Con la scusa di Celentano e della "censura" si maschera un Festival "deficiente", arrogante e pieno di spot per Mediaset

Gianni Morandi e Gianmarco Mazzi

Adesso ci sarà persino chi paragonerà il commissariamento del Festival all'editto bulgaro. Adriano Celentano ad Enzo Biagi. L'intervento della Lei su Sanremo all'odiosa censura sull'informazione. E qualcuno ci crede persino, mentre tutto il polverone nasconderà fatti inequivocabili.

La scaletta di ieri era semplicemente imbarazzante. I testi semplicemente ridicoli (Dolcenera che conquista l'Europa, Finardi il rock ribelle, Renga il rock melodico, Marlene Kuntz l'unico gruppo rock italiano). La musica sacrificata ad altro. Personaggi sul palco privi della capacità di dire anche solo «allacciate le cinture» senza leggere da una cartelletta o dal gobbo elettronico che, da casa, fa sembrar tutti in venerazione mistica di una voce dall'alto. Magari quella di Celentano, che si lamenta con la Chiesa non per lo Ior o per le ingerenze politiche nella vita italiana, ma perché «non si parla del Paradiso». Che dice che due giornali dovrebbero essere chiusi, ma la sua è solo una provocazione, ovviamente. E il problema è proprio questo: la colossale provocazione colpisce nel segno di un paese dal ventre sempre più molle, incapace di distinguere un telepredicozzo da un discorso che vada almeno a parare da qualche parte.

E il polverone, dicevamo, nasconderà uno spettacolo assolutamente "deficiente". Si può dire: abbiamo appreso oggi, in conferenza stampa, da Gianmarco Mazzi, che "deficiente" non è un insulto, e dunque si può dire tranquillamente, perché deriva dal latino "deficere", ovvero "essere mancanti". Bene, alla prima serata del Festival mancava tutto, tranne il populismo e l'arroganza.

E mancava anche la concorrenza: la Rai aveva ottenuto una pax inaudita da parte di Mediaset. In cambio, ha regalato almeno due spottoni agli avversari: Luca e Paolo debordanti che lanciano «Scherzi a parte» e Gianni Morandi che fa i complimenti a Belen Rodriguez per Italia's Got Talent (immaginiamoci la faccia della Carlucci in quel momento).

Poi arriva Celentano, e con Celentano si maschera tutto il resto perché, sparando nel mucchio, solleva il polverone di cui aveva bisogno questo Festival "deficiente" (sempre da deficere, ovviamente). I Vescovi tuonano, la Lei commissaria, dictat, censura dietro l'angolo. Perché sì, c'è chi, addirittura lo esalta per i contenuti del suo intervento, il telepredicatore che mescola il pubblico e il privato.

E questo è il problema del Paese, prima ancora che della sua televisione, che ne è solamente specchio: i contenuti, setacciati a caso dalle questioni che muovono maggiormente la pancia degli italiani, un copia e incolla di indignazioni che spopolano sul web che mescolava ragioni sacrosante a frasi e polemiche prive di attinenza con la realtà, sono, per alcuni, condivisibili. Perché quel magma è il magma dell'uomo qualunque e perché quando si spara a zero su tutto si finisce anche per dire cose condivisibili.

Il resto della deficienza (mancanza)? Spariamo a caso anche noi: regia ripetitiva, canzoni ammazzate dagli arrangiamenti orchestrali e dagli autori, disguidi, finta sciatteria che si ritiene trendy (l'audio sfumato per andare a nero, per dire) mentre è solo (copiamo la definizione da Fiorella Mannoia) 'na poracciata.

La cosa più divertente è che i numeri (a riprova del fatto che non sono sinonimo di qualità. Ma quando qui si osava dirlo anche per la monotonia sopravvalutata di Fiorello, si subivano attacchi da ogni dove) sono tutti dalla parte dello staff artistico del Festival. Come si farà, dunque, a far marcia indietro e ammettere: un 50% di share può essere anche appiccicato a uno show "deficiente"?

Non ce ne sarà bisogno: il polverone nasconde tutto, fra cinque giorni sarà tutto finito e ora ci si può scandalizzare per il commissariamento.
Del resto, l'avevo ipotizzato ieri sera: «La cosa più triste», scrivevo di Celentano, «sarà chi lo criticherà per quel che ha detto. Cioè, niente. E non per i danni che questo niente causa». Adriano Celentano non è e non sarà mai Enzo Biagi. Ma una parte del pubblico, "deficiente" (cioè mancante, ovviamente: nessuno si offenda, non è un insulto. Mancante del tempo e della voglia di mettersi a vedere le differenze) pensa di sì.

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