




Festa Italiana è un programma che non finirà mai di stupirci. O forse dovremmo dire che non finirà mai. Di anno in anno, un contenitore su cui nessuno avrebbe scommesso un centesimo - e che nasce come spin-off barocco de La Vita in Diretta - cambia la propria formula, da una parte per adattarsi ai tempi e sopravvivere in palinsesto, dall’altra per essere meno peggio della stagione precedente.
Mai come quest’anno i numeri stanno confermando che Festa Italiana è diventato per la prima volta un programma competitivo. Un programma che, comunque, non erode ancora la leadership di Maria De Filippi con Uomini e Donne, visto che solo in rarissime occasioni è avvenuto il sorpasso. Un programma che è riuscito, come una sanguisuga, a fare risultato attingendo alle idee di tutti.
Se fino all’anno scorso uno squallido salottino ospitava personaggi di varia umanità, alternando patetiche recite scolastiche di baby-talenti dimessi e testimonianze degne di una sagra paesana, nell’edizione in corso la parola d’ordine è people show. La conduttrice, infatti, non contenta di aver condotto I Sogni son desideri in prime time con un budget da La7, ha ri-adattato la tv dei sentimenti in daytime, come quei vestiti buoni che un tempo mettevamo di sera e ora indossiamo per andare a fare la spesa.
Non a caso, punto di forza di Festa Italiana sono le nuove rubriche Per capirti e Ti Cerco, ovvero un mix tra l’Amici vecchio stampo con un pizzico di C’è Posta per te e un ammiccamento alle carrambate (Nicoletti, nel suo Jekyll, ribadisce continuamente che le lacrime della Balivo sono aizzate dalla glicerina). Posto che in tv nessuno si inventa più nulla, qui non ci si limita a ispirarsi ai trend televisivi più in voga, ma a saccheggiarli a mani basse.
Continua a leggere: La Festa Italiana della Balivo... è un "centone" televisivo




Abbiamo seguito per voi la prima puntata di CentoxCento, il nuovo gioco-spettacolo di Italia1 sulle opinioni degli italiani, con l’irriducibile coppia Enrico Papi e Raffaella Fico. Un quiz carico di aspettative e che, dopo tanti format glaciali di importazione, si presta a un rapporto interlocutorio col pubblico, visto che i telespettatori sono coinvolti - come nei quiz di una volta - in prima persona, tra sondaggi e statistiche dal respiro quotidiano.
Ebbene, CentoxCento ha convinto il sottoscritto a metà (ma potrei dire al 50%). La sigla e il jingle dal sapore retrò, il conduttore che si prende tempo per conoscere il concorrente e farlo conoscere al pubblico, una formula che finalmente si fa capire al primo colpo sono rock. Il tappeto musicale è lento e fa tanto sottofondo yoga di Academy.
Il gioco finale, che ha copiato la grafica di Sarabanda ma riesce a catturarti in un modo nuovo, è rock: il montepremi diminuisce in modo direttamente proporzionale al tempo perso per rispondere. Il gioco iniziale, che sembra una prova settimanale del Grande Fratello (complici le suggestioni dello stesso studio), è lento e poco tensivo. Il pubblico da casa che viene implicitamente chiamato in causa, perché non può fare a meno di cimentarsi nella scelta doppia, è rock. Il pubblico in studio è lento, troppo lento rispetto alle promesse di farlo intervenire per dire la sua (o magari gridare “CENTO CENTO PER CENTO”).
Ma qui lo stesso produttore Edmondo Conti ha risposto a noi di TvBlog: la durata di CentoxCento, testato inizialmente per il preserale di Canale 5 e poi spostato su Italia 1, era troppo corta per consentire lo sviluppo organico di tre manches. Ed è stata sacrificata quella con le percentuali e l’interazione con lo studio.
Peccato, perché tolti questi scetticismi il programma è distensivo e piacevole e fa intrattenimento oltre a far vincere un montepremi. Basti pensare alla campionessa della serata, Marianna, di una simpatia davvero genuina.
CentoxCento è un programma di clima, che potrebbe creare appuntamento nel pubblico. Perciò confidiamo in piccole migliorie per rendere la prima parte all’altezza del finale e coniugare familiarità e appeal. Unica nota dolente al centopercento è Raffaella Fico, regina degli stacchetti più mignotteschi degli ultimi tempi e con una mossa tutta nuova destinata a diventare la risposta vallettistica al “gira la ruota”. Lei non è rock né lenta: è solo un po’ (troppo) porno.
[Potete sfogliare la gallery fotografica del nostro Share, che ha seguito in anteprima la prima puntata in studio intervistando l’ideatore e produttore Endemol Edmondo Conti].

La prima puntata di Matricole e Meteore è iniziata da qualche decina di minuti, ma è già possibile dare un giudizio a quanto visto fino ad ora. Una formula leggera e godibile come quella del programma, rimane tale a prescindere da chi la presenta. E Matricole e Meteore è proprio questo: un contenitore che può far trascorrere qualche ora spensierata agli spettatori, con filmati divertenti e dai contorni spesso inaspettati, nonostante parecchi di quelli trasmessi non fossero inediti.
Note sia positive che negative per quanto riguarda la conduzione. Nicola Savino, come già dimostrato in altre trasmissioni, sa essere un ottimo padrone di casa, spiritoso e ironico al punto giusto sia quando ha a che fare con gli ospiti, che quando commenta i filmati. Non si può dire lo stesso della sua partner, Juliana Moreira, che bella lo è di certo, e pure simpatica, almeno in “linea teorica”. Ma il suo timbro di voce e la sua risata sguaiata (anche quando c’è ben poco da ridere), anziché “arricchire” il programma, danno un fastidioso effetto “ambulanza” sin dalle prime battute.
Il risultato peggiore lo si ottiene proprio nel commento ai filmati e anziché a Matricole e Meteore sembra di essere tornati a Paperissima Sprint. Per fortuna il Gabibbo non c’è, ma al suo posto troviamo Giorgio Mastrota, per l’occasione travestito da cangurotto. E di lui non si può certo parlare male: un conduttore spigliato che da tantissimi anni viene relegato alle sole televendite, venendo riesumato di tanto in tanto per fare il pagliaccio in qualche trasmissione. Eppure l’avete mai sentito lamentarsi?





I Raccomandati di Pupo, Marini, Luzi e Filiberto




Ci apprestiamo a seguire il ritorno de I Raccomandati, con alla conduzione un inedito quartetto composto da Pupo, Emanuele Filiberto di Savoia, Georgia Luzi e Valeria Marini. La novità principale di questa nuova edizione? Non serve più conoscere a tutti i costi un vip: la raccomandazione la trova comunque vada il programma, che da quest’anno ammicca alla formula della giuria di X Factor.
Pubblicheremo una nostra critica nel corso della serata, che vedrà come ospiti Luca Ward, Pamela Camassa, Massimo Ranieri, Loredana Bertè, Beppe Braida, Don Backy, Mietta e Nancy Brilli. Tutti per Pupo… o Tutti per Bruno? Parte la prima grande sfida del 2010!

21.46 E’ trascorsa mezz’ora dall’inizio dei Raccomandati e per ora c’è da mettersi le mani nei capelli: quattro imbranati che non fanno un conduttore vero. Pupo conferma tutti i suoi limiti di conduttore e continua a far rimpiangere Carlo Conti: si impapera, non sa interagire con gli ospiti e reagire agli imprevisti. Commette più di una gaffe con l’unica del cast che ha una gavetta decennale in tv, Georgia Luzi, prima definendola valletta (d’altronde anche lei stasera “dà i numeri”) e poi ridimensionandola tristamente con l’arrivo della diva più farlocca d’Italia: “Non è come Georgia, lei è lei, Valeria Marini“. Il sottoscritto al posto della Luzi avrebbe salvato la propria dignità di conduttrice seria: quando finiremo di osannare una che scalda la poltrona da dieci anni, a cui danno sempre una partecipazione pur di non invitarla sul serio nei programmi? Tra l’altro provano a farci credere che il trono sia per motivi di prestigio… la verità è che una normale sedia non reggerebbe a “cotanto”… peso (artistico). Ora la mandano a caccia di talenti, forse anche del suo, in uno spazio intitolato Il raccomandato di Valeria… che sa tanto di parodia di X Factor.


E poi c’è Emanuele Filiberto di Savoia, un manichino senz’anima che arriva a farsi “umiliare” per copione da Pupo retrocedendo a ‘principiante’. Per fortuna, a sputtanarlo sul serio, è una come sempre incontenibile Loredana Bertè, che hanno inventato per quel pizzico di imprevisto tipico delle sue ospitate:

Check In che fa rima con Drive In: non a caso il regista Giancarlo Nicotra, storica firma del varietà televisivo italiano, ha portato a battesimo il programma di Antonio Ricci. Negli anni d’oro dello spettacolo scacciapensieri il comic show nonsense era il grande successo, la trasmissione demenziale che conquistava il grande pubblico e gli faceva dimenticare la realtà, secondo la piena filosofia della tv fast food. Poi è arrivata la televisione mimetica, fatta di becere riproduzioni della società o di polpettoni moralistici sulla stessa, e l’incantesimo paninaro è finito.
Ieri sera, con tutti i limiti tecnici di un numero zero (si parla di un bis il 12 gennaio, ma le guide tv annunciano Porta a porta), nonché di uno spettacolo teatrale dichiaratamente ispirato al film L’Aereo più pazzo del mondo e poi testato in tv, Check in ha fatto rivivere le stesse suggestioni, prospettandosi “meno peggio” delle aspettative iniziali.
Complice una fotografia molto curata, e una scrittura più vicina a una sitcom ben strutturata (Piloti?) che a un caotico carrozzone di comici, la seconda serata di RaiUno è apparsa decisamente fuori dagli schemi. Qualcuno dirà che la vetrina sarebbe stata ben più adatta ad altro tipo di comicità, nonostante il periodo di disarmo natalizio, e che quasi quasi c’era da rimpiangere Tintoria di RaiTre, ultimo varietà comico Rai decisamente più credibile come marchio.
Eppure Check In ha saputo fare di un aeroporto un pretesto perfetto per una comicità-cazzeggio, non necessariamente da buttar via. Quante volte, prima di prendere l’aereo, ci lanciamo in battutine ironiche per esorcizzare la paura e ci sentiamo così vulnerabili da risultare anche un po’ cretini? Di qui il susseguirsi di siparietti divertenti, a loro modo sapientemente collegati tra loro, grazie al supporto di una recitazione più vicina al linguaggio del teatro che al cabaret. Nella puntata di ieri si sono non a caso distinti per humor Andrea Santonastaso, già ottima spalla maschile della Marcuzzi in Così fan tutte, e per presenza scenica Michele La Ginestra, non a caso attore di palcoscenico.
Continua a leggere: Check in, un ritorno al nonsense e una grande rivelazione: Daniela Martani
Difendere Monica Setta in periodi di grama televisiva pesa, alla luce di una serie di pregiudizi. Innanzitutto è arrivata su RaiDue perché “protetta” dall’ex capostruttura della defunta Domenica In Politica, promosso a direttore di RaiDue (Massimo Liofredi). Da gennaio condurrà anche un programma in seconda serata, La donna è mobile, mentre Daria Bignardi è rimandata in tarda primavera.
Poi c’è la questione del davanzale in bella vista nonostante la veneranda età, dei televoti “scorretti”, delle false promesse (ai tempi del caso Marrazzo, per far salire gli ascolti, millantava di avere gli altri nomi dei politici andati a trans), della pubblicità lanciata e poi rimandata con effetto suspance, dello sforamento selvaggio ai danni dell’Italia sul due. Per non parlare del giorno dell’Immacolata, in cui apre la puntata con una sua statuetta da mettere nel presepe. O della sua reazione all’aggressione a Berlusconi: il giorno successivo al fattaccio sembrava a lutto, con il décolleté eccezionalmente coperto e il trucco appena accennato.
Monica Setta è “il vizio” fatto primadonna. E’ la giornalista più egocentrica che si sia vista in tv. Ha una conduzione dal troppo respiro drammaturgico e un’immagine che rasenta spesso il barocco. Per tutte queste ragioni Monica Setta è diventata per molti italiani, sottoscritto incluso, l’equivalente catodico della pausa sigaretta. Provoca seri danni, ma crea talmente dipendenza che non puoi farne a meno.
La rossa anchorwoman, percorrendo un territorio più vicino alla non giornalista Barbara D’Urso che alle titolate Monica Maggioni e Lilli Gruber, è riuscita dove Anna La Rosa (vi ricordate Alice nel paese delle meraviglie in prime time su RaiDue?) e altre colleghe hanno fallito: trasformare Porta a Porta in una cosa da femmine. Grazie a lei il salotto della politica-spettacolo ha conquistato il daytime, con il vantaggio di una durata più agile e di una collocazione meno scomoda della tarda notte: a Il Fatto del giorno, anche se la sostanza è fuffa, in un’ora succede di tutto e non riesci più a schiodarti, a rompere l’incantesimo del “tra poco grandi rivelazioni”.
Continua a leggere: Monica Setta, il suo Fatto del giorno crea dipendenza

Se milioni di italiani si radunano davanti ai televisori per seguire le vicende dei concorrenti di “Lascia o raddoppia” qualche motivo ci dovrà pur essere…Potrebbe essere stata questa la considerazione che spinse all’inizio degli anni ’60 un funzionario della Rai di Milano a scrivere un saggio che, probabilmente, è stato l’inizio della “critica televisiva” in italia. Il saggio è “Fenomenologia di Mike Bongiorno” e l’autore era Umberto Eco. Da questo incipit ha inizio il libro che quest’oggi vorremmo consigliarvi, si tratta de “La coscienza di Mike” (Nanni Delbecchi, Mursia, pag. 160, euro 14). Il “Mike” del titolo è solo il primo di tanti “Mike” che si sono avvicendati sul piccolo schermo in tutti questi anni e che si sono dovuti seduti sul lettino dello psicanalista della carta stampata.
E’ un libro infatti che racconta la storia della critica televisiva nel nostro paese dall’inizio ai giorni nostri, dalle macchine da scrivere ai blog come il nostro, citato come esempio “più ampio e completo” in questo settore. Un saggio che racconta la storia di un “mestiere” nuovo che nasce con il bisogno di raccontare al pubblico quello che il pubblico vede attraverso quella scatola magica che iniziava, nella seconda metà degli anni ’50, ad illuminare le case degli italiani. L’autore del libro: Nanni Delbecchi (lui stesso critico televisivo, attualmente al “Fatto quotidiano” e “OK Salute”) racconta dunque la storia di questo nuovo mestiere parlando di Ugo Buzzolan, Luciano Bianciardi, Achille Campanile, Giovanni Guareschi, Sergio Saviane, Oreste Del Buono, Gian Carlo Fusco ( critico de “Il giornale d’Italia”, a cui viene dedicato il bellissimo capitolo conclusivo del libro), Alberto Bevilacqua, Beniamino Placido fino all’attuale responsabile della rubrica di critica televisiva del Corriere della Sera Aldo Grasso raccontando inoltre in prima persona anche la sua esperienza alla corte di Indro Montanelli a “Il Giornale” e alla “Voce”.
La casa editrice Mursia incastra questo titolo nella sua nuova collana dedicata ai Media diretta da Francesco Specchia, “il cui scopo è quello di approfondire fenomeni strettamente connessi ai mass media moderni (con tanto di cronologia e bibliografia); e quello della divulgazione il più possibile giornalistica, magari striata d’aneddotica” .
Nelle 160 pagine de “La Coscienza di Mike“, nelle librerie in questi giorni a 14,00 euro, l’autore mescola notizie, aneddoti e ricordi personali, con la cronaca di un amore-odio che dura da mezzo secolo, quello tra le parole degli scrittori e le immagini del video, facendo al tempo stesso un omaggio alla televisione e al giornalismo d’autore. Due pezzi memorabili dell’Italia di ieri, oggi entrambi in via d’estinzione. Dopo il salto uno stralcio del libro, con la citazione dedicata a TvBlog. Buona lettura!
Continua a leggere: La storia della critica televisiva ne "La coscienza di Mike"

La seconda stagione dei Liceali, meno naif sul profilo registico (prima le riprese di alcune scene rasentavano l’amatorialità), ha qua e là delle lacune narrative. Nella puntata di questa sera irrompe all’improvviso l’autogestione, con repentini riferimenti alle proteste contro la riforma Gelmini che l’anno scorso (e ancora quest’anno) hanno visto tantissimi studenti scendere in piazza.
La cosa, tuttavia, appare decisamente forzata. Il dissenso degli studenti, infatti, nasce da una semplice “rivolta” della terza A contro il professor Cicerino (Tirabassi), reo di aver sospeso tutta la classe per aver ghettizzato la nuova arrivata, Monica Morucci (Chiara Mastalli). Al di là dell’improbabile provvedimento educativo preso dall’insegnante, all’improvviso si passa da un’iniziativa individuale a una mobilitazione collettiva che approfitta strumentalmente dell’attualità.
Insomma il messaggio lanciato dai Liceali questa sera è molto simile alla deriva acritica del “non entriamo”, dell’approfittare di un delirio di massa - pur giustificatissimo nella rivendicazione dei diritti studenteschi - per fare solo i propri interessi.
Continua a leggere: I Liceali 2 in autogestione: quando l'attualità è forzata
Ora che il trans Gabriele Belli è nella casa e il gay Maicol Berti ha “checcheggiato” abbastanza il Grande Fratello ha esaurito gran parte del suo effetto sorpresa. Un effetto che, sin dalle 23.00 di ieri, si è dissolto come una bolla di sapone, trasformando tutte le attese nutrite verso un’edizione storica in illusioni perdute (per dirla alla Balzac). Perché diciamo la verità, dopo Luxuria, Sircana, Marrazzo e Silvia Burgio potremmo tutti laurearci in epistemologia del trans sul piccolo schermo.
Più passano i giorni, più questa decima edizione dal raro sapore autunnale assomiglia sempre di più alla quinta, quella che vide trionfare il “diverso”, ma mai sessualmente dichiarato, Jonathan Kashanian. Anche allora i suoi gridolini spadroneggiavano, nell’ambito di un cast complessivamente pecoreccio e privo di grandi personalità. E anche quell’anno, se ricordate - era il 2004 -, fu quello che vide il format “spremuto” con ben due edizioni quasi consecutive.
Endemol si sentiva, infatti, galvanizzata dal grande successo mediatico della quarta edizione, quella di Ascanio, Katia, Serena, Patrick e poi ancora del rapporto difficile tra Ilaria Turi e il suo papà. Sono rimaste delle icone, entrate nell’immaginario collettivo a testimoniare un cast ricco di personalità coinvolgenti.
Sulla carta doveva essere il gioiellino del bouquet seriale di RaiUno, al punto da sfidare la prima puntata del Grande Fratello. E se invece, ai piani alti, ne avessero intuito i punti deboli, evitando di “bruciare” contro il reality monstre prodotti dall’esito scontatamente vincente?
Abbiamo un visto un cast d’eccezione di grandi attrici, tra cui Micaela Ramazzotti e Claudia Gerini ormai prestate dalla commedia cinematografica. La produzione è di Edwige Fenech. E, seppur si sia rivelata un’occasione mancata, c’è stato il cross-over con un marchio storico come Commesse, grazie alla continuità garantita dal personaggio di Romeo. Eppure ieri sera, a guardare Le segretarie del sesto, non ci si capiva un bel niente.
Una serie con protagoniste delle carrieriste nevrasteniche, che doveva essere sviluppata in sei episodi, è stata concentrata in due serate, così da intrappolare lo spettatore in un ambaradan recitativo. Per quanto l’intento fosse di riprodurre una tipica realtà aziendale dai ritmi forsennati, questo ha fortemente penalizzato le potenzialità di racconto, ridottosi a una serie di sketch mordi e fuggi.
Continua a leggere: Le segretarie del sesto: la velocità non è sinonimo di qualità