Silvestri e Cristicchi: il finto imbarazzo e il vero impegno

daniele silvestri simone cristicchiOrmai è da diversi mesi che ci siamo lasciati Sanremo alle spalle. Ancora una volta di molti cantanti abbiamo perso ogni traccia (e il fatto che Patrizio Baù presentasse il suo ultimo singolo a L'Italia sul Due Giovani, dopo gli aneddoti sulla Celentano di Agata Reale, la dice già lunga sul post-Festival). Se omettiamo il martellante invito a pensare del guru Fabrizio Moro, del Festival non è rimasto poi tanto. Ma ci sono due big che si sono contesi in un testa a testa mozzafiato la vittoria finale ed erano dati per favoriti sin dagli inizi: Simone Cristicchi e Daniele Silvestri. Il primo ce l'ha fatta e ora ha appena iniziato il suo Tour Dall'altra parte del cancello, che lo vedrà in scena con il suo spettacolo sui matti. Insomma, è finalmente riuscito ad emergere con la sua piena identità artistica. L'altro si sarebbe aspettato qualcosa in più e, uscito dalla latitanza apposta per la vetrina sanremese, si definisce su Corriere Magazine un po' imbarazzato:

"A Sanremo ho sentito spesso un certo imbarazzo. Un po' per snobismo. Ma anche perchè il pezzo che porti assume un valore diverso da quello che vorresti. La Paranza ora rischia di soffocare il resto dell'album. A Sanremo si trova il meglio e il peggio del mondo della musica. Io non amo l'aspetto del vendersi, ma devo ammettere che quindici giorni a Sanremo, col naso turato, hanno un valore immenso sulla promozione. Io quest'anno a Sanremo ci sono andato soprattutto perchè se no non avrei mai finito il disco. Ha funzionato da dead line".

Quel che più colpisce di quest'intervista è l'approccio assolutamente incalzante e ostile di Vittorio Zincone, ottimo giornalista divenuto popolare grazie ai mini-ritratti delle Invasioni Barbariche e ora erede di Sabelli Fioretti con il suo Contropelo (l'azzeccata risposta al Terzogrado dell'antesignano). L'intervistatore, infatti, domanda provocatoriamente a Silvestri come mai rivendichi una posizione di artista impegnato per poi portare sul palco dell'Ariston Salirò o la Paranza. E soprattutto, gli fa notare come, per evitare inconvenienti e imbarazzi, basterebbe scegliere circuiti assolutamente alterntivi ma di nicchia, come hanno fatto alcuni suoi colleghi.
Lui continua a sentirsi dalla parte dei giusti, rimarcando la sua fedeltà alla sinistra che è inscindibile dalla propria espressione musicale, volta all'infotainment. E quest'anno, prima di partire in tournée, va al Gay Pride con una canzone intitolata Gino e l'Alfetta, su un etero che si scopre uomo (anche in questo caso, Zincone insinua che possa approfittare dell'evento per farsi un po' di pubblicità, visto che il pezzo è stato scritto diversi anni fa e potrebbe averlo riesumato per questioni di mercato).
Sarà questa eterna puzza sotto al naso che impedisce a Silvestri, da anni, di trovare una sua dimensione stabile, coerente e soprattutto pienamente accolta dal pubblico?
In compenso, il suo rivale Cristicchi ha svoltato davvero, conquistandoci con il suo fare disarmante e la bontà delle sue idee. Nessuno ha gridato alla ruffianeria quando ha portato a Sanremo una tematica difficile come quella della malattia mentale, perché lo ha fatto con estrema delicatezza e autenticità.
Il suo sì che è un imbarazzo vero, come conferma il suo road manager sulle pagine di Vanity Fair:

"Ha solo un pregio: è disponibilissimo. Si ferma a fare tutti gli autografi e le foto che gli chiedono. E nessun facchino di hotel può prendergli la valigia, ad esempio".

Del resto, lo stesso Simone confessa che non si sente molto diverso da quando faceva la gavetta. L'ultimo curriculum lo ha mandato per un posto da magazziniere. E ora si gode il sincero affetto del pubblico, che da quando canta Ti regalerò una rosa lo riempie di fiori che strabordano dal bagagliaio della sua auto.
Eppure, come Silvestri che non ha mai rinnegato il suo fervore politico, Cristicchi non è affatto un buonista e quando si tratta di esporsi in termini ideologici non ha peli sulla lingua. Si dice a favore dei Dico e delle unioni omosessuali e non si scandalizza se gli danno del terrorista. A chiamarlo così, infatti, è stato un giornalista dopo aver ripescato Prete, una canzone che non ha potuto pubblicare per il suo contenuto anticlericale e che racconta la sensazione di delusione provata nell'incontrare sacerdoti con i paraocchi. In realtà Cristicchi è uno molto religioso e nella sua famiglia ha avuto diversi modelli che hanno consacrato la propria vita alla fede. Dunque, nessuna posizione estremista a dispetto delle assurde insinuazioni della stampa:

"Su alcuni siti integralisti cattolici, dopo la mia vittoria a Sanremo hanno scritto che io, autore di Prete, avevo vinto perchè la mia casa discografica era la Sony Bmg, detta la multinazionale del demonio, una lobby che aveva distribuito anche il dannato Codice da Vinci".

Alla luce di questo confronto, il sottoscritto non può che fare un plauso al vero impegno di Simone Cristicchi, un bell'esempio per i giovani di oggi che vogliono dire la loro senza ergersi a demagoghi snob. Al contrario, l'imbarazzo di Silvestri sa di finto, forse per la frustrazione di non averlo mai vinto questo benedetto Sanremo, forse perchè a forza di ostentare la propria sensibilità (per il sociale come per le cose serie) si finisce per svenderla. E per bruciarsi. Perché i militanti furbi come lui hanno stufato.

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