo decide di farne un pilota.
- L’ideatore insieme al broadcast decide il cast artistico e realizza il pilota.
- Esaminato il primo episodio della serie si decide se entrare in produzione.
Se sì l’ideatore mette in piedi la propria squadra di sceneggiatori e sotto la sua supervisione iniziano a scrivere gli episodi successivi. In gergo si dice che ogni serie ha un franchising preciso (ogni singolo elemento che lo caratterizza è ben presente nella testa dell’ideatore ed ogni episodio successivo al primo ne tiene conto) il franchising può essere già individuato nella sigla. Ad esempio negli states sono in onda decine di polizieschi, ma ognuno di loro si differenzia in maniera precisa e questo viene subito raccontato nella sigla: in CSI vediamo microscopi, laboratori, elementi scientifici; in The Shield, la squadra, la strada, le botte, il machismo e le gangs; in The Closer, una donna, le indagini, gli interrogatori; in Criminal Minds elementi che ci riconducono ai serial killers, etc.
Ognuna di queste serie appartiene allo stesso genere ma si differenzia dalle altre in maniera precisa.
- Scritti i primi tre episodi si inizia la produzione del primo.
- scritti cinque/sei episodi si va in onda con il primo.
Essendo una serie da cinquanta minuti lunga in media dai 18 ai 24 ep si fa in tempo ad aggiustare il tiro in funzione del gradimento del pubblico durante la messa in onda.
Questo a mio avviso fa la grande differenza. Scrivere mentre si produce, girare episodio dopo episodio (in cui ogni singolo scrittore è responsabile di ciò che ha realizzato) permette di avere un controllo preciso su ogni singola emozione. La continuità e la tensione che tiene insieme l’equilibrio di una puntata è gestita con maggior semplicità. Tutto è più armonioso, misurato, efficace, proprio per questo si può osare di più!
In Italia invece continuiamo a girare serie televisive (anche quelle tratte da idee originali, purtroppo!) come se fossero dei lunghi films, dividendo i tempi della scrittura da quelli della produzione e da quelli della messa in onda: preistorico!
Con il piano di lavorazione che prevede giorni in cui lo stesso attore deve girare scene tratte dal primo del quarto e dall’ultimo episodio.
Per concludere voglio dire che a mio avviso i produttori italiani più che andare a rubare le idee degli altri dovrebbero studiarne i sistemi produttivi. In Italia lo abbiamo fatto con le soap e siamo riusciti ad aprire un mercato. Perché non applicare il fortunato esempio anche su generi più ambiziosi?
Il timone della lunga serie televisiva a modello industriale deve essere dato in mano allo scrittore che, in veste di produttore creativo, (in america direbbero executive producer ma qui ha un altro senso) è responsabile della messa in scena di tutto ciò che scrive, anche a livello economico. In questo modo non ci saranno mai amputazioni giustificate da quell’orrida frase: quella scena l’abbiamo dovuta tagliare…. costava troppo.
Tale modello produttivo a mio avviso riduce i rischi economici, perchè se una serie va male si può interrompere la produzione e non buttare dalla finestra milioni di euro per un girato che nessuno vedrà mai, e inoltre, favorisce l’avvicendamento di più idee.
In America questo sistema alimenta un mercato da oltre trenta anni, gli spagnoli e gli argentini lo hanno capito, speriamo che anche ‘i nostri’ trovino: il coraggio di cambiare!
ccbabcock
18 lug 2008 - 13:21 - #1In Usa però questo metodo sta cambiando complice la crisi economica si preferisce puntare su una serie e produrne già un certo numero di episodi, non ci sono più tanti pilota in giro.
vecchiastoria
18 lug 2008 - 13:28 - #2si ma non è che sta serie mi sembra che abbia avuto molto coraggio di cambiare, mi sembra il solito tema trito e ritrito delle quarantenni in crisi. Basta! Continuiamo a copiare!
Danyfilm
18 lug 2008 - 13:31 - #3Articolo interessantissimo e molto chiaro. Quando ho studiato in america ho seguito anche dei corsi per scrittura di serie TV e quello che dice Cristina Farina è la sacrosanta verità. Purtroppo siamo ancora lontani dal modello produttivo d’oltreoceano, talmente lontani da non poter fare nemmeno un piccolo paragone. Quello che manca da noi è principalmente un’industria dell’audiovisivo vera e propria, come nella fiction così anche nel cinema perchè se non c’è industria non si produce e si mira solo a quelle piccole cose in cui sei sicuro di poter contare. Ci vuole coraggio e uno sforzo in più perchè da studente di cinema assicuro che di idee, a noi italiani, non mancano e non sono mai mancate.
Mister OK
18 lug 2008 - 13:59 - #4Complimenti a Cristiana Farina. Quanti bei ricordi ci ha regalato con “Vivere”. Ma possiamo continuare a commentare i post liberamente o siamo soggetti a censura come nel post cancellato dedicato all’”Isola di Koré”?
cristiana farina
18 lug 2008 - 14:03 - #5@ccbabcock a quale serie ti riferisci? A quanto ne so io i piloti vengono sempre girati prima di entrare in produzione… Infatti cashmire mafia credo sia stato acquistato dopo la visione al mercato del pilota. Quando la serie non era ancora in onda o era in onda da un paio di puntate. Altrimenti nessuno avrebbe scommesso su una serie di non successo. Al mercato di quest’anno i piloti erano sempre presenti…
Picchiatello
18 lug 2008 - 14:22 - #6Post molto bello perche’ semplice pieno di informazioni e molto “diretto”.
Delude solo il fatto che il post non dovesse scriverlo una sceneggiatrice (o forse possiamo dire produttore creativo?), ma doveva venir fuori da qualche alto dirigente a cui sta veramente a cuore la tv generalista ( o meno ).
Guardiamo comunque in faccia la realtà la tv-produzione italiana non potrà mai arrivare a certe “eccellenze” perche’ e’ lo stesso sistema sociale a non evere questo tipo di libertà.
E’ impensabile infatti pensare ad una relatà come quella descritta sopra per molteplici motivi:
1) mancanza di sceneggiatori adeguati .
2) mancanza di attori ( almeno quelli scelti nelle fiction) professionalmente capaci.
3) mancanza di produttori indipendenti ( od almeno con i soldi) da rai o mediaset.
In poche parole le riprese iniziano quando il didiero e’ ben parato dagli investimenti delle tv generaliste.
pppp
18 lug 2008 - 14:35 - #7Mi dispiace dover osservare che nonostante le buone intenzioni il cambiamento in Italia non è possibile. Come già evidenziato nei post sui dati di ascolto di ieri, va in onda qualcosa di nuovo ed intrigante, diverso rispetto alle solite fiction italiane perbeniste, moraliste, inverosimili come i Tudor e finisce che riescono a malapena a non essere un flop. Il cambiamento andrebbe fatto prima di tutto sul pubblico italiano pedante e monotono che a fronte di ottimi programmi (i Tudor hanno un cast stellare, bei costumi e scenografie, ottima scrittura) preferisce vedere le solite scemenze di nonno libero & company e le fiction imbottite di facile buonismo del sempre uguale B.Fiorello. Vi posto parte del mio commento sulle ragioni dei risultati mediocri dei Tudors:
“La fiction italiana è tradizionalmente una fiction perbenista che cavalca l’onda del moralismo (vero, falso o presunto) del pubblico. Dalle fiction dell’onnipresente e sempre uguale B. Fiorello a Nonno Libero, dai medici premurosi e affettuosi di Medicina Generale ai Cesaroni incarnazione della genuinità romana. Senza entrare in giudizi di merito su queste fiction, tutte hanno come denominatore comune un tipico moralismo volto a ribadire i valori della società italiana, spesso più per ottenere ascolti che per intento autoriale. In America questo non accade: pensiamo a Dottor House o Grey’s Anatomy, Desperate Housewives, i Tudors (che sono già alla 2° stagione), Sex and The City. Nessuna ha intento moralistico anzi c’è il rovesciamento dei valori tradizionali (tradimenti, sesso, cinismo,….), ma siamo sicuri che siano privi di morale? Forse la morale è una morale nuova, la morale delle giovani generazioni, è la morale della bioetica (Dr. House ne è pieno di problematiche legate all’etica medica), la morale dei matrimoni che purtroppo falliscono, del difficile rapporto tra genitori e figli, del deterioramento dei rapporti umani. Eppure a parte Dr. House, queste fiction in Italia sono relegate alle reti minori (Italia 1, Rai 2) perchè per i temi trattati hanno presa solo sul pubblico giovane e quindi molto rischiose per l’Auditel. Mi chiedo se in Italia si riuscirà mai a produrre una fiction che racconti la realtà, se riusciremo mai a liberarci del moralismo stucchevole e bigotto o se mai si riuscirà a mandare in onda una fiction che susciti l’indignazione del Vaticano….” Ma siamo sinceri prendendo una fiction a caso come “un medico in famiglia” e ditemi se è verosimile che tutto insieme accada che:
-uno si sposi con la sorella della moglie defunta
- il consuocero sposi la consuocera (agghicciante)
- la domestica ciociara sposi uno delle pompe funebri
- il padre lasci la famiglia su due piedi e non figuri per per anni
- la figlia si sposi con mediconzolo che ha preso in affitto la stanza del padre
- il figlio si fidanzi con la figlia del secondo marito della zia
- che davanti casa apra un ristorante indiano
- che il capofamiglia diventi sindaco e incontri per caso la nipote tornata a sorpresa dall’Africa in una città di 2 milioni e mezzo di abitanti come Rome
- ecc.ecc.
E il pubblico continua a vedere queste porcherie…
Barbara e Leonardo
18 lug 2008 - 14:37 - #8Non possiamo che concordare con Cristiana Farina. Sottoscriviamo appieno anche le osservazioni di Danyfilm.
Invece a Picchiatello ci sentiamo di replicare che purtroppo queste osservazioni/denunce vi potranno arrivare “solo” dagli sceneggiatori, che dal sistema produttivo italiano risultano schiacciati. Gli alti dirigenti se ne fregano, guardano solo ai numeri. I produttori indipendenti se ne stanno zitti, sperando di accaparrarsi qualche progetto (cosa che accadrà sempre più raramente)
Di conseguenza ti rispondo che:
1) non è vero che mancano gli sceneggiatori, agli sceneggiatori manca lo spazio per esprimersi.
2) non è vero che non abbiamo bravi attori, a molti bravi attori manca lo spazio in tv. E poi non tutti gli attori tv sono cani, posso citare nomi con cui abbiamo lavorato: Giorgio Tirabassi, Ricky Memphis, Giulia Michelini e anche Claudia Pandolfi, la sua interpretazione ne I Liceali era di ottimo livello.
3) non è vero che mancano i produttori indipendenti, ma manca loro lo spazio per esprimersi. Quando riescono ad ottenerlo, vedi Wilder, portano a casa ottimi prodotti. Il problema è che qui viene scelto “prima” il produttore che deve lavorare e “poi” il progetto che deve fare. E’ un sistema viziato alla fonte, dove non conta mai e insistiamo MAI l’idea che uno presenta.
ccbabcock
18 lug 2008 - 14:42 - #9Mi riferisco a Fringe, Dollhouse serie già ordinate per 13 puntate e pompatissime per non rischiare il flop.
Del resto con serie così costose come anche Lost non si può rischiare di fare un buco nell’acqua.
ccbabcock
18 lug 2008 - 15:06 - #10Quella di puntare su serie “sicure” sta invadendo anche l’America, piuttosto che produrre 100 piloti preferiscono anche loro fare 10 puntate di alcuni telefilm attentamente vagliati che giudicano buoni.
Comunque in generale è vero che sono in grado di fare le modifiche in corsa perchè la scrittura e le riprese non sono così separati.
anche The Tudors è stato pensato come serie di 3 stagioni e 30 puntate.
Picchiatello
18 lug 2008 - 15:34 - #11@ Barbara e Leonardo
Sul punto uno posso essere anche “fiducioso” attendo la prova dei fatti.
Sul secondo, visti anche gli esempi riportati, per quando riguarda il mercato “fiction” no mi dispiace…. non dico che certi attori non hanno risultati ma le parti che possono ricoprire non vanno al di la del poliziotto della dottoressa fotocopia della preccedenti esperienze ect….
Scusate ragazzi ma gli “esempi” sopra-citati a me proprio non piacciono.
jackk
18 lug 2008 - 15:50 - #12cmq non è che in spanga brillino di idee originali come in tutto il mondo copiano guardate le ultime serie di successo come yo soy bea…che l’adattamente di betty la fea sud americano…e LEX su antena 3 che è esattamente una copia basso profilo di boston legal…quindi non è che siamo i soli…l’unica cosa in cu siamo i primi al mondo è piangerci addosso…e commiserarci…e pensare che all’estero è sempre meglio…
pinky
18 lug 2008 - 15:51 - #13La figura del writer-producer (executive producer in USA) è centrale in questo processo produttivo, cercare di cambiare lo stato della fiction italiana equivale al riconoscimento di questa professionalità, lo dico da anni a produttori, reti e registi, ma tutti si sentono in qualche modo minacciati. La verità è che un prodotto televisivo deve avere un’impronta forte, caratterizzante e immediatamente riconoscibile, l’unico modo per raggiungere questo risultato è concentrare il processo creativo-produttivo in una-due persone che sono il/i garante/i della serie. E’ ovvio che chi sbaglia paga, se scrivo-produco un paio di serie che sono un flop di pubblico e critica, la mia carriera si chiude, non come accade in Italia in cui tutti diventano i padri di un successo e non si riesce mai a trovare anche solo un responsabile di un flop…
Sono convinto come Cristina, Barbara e Leonardo che a cambiare le regole del gioco debbano essere gli autori, gli altri attori in gioco non hanno nulla da guadagnare (nella loro visione miope) da uno scossone allo status quo.
Il modello produttivo nord americano è di base come descritto da Cristina, ci sono state delle variazioni negli ultimi anni: le tv via cavo tendono a produrre “all’italiana” (solo per le tempistiche di produzione…) creando pacchetti di episodi (solitamente 12) già girati alla data della prima messa in onda; le 12-13 puntate a cui qualcuno fa riferimento per quanto riguarda le produzioni dei network sono in realtà delle opzioni, alla data del lancio (settembre) saranno pronti 4-5 episodi, in base ai risultati in termini di ascolti il network decide se arrivare alla fine dell’ordine e/o opzionare già una serie completa (22-24 episodi), proseguire nella produzione di script, ma bloccare le riprese temporaneamente o bloccare del tutto la produzione. Questi ultimi due casi sono altamente probabili e regolati contrattualmente con delle opzioni di put, tali per cui se ad esempio Fox decidesse di interrompere la produzione di Fringe al sesto episodio la produzione sarebbe risarcita con una cifra x prestabilita.
Un mercato più selettivo è un mercato più sano, la fiction che ne deriva è migliore, il problema è che la qualità in Italia è un fattore puramente accessorio, mi sbagliavo quando dicevo che gli sceneggiatori sono i soli a poter cambiare il mercato, possono farlo anche gli spettatori smettendo di guardare certa televisione e gli inserzionisti pubblicitari rifiutandosi di comrare spazi all’interno di programmi brutti. Impossibile? No, sempre negli USA gli inserzionisti alla fine degli anni ‘90 hanno forzato i network a ridurre sotto il 50% della programmazione quiz e reality, pena il mancato acquisto di spot.
Tutto si può fare, ognuno si deve mettere in gioco e provare a migliorare la situazione (non parlo solo di tv…), queste discussioni sono un buon punto di partenza.
cristiana farina
18 lug 2008 - 15:56 - #14Non so Fringe e Dollhouse ma Lost so x certo che aveva un pilota anyway…
il punto non è pilota sì pilota no… la differenza sostanziale la fa soprattutto l’organizzazione della scrittura in funzione di una produttibilità che vede gli episodi girati in sequenza e l’headwriter a capo di tutto ciò. Anche se… (e qui sarò cruda ma realistica) …non dimentichiamo che quando si scrive per la tv commerciale si scrive per vendere spazi pubblicitari e di conseguenza per un numero e una composizione di pubblico adeguata. Questa è una realtà con cui noi autori siamo chiamati a confrontarci. Io personalmente (nel mio immenso ottimismo) sono convinta che anche ciò che può sembrare un limite come i break pubblicitari, se pensati all’interno di una scrittura organizzata (mi riferisco quindi al momento della scaletta) possono rivelarsi dei punti di forza che obbligano gli scrittori a pensare a più colpi di scena possibili: serie tipo lost o desparete di neri ne hanno quattro o forse cinque. (altro discorso è per le cable tipo hbo dove il pubblico paga già un salato abbonamento). Quindi inviterei tutti a fare anche una riflessione oggettiva sul tipo di committente al quale si rivolge un determinato prodotto. La Rai a mio avviso ha responsabilità maggiori della tv commerciale perché è un servizio pubblico e come tale dovrebbe preoccuparsi meno degli ascolti e più della qualità e perché no… della sperimentazione! Vedi Bbc. Ad esempio Un posto al Sole voluto ostinatamente da Giovanni Minoli ha importato in italia il modello produttivo anglosassone dando la possibilità a tutti quelli che ci hanno lavorato di imparare un mestiere. Mestiere che poi ha fatto nascere altre soap come Vivere o Centovetrine. Non ci dimentichiamo che Gabriele Muccino e molti altri si sono fatti le ossa all’interno di queste produzioni. Per quanto riguarda il rapporto editors della rete e sceneggiatori, io posso affermare di aver sempre avuto la fortuna di organizzare il lavoro con dei tempi e delle modalità di tipo ‘industriale’ e, la collaborazione con l’emittente, posso sinceramente dire che è stata proficua! Insisto nel sottolineare che se riuscissimo ad organizzare la scrittura aderendo al modello industriale, tutti si allineerebbero per ottimizzare le risorse! Le competenze la fanno da padrone!!!
Per quanto riguarda l’originalità modello ‘Lost’ credo che la piattaforma giusta ancora non ci sia in Italia o forse ci sarebbe sulle reti sky sempre che all’originalità dell’idea non si abbini un produttibilità a basso budget come hanno sapientemente fatto gli autori di Boris. Questa serie infatti dimostra che non è solo l’idea ad essere vincente (vi assicuro che avendo fatto soap sono anni che sento parlare di una serie del genere da diversi interlocutori) ma è la giusta piattaforma e l’organizzazione produttiva semplice e snella, aggiunta alla bravura degli scrittori e degli attori ad averne fatto un cult. La devozione degli autori è stato il collante della serie. Io sono certa che se come Autori riuscissimo ad ottenere quella responsabilizzazione necessaria da parte dei committenti, riusciremmo anche a confrontarci con loro in maniera realistica e non ingenua: perchè a mio avviso non dobbiamo dimenticare che scrivere una fiction non è come scrivere un libro… costa tanti soldi, e chi li investe in qualche modo deve rientrare e quindi, trovare un confronto responsabile e adulto con il committente deve essere da ambedue i lati necessario. Ognuno deve credere nell’altro ed ascoltarne le ragioni. Abbatterei i mille muri che separano questa comunicazione e renderei tutto più easy, all’americana. Paese dove ognuno si gioca le proprie chiappette sulle scelte che compie! Quindi direi sì agli editors ma con responsabilità e competenze precise, verificabili! Persone che come è successo a me, fanno proprio un progetto e lottano al tuo fianco per realizzarlo il più possibile vicino a come è stato pensato. Rischiando insieme all’autore.
tump splash
18 lug 2008 - 16:19 - #15http://it.youtube.com/watch?v=cVcczOgPRLc
buona visione
marcusdaly
18 lug 2008 - 17:14 - #16Vorrei dare il mio piccolo contributo al dibattito rispondendo all’intervento di Cristiana Farina per quel che riguarda come vanno le cose a Mediaset, dove collaboro come editor.
Concordo in tutto e per tutto con le sue osservazioni circa il modello produttivo (e come me parecchi miei colleghi).
E aggiungo che tale modello è ben noto anche ai dirigenti che potrebbero cambiare le cose, non foss’altro perché con la Spagna ci sono proficui scambi e collaborazioni, essendo Telecinco della stessa Mediaset, come pure Antena 3 con parecchi dirigenti italiani visto che è della De Agostini.
Il punto fondamentale che impedisce, almeno per ora, l’adozione del modello spagnolo all’italia è l’atteggiamento del palinsesto, nella fattispecie di Canale 5.
Mentre in Spagna gli slot di palinsesto sono molto precisi e soprattutto fissi, per cui si è sicuri di produrre per quella data stabilita, quello specifico giorno e fascia oraria con largo anticipo, in Italia non esiste palinsesto più ballerino di quello di Canale 5. La fiction è considerata magazzino da sfruttare come e quando si vuole, cambiandone il giorno di programmazione, il numero di episodi trasmessi di volta in volta, spesso programmando più appuntamenti settimanali a seconda delle esigenze di controprogrammazione. Tutto ciò si traduce nell’impossibilità di adottare uno schema di produzione di episodi “in corsa”, ma bisogna fare magazzino affinche si possa attingere come e quando si vuole.
Finché si continuerà a produrre solo per Canale 5 la situazione è questa. Addirittura il fatto che questi spostamenti continui irritino i telespettatori è considerato un male minore. L’importante è far quadrare i conti all fine del periodo di garanzia. SPiace dirlo, ma alla fine quei conti quadrano, quasi sempre. Per cui, a livello economico a nessuno interessa cambiare questo stato di cose.
Alrtro elemento che impesisce la produzione limitata di episodi è il classico atteggiamento del “meglio un uovo oggi…” adottato da committenti e produttori “indipendenti”. Cioé, se tu provi a psiegargli il modello produttivo spagnolo quelli si spaventano a morte, perché per loro è uno spreco di denaro non sfruttare la possibilità di fare un piano di lavorazione spalamato su ttuta la serie piuttosto che su soli 4-5 episodi per volta.
Esempio: se in quei quattro episodi c’è da usare “Cucina Pippo”, che però sta anche nelgi episodi 13-15-21-22, per loro significa uno spreco di soldi non ottimizzare i costi girando anche quelle scene. Vagli a psiegare che se poi la serie non ha successo quei soldi li hanno buttati in maniera ancora più cospicuo. Melgio l’uovo, oggi, appunto.
La situazione secondo me si potrà sbloccare solo producendo per più broadcaster o per più canali dello stesso (Italia 1, ad esempio).
Non dimentichiamo che la PSagna è arrivata dove arrivata perché i network che producono sono ben 5 e si fanno una agguaerrita concorrenza: TVE1, Telecinco, Antena 3, Quatro e La sexta.
Da noi si produce solo per Canale 5 e Rai 1 (e in miusra minore Rai due).
Difficile che in questo panorama le cose possano cambiare veramente nella direzione auspicata da Cristina (e da me)
marcusdaly
18 lug 2008 - 17:16 - #17scusate gli errori di ortografia.
Non ho “editato” il testo :)
Barbara e Leonardo
18 lug 2008 - 17:16 - #18@Picchiatello
Camici e divise sono al centro di tutti i bei prodotti mainstream e non che provengono dagli USA. House, Criminal Minds, Grey’s Anatomy, The Shield hanno preso il posto di ER, Profiler, NYPD. Non è il genere a fare la qualità dell’attore…
Allora cosa dovremmo pensare del bravo William Petersen che ha interpretato Vivere e morire a L.A., Manhunter e poi CSI? Anche lui è un cattivo attore perchè ha interpretato investigatori nella sua carriera?
Gli attori italiani che abbiamo citato hanno dimostrato il loro valore in tv e al cinema.
@ Jacck
C’è anche modo e modo di “copiare”. Paso Adelante, copia spagnola di Fame, è molto meglio di Da grandi.
E poi il mercato latino vanta serie argentine come Mujeres Asasinas o Requiem City (Epitafios) spanne sopra anche a prodotti statunitensi.
Facendo un sunto. Siamo d’accordo che non bisogna essere esterofili a tutti i costi, ma bisogna saper imparare da chi sa fare meglio questo mestiere. E questo sia creativamente che produttivamente.
Anche se siamo convinti che, cambiato il sistema produttivo, cambierà anche la qualità delle idee e quindi dei prodotti.
filip
18 lug 2008 - 18:37 - #19credo che il problema siano proprio le storie…sono sempre troppo uguali e prevedibili…ci sono personaggi, nelle fiction italiane, troppo stereotipati.
in america sono molto più realisti e anche i personaggi buoni sono umani, non degli eroi incompresi e sfortunati fino all’ultima puntata, quando tutto magicamente (e prevedibilmente) finisce bene.
e poi la divisione in episodi dovrebbe essere più netta, così’ come credo siano da evitare i filoni centrali (quelli che riguardano i protagonisti generali), che spesso (tipo in RIS o Distretto di polizia) partono nel primo episodio e si trascinano per altri 25!
DierRe
18 lug 2008 - 19:15 - #20Vabbè, a parte la marchetta nel post che le si perdona per questa volta (e solo per questa), il problema in Italia non riguarda solo il processo produttivo, riguarda proprio il sistema televisivo.
Prima di tutto non è vero che in Italia abbiamo così tanti attori bravi perché sono sempre gli stessi a farsi il giro delle varie fiction. E prendendo come spunto Boris si può notare come chi fa doppiaggio di mestiere sa recitare molto meglio in una fiction di attori di teatro/tv.
Seconda cosa il sistema non può migliorare in quanto corrotto alla radice (intercettazioni raifiction e mancato licenziamento di Saccà).
Terza cosa in America The CW sta rischiando di chiudere completamente e la NBC ha voltato pagina decidendo invece di produrre molte meno serie, non fare pilots, ma girare più episodi prima della messa in onda, la ABC ha acquistato il marchio Scrubs puntando su qualcosa di già esistente, Boston Legal è stato riconfermato ma hanno dato meno budget, Lost si sa già da tre anni che saranno sette stagioni cmq vadano gli ascolti. La CBS punta sui suoi cavalli di battaglia: CSI, Criminal Minds, Without a Trace, NCIS, How I met your mother, Two and a Half man. (nessuna alla prima stagione).
La Fox ha un rate di cancellazione serie spaventoso ma straborda di soldi e se lo può permettere.
Quello che si deve fare in Italia è: avere nuove idee, fare un casting serio non basato sulla raccomandazione e non puntare ad un guadagno alto in modo da essere più liberi nel processo creativo soprattutto considerando il fatto che l’Italia è un paese di vecchi decrepiti, e si sa che agli anziani piacciono le solite quattro cose.
jackk
18 lug 2008 - 20:47 - #21quello che bisognerebbe fare in italia è ricominciare tutto da zero…il nostro è un paese che non funziona a tutti i livelli…anche in quello televisivo…c’è sempre un interesse più grande che fa in modo che le cose giuste non si facciano…questo succede in ogni campo della nostra vita sociale…
Picchiatello
18 lug 2008 - 22:38 - #22@Barbara e Leonardo
Intanto Vi ringrazio , come del resto Cristiana Farina (e tutti gli altri) perche’ avete voluto intavolare discorsi pratici ( senza frivolezze da comunicati stampa) con noi che siamo lo zoccolo duro ( e cattivo) dell’utenza televisiva-rete-italiana, mi dispiace che qui siamo in pochi ma sicuramente molti sono in ferie e speriamo di riprendere questi discorsi in pieno periodo di garanzia.
Finendo i preamboli e seguito alla vostra risposta debbo far notare che non posso mettere sullo stesso livello produzioni americane come quelle citate con quelle italiane, queste ultime somigliano molte volte a delle soap opera sia nello scenario di fondo che nelle stesse parti degli attori.
Non posso certamente mettere NCIS ( pur con tutti gli stereotipi buonisti delle produzioni belisario) con distretto di polizia il patos generato dal primo ( sopratutto nelle edizioni in lingua madre) fa apparire la seconda produzione una “macchietta”di quartiere, con poche caretterizzazioni che non siano i “soliti” borgatari.
Peccato perche’ d’altra parte abbiamo delle mini-fiction ( anche storiche) quasi completamente italiane indovinate con buona tempistica e buoni attori…..lo so che e’ un prodotto totalmente diverso dai seriali ma tentar non nuoce.
Barbara e Leonardo
19 lug 2008 - 00:01 - #23@Picchiatello
Nella nostra risposta non intendevamo paragonare i prodotti italiani a quelli statunitensi o altro.
E’ che abbiamo sentito il tuo giudizio tranchant sugli attori da noi citati legato più ai generi televisivi che hanno praticato che non alle loro doti reali.
E’ chiaro che, se avessero script migliori, certi attori si potrebbero esprimere ad altri livelli.
Passando all’argomento “sempre i soliti attori”. Noi abbiamo puntato il dito sul “riciclo” di certi attori televisivi proprio all’ultimo Telefilm Festival. Abbiamo portato come esempio l’esperienza produttiva di Romanzo Criminale - la serie. Tutti i ruoli chiave sono stati dati in mano ad attori emergenti, sconosciuti e bravissimi. Ottima scelta a nostro giudizio.
spidern
19 lug 2008 - 10:10 - #24La fiction italiana è pessima (compreso Vivere, citato nel post). Si riciclano sempre le stesse storie nazionalpopolari e politicamente corrette, personaggi falsi e senza spessore, finalini da volemose bene… non rispecchiano la vita, non ti raccontano niente di nuovo. Possibile che nessuno riesca a pensare a qualcosa al livello di Lost o Dr House? In fondo all’inizio si tratta solo di scrittura, quindi lasciamo perdere i problemi produttivi, la verità è che non ci sono idee. Secondo me in tv bisognerebbe ingaggiare un Sorrentino o un Saviano (che non hanno mai scritto fiction e non sono imbastarditi dal “mestiere”), probabilmente uscirebbe fuori qualcosa di veramente forte.
cristiana farina
19 lug 2008 - 12:48 - #25@spidern
aridaié! abbiamo capito che la fiction italiana fa schifo…. bla bla bla. Ma paragonare vivere a lost e dire che sorrentino non ha mai scritto serie televisive e ti spiego il perché: Vivere appartiene ad un genere rivolto ad pubblico e ad una fascia oraria precisa il suo competitor d’pltreoceano può essere beautiful, non certo Lost. Quest’ultimo è un capolavoro partorito da un’industria e un mercato che sforna da oltre trenta anni decine e decine di serie televisive all’anno. Una punta di diamante che ha abbagliato e sorpreso gli stessi americani. (Pensa solo a quanti film capolavoro sono stati fatti negli anni 60/70 in Italia quando ogni anno si producevano centinaia di film e pensa ad ora che abbiamo un mercato asfittico e invaso) Per concludere Sorrentino ha partecipato alla scrittura della serie televisiva La Squadra!
spidern
19 lug 2008 - 13:06 - #26ah sì, non lo sapevo. Infatti “la squadra”, e più recentemente Boris e “quo vadis baby”, sono le uniche cose degne di nota prodotte per la tv in Italia
Asrun)O(
19 lug 2008 - 13:32 - #27io invece sono convinto che le idee ci sono eccome, ma se non ESISTE la possibilità di svilupparle per via di come funziona questo settore in italia (e del fatto che producono solo canale 5 e rai 1), avremo sempre i problemi di cui si parla nel post
Picchiatello
19 lug 2008 - 14:03 - #28@ Barbara e Leonardo
Sono dell’opinione ( forse sbalgliata) che certi attori italiani vivacchiano molto nel loro ruolo seriale; per carità e’ un modo come un altro per sbarcare il lunario ma la “fossilizzazione” il “ritorno improvviso” a ruoli strainterpretati - fotocopia e’ veramente protagonista nel nostro paese e supinamente accettato, d’altrode identiche cose accadono nei film di produzione italiana ( con identiche poche eccezioni) paralellismo che vede certe buone nuove pellicole non venir distribuite nelle sale di fronte ai varie “vacanze in….”.
Debbo dire comuque che con questo franco discorso da pare vostra mi sento piu’ ottimista nel credere che a livello “creativo” esistono delle possibilità nel nostro paese.
spidern
19 lug 2008 - 16:48 - #29non sorvolerei sul fatto che gli attori in Italia non sanno recitare, per cui poi è difficile combinare qualcosa di buono anche con buone idee (se ci fossero). Non se ne salva uno. Tutti fuori registro, eccessivi, forzati, teatrali… parlo anche di quelli cinematografici (tranne qualche eccezione tipo Golino, Servillo, Morante). Quelli televisivi poi fanno veramente ridere!!! Io guardo le fiction prodotte in Italia per sbellicarmi dalle risate; sembrano dei cocainomani persi che saltano sulla sedia per un nonnulla. Ma non gli hanno spiegato che in video basta davvero poco? Invece nulla, voci sibilanti e tremiti da filodrammatica di Cannicattì. Ci manca che sgranino gli occhi stile muto anni ‘20.
DierRe
19 lug 2008 - 18:13 - #30Scusate, avevo dimenticato una cosa. Vogliamo anche dire che manca la concorrenza nel sistema televisivo oppure no?
Ci stanno Rai e Mediaset. Punto.
Quando si passerà completamente al digitale si spera che qualcosa migliori ma essendoci Berlusconi al governo non credo accadrà visto che cercherà in tutti i modi di salvaguardare le sue aziende.
cristiana farina
20 lug 2008 - 11:29 - #31@spidern infatti la squadra, pur essendo una serie a basso budget, è l’unico prodotto seriale di prima serata proposto dalle generaliste che ha un modello produttivo di tipo industriale… non ha caso la produzione e il gruppo di lavoro sono quelli lasciati in eredità da un posto al sole. E’ un caso oppure quello a cui auspico è la garanzia di una sperimentazione efficace?
marco51
20 lug 2008 - 13:08 - #32L’esempio della squadra calza a pennello è uno dei pochi prodotti seriali con modello produttivo industriale, dove si è tentato di fare qualcosa di nuovo fuori dai soliti formalismi e moralismi delle fiction italiane (il fatto che la polizia di stato abbia abbandonato la collaborazione va vista come cosa positiva) .
Peccato, un vero peccato la scelta degli attori che ha vanificato il progetto ma sappiamo bene che i “misscasting” non dipendono dagli autori