Pompei, sequel telenovelico del progetto Imperium

pompei imperium

L'accezione telenovelica attribuita a Pompei non vuole essere una nota pregiudiziale, ma un dato di fatto. Perchè si dà il caso che l'eruzione più famosa della storia, avvenuta nel 79 d.C, sia stata volutamente trasposta in chiave romanzata-patinata.
La miniserie in onda questa sera e domani su Raiuno si apre proprio con l'eruzione, il tappo del vulcano che salta e l'inizio dell'apocalisse, e prosegue poi, in flashback, con la presentazione dei personaggi: Marco, interpretato da un Lorenzo Crespi che nelle foto di scena pare di cera, e Valeria, incarnata da Andrea Osvart, promessi sposi dal futuro incerto su cui aleggia lo spettro della tragedia naturale.
Due sono i gialli al centro della fiction, quello di una vicenda sentimentale intricata sospesa tra la schiavitù e il delitto e quello che vedrebbe Crespi unico attore italiano scelto dalla casa di produzione Lux Vide come protagonista di un kolossal (se pensate che nei panni della lussuriosa Lavinia c'è Maria Grazia Cucinotta c'è da tremare).
Ora, Pompei si inserisce nel filone Imperium, nato dall'intento di ripercorrere cinque secoli dell’epopea di Roma, da Augusto alla caduta dell’Impero, in un'ottica meno documentaristica e più umana.
Per il progetto Imperium sono stati costruiti gli Empire Studios, gli studi in muratura più grandi mai costruiti al mondo con la riproduzione di Roma antica. Gli studi sono situati ad Hammamet in Tunisia e sono gestiti in comproprietà dalla Lux Vide con la Carthago film di Tarak Ben-Ammar.
Ad inaugurarlo qualche anno fa, la fiction Augusto, di cui ricordo un tasso di intrigo delle trame superiore a quello di Beautiful, Peter O'Toole alle prese con una recitazione troppo altisonante e il trio della recitazione italiana prestata (non troppo degnamente) al costume d'ambientazione storica come Massimo Ghini, Anna Valle e Vittoria Belvedere (la più imbarazzante di tutti).
Poi è venuto Nerone, che non ho avuto il dispiacere di vedere. E ora c'è Pompei, che Crespi a parte annovera nel suo cast la presenza dello stesso regista Giulio Base.
A distogliere dalla visione è già il solo pensiero che quest'ultimo, dalle prove recitative non troppo lusinghiere, possa rivestire i panni di Plinio il Vecchio, glorioso scienzato passato alla storia per il suo spirito di sacrificio divulgativo (si avvicinò troppo al Vulcano per studiarne meglio il fenomeno eruttivo e perdendo così la vita).
Nei panni dell'imperatore Tito, invece, fa ben sperare l'interpretazione dello stimato Giuliano Gemma.
Mentre Roman Polanski ha annunciato un progetto simile (facendo replicare a Crespi che sarà certo meno bello della sua Pompei), io rimpiango la mia Rome confidando nella messa in onda - sicuramente travagliata visti gli infausti presupposti del debutto - del secondo atto.
Lì c'erano elementi crudi e non sempre aderenti al vero, ma quanto meno si trattava di un verosimile di qualità e forte pathos rappresentativo.
Qui staremo a vedere, riparlandone nei giorni a venire.

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