TgLa7 - Mentana su Formigli e Fiat. Al Lingotto non sono estranei a «rapporti inconfessabili coi giornalisti».

Lungo editoriale di Enrico Mentana, ieri sera durante l'edizione delle 20 del TgLa7. Il direttore del Tg è intervenuto per parlare della questione Fiat vs. Formigli e dell'abnorme somma che il giornalista e la Rai dovrebbero pagare (7 milioni di euro e non 5 come era stato comunicato in un primo tempo), più o meno dopo 25 minuti di Tg.

Dopo aver annunciato il servizio, Mentana si prende il suo tempo. E attacca la Fiat, senza troppi mezzi termini, anche se la prende un po' alla larga.

Comincia così:

«Nel nostro mestiere si dice cane non morde cane. Quindi un giornalista accusato da un'azienda dev'essere difeso dagli altri giornalisti. Non facciamo così, diciamo che, per comodità di ragionamento, Formigli aveva torto marcio nel giudicare quella Fiat.
A parte che esiste il diritto di critica, a parte che nessun dato di quelli nel servizio era falso. Ma se un'azienda può ottenere 7 milioni di risarcimento per un'inchiesta che non le piace e che ritiene lesiva, chi farà mai più le inchieste?

Si dirà ma il danno che ha avuto.
Il danno patrimoniale è stato giudicato di 1.750.000 euro.
Poi c'è il danno non patrimoniale: più di 5 milioni di euro. Che cos'è il danno non patrimoniale? E' il danno morale, reputazionale, all'immagine».


Quindi, l'affondo sul Lingotto e sui suoi rapporti con la Stampa, televisiva e non:

«Ora però, la Fiat non è che è una Onlus. E' la più grande e gloriosa azienda manufattoriera di questo paese, ma non soltanto. E' anche attiva nell'informazione; è proprietaria di un giornale, la Stampa. Ha un'importante concessionaria di pubblicità, la PubliKompass. E' il secondo azionista della RCS quindi influente su un giornale importante, il Corriere della Sera, e anche sulla Gazzetta dello Sport e non soltanto.

Non può non sapere, la Fiat, quanto sia importante la libertà d'informazione. Che è una cosa seria e non può soggiacere alla spada di damocle di pene pecuniarie fortissime che invalidano evidentemente ogni possibilità di fare seriamente questo lavoro in modo critico anche nei confronti dei poteri forti.

E tutto questo sarebbe tollerabile se la Fiat fosse sempre stata estranea ai rapporti inconfessabili coi giornalisti. Se non avesse mai invitato i giornalisti a viaggi esotici in lontani saloni automobilistici, o a gare automobilistiche in giro per il mondo.

O se non avesse mai concesso in comodato, in prestito illimitato, in prova senza scadenza le sue automobili a compiacenti giornalisti di ogni ordine e grado. Ma siccome la Fiat ha sempre fatto tutto questo, rispetto a giornalisti della Rai ma anche in altri campi e in altri tipi di giornalismo, scritto, televisivo o radiofonico, sa benissimo che non può, adesso, fare la verginella che è stata in qualche modo fatta oggetto di attenzioni moleste dalla mala informazione.

Sarebbe giusto pensare, invece, che con tutti i soldi che ha voluto - sentenza limitatrice. La richiesta fu di 20 milioni di euro - sarebbe bene che al Lingotto ci ripensassero e ragionassero più equamente, su questa richiesta di soldi. Anche perché un giornalista non guadagna così tanto. Certo, Formigli guadagna molto di più di un operaio di Pomigliano (soprattutto dopo l'ultimo contratto degli operai di Pomigliano). Ma guadagna molto meno di Sergio Marchionne, infinitamente meno. E a differenza dell'amministratore delegato della Fiat paga le tasse in Italia».