La tv del 2011: cosa dimenticare? Cosa ricordare? La scelta è ardua: un anno di palinsesti fra generaliste, digitale terrestre, satellite e sperimentazioni, politica, web, social network e interazioni con la tv si porta appresso una quantità enorme di storie da ricordare, nel bene e nel male. Quel che segue è una selezione del sottoscritto, assolutamente personale, delle storie e delle vicende che ricorderò di questo 2011 televisivo.
Scriveteci anche le vostre, se volete, e leggete queste come se fossero un countdown verso il nuovo anno. Buon 2012 a tutti, dal sottoscritto e dalla redazione di TvBlog.
Non è certo la prima volta che la televisione ha a che fare con malesseri e con la morte. Ma la diretta, l’invadenza dei mezzi di diffusione di notizie, video e filmati, rendono il tutto sempre più immanente. Il caso del malore di Lamberto Sposini è emblematico, in questo senso: il malore, La vita in diretta che non si ferma, qualcuno che voleva fermare Ballando con le stelle, l’interesse e l’attenzione mediatica, il silenzio. Scrivevo, allora, La morte in diretta (lo stesso titolo che diedi a un pezzo di oltre sei anni fa, quando morì Franco Scoglio.
La tv si trova in imbarazzo quando deve parlare della morte di qualcuno particolarmente famoso. E così, per esempio, nel caso di Steve Jobs, non può fare a meno di unirsi all’isteria collettiva di celebrazione acritica.
Poi ci sono i casi che scuotono per quanto diventano impressionanti e simbolici. La morte di Marco Simoncelli, per esempio. Con il silenzio devastato dei telecronisti Loris Reggiani e Guido Meda. Una tragedia che, ancora adesso, mentre ne scrivo, mi si rizzano lentamente i peli delle braccia e trema un po’ la schiena, al ripensare a quelle immagini che non guardo e non riguarderò, a quel silenzio rotto, a quel racconto incredulo della morte in diretta.
La tv, però, riesce a rovinare tutto, anche i suoi momenti più puri. E così poi giù di funerali in diretta, omaggi sguaiati e pellegrinaggi e pornografia del dolore nel talk show, che pensa di poter far successo cavalcando la morte (ultimo, ma solo in ordine di tempo, l’orrido Kalispera di Signorini).
Ma deve fare i conti anche con la curiosità morbosa del pubblico e con la propria: la morte è anche cronaca nera. Ed è qui, forse, che il mezzo televisivo ha dato il peggio di sé. Da Michele Misseri a Matrix al pomeriggio Rai che vorrebbe fare a meno della cronaca nera ma poi ritratta, da quello che persino Gerry Scotti definisce uno show della morte (forse per giustificare i bassi ascolti di Io Canto?), il 2011 ha visto la cronaca nera esibirsi in tutta la sua violenza pornografica.
Merita un titolo kafkiano, La7 e la trasformazione che ha subìto nell’ultimo anno, in particolare sotto la spinta della campagna acquisti dell’a.d. Stella e del direttore del TgLa7 Enrico Mentana. Perché non c’è alcun dubbio che La7, pur alla ricerca di una propria identità editoriale, sia il caso televisivo dell’anno. Mentana ha reso il TgLa7 una credibile alternativa alle ammiraglie, ha cercato di dare alla rete un’impronta fortemente orientata alle news - a volte esagerando e dimostrando poco senso della misura - e spesso si è sostituito al servizio pubblico laddove questo è stato carente. Poi si è fatto intrappolare dalla querelle delle dimissioni - subito ritirate e archiviate -, ha mostrato la prontezza nell’inventarsi un format random da utilizzare quando e se occorre (Bersaglio mobile) e ha fatto del bene alla rete. Che è ancora in metamorfosi perché non ha affatto concluso la propria campagna acquisti (e ha, per esempio, archiviato malamente Luisella Costamagna) nei risultati da verificare . Ci sarà Saviano a breve e poi Dandini e Guzzanti Sabina. Manca all’appello Santoro, per incomprensioni e interessi divergenti. E la Gabanelli, che - nonostante tuto - resta su RaiTre.
Restano Gad Lerner, Geppi Cucciari, Antonello Piroso. Di certo La7 si è trasformata ed è ancora in trasformazione. Il 2012 potrebbe essere, viste le premesse, l’anno della consacrazione.
L’esperimento di Michele Santoro è, senz’ombra di dubbio, una delle sfide più interessanti che si siano viste negli ultimi vent’anni di televisione italiana, se non altro dal punto di vista editoriale. Dopo un decennio di turbolenze politico-giornalistiche (a partir dall’editto bulgaro con cui Berlusconi disse di volerlo fuori dalla Rai), Santoro ha trovato una sua collocazione. Anzi, forse la Collocazione per eccellenza: con una cordata di imprenditori ed editori che hanno scommesso sull’operazione, si è costruito, di fatto, la propria tv (come già negli intenti di TeleSogno. Solo che, dopo l’entusiasmo iniziale, gli ascolti sono andati così così. Anche perché la situazione politica, nel frattempo, è mutata e Santoro e i suoi si sono trovati, di fatto, privi del loro nemico nell’economia di una narrazione giornalistico-televisiva tutta basata sull’antagonismo.
Così, anche se l’esperimento di Servizio Pubblico resta una pietra miliare - vedremo se, chi e come seguirà l’esempio di Santoro -, la televisione secondo Michele, Travaglio e Vauro deve rivedere un po’ il proprio modo di essere e di porsi e reimparare ad approfondire tematiche ed argomenti, senza più l’ombra - o la scusa - della contrapposizione pro o contro Berlusconi.
L’esperimento è riuscito a metà, fino a questo momento. Santoro ritornerà il 12 di gennaio
Uno dei casi dell’anno è stato, sicuramente, il confronto giudiziario fra Ballando con le stelle e Baila!, che ha visto la vittoria a distanza di Milly Carlucci sul clone partorito da Roberto Cenci e Barbara D’Urso: un precedente importante, per la tv italiana. E forse anche per quella internazionale. Un precedente che, da altri più buonisti, non è stato colto (la Clerici, per intenderci, continua a chiedere, come pax nei confronti del clone Io canto che il programma e l’originale, Ti lascio una canzone, vadano in onda in periodi diversi dell’anno.
E’ un segno importante per la tv tutta, anche perché sarebbe l’ora che si sperimentassero idee nuove. Anche perché il pubblico sta decretando una serie inaudita di flop (nel 2011, impossibile davvero elencarli tutti: da Sgarbi al doppio flop della D’Urso, da Pino Insegno a Star Academy, da Uman a Tamarreide). D’altro canto, c’è anche una serie imbarazzante di fiction brutte e affatto premiate dal pubblico, oppure premiate dal pubblico ma proprio impossibili da salvare qualitativamente (”La ragazza americana” (Raiuno), “Violetta” (Raiuno), “Sangue caldo” (Canale 5), “Tiberio Mitri-Il campione e la Miss” (Raiuno), “Il segreto dell’acqua” (Raiuno), “Viso d’angelo” (Canale 5)). No ai cloni, sì a idee nuove. Ammesso e non concesso che arrivino e che si riesca a smettere di acquisire format dall’estero e si ricominci a puntare su idee nostrane.
D’altro canto, per aver successo - o almeno per non essere travolti - basta poco: è sufficiente essere nazionalpopolari, nel panorama desolante della televisione nostrana. Così, ecco Italia’s got talent, C’è posta per te, La corrida, I migliori anni, Don Matteo e via dicendo.
Per arrivare al successo più clamoroso di tutti, che è anche il più nazionalpopolare di tutti: quello di Fiorello. Il programma, #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend, ha rappresentato anche il mio primo, grande scollamento con una buona fetta di lettori di TvBlog, per quel che riguarda il nostro “cortile”. Non me ne pento e rilancio: il successo di Fiorello in termini d’ascolto è sopravvalutato e fa parte di una tradizione alla quale il pubblico ha scelto di ritornare anche perché tutto il resto genera semplicemente rifiuto. Fiorello fa l’animatore e intrattiene come sa, con i grandi ospiti. Costa un saco e fa grandi numeri. E a tutti va bene così. A me, a costo di spiacere ai nostri lettori, invece no. Perché mi piacciono le idee.
E il nazionalpopolare mi sembra sempre e solo terribilmente banale. Non me ne vogliate.
Simona Venutra che scappa dalla Rai e si rifugia su Sky è, insieme alla Carlucci e a Maria De Filippi, che resiste nel disastro di Mediaset - al punto che provano a farla andare a risollevare persino Kalispera senza successo -, ma anche insieme a Victoria Cabello e Geppi Cucciari l’icona della tv al femminile.
Ed è anche l’icona dei cervelli in fuga dal servizio pubblico (gli altri li ha raccattati quasi tutti La7 e di Michele Santoro abbiamo già parlato) e verso altri lidi. Il digitale terrestre, La7, Sky, possono accogliere qualche cervello (alcuni li trattengono all’infinito, come Carlo Freccero che resta confinato nella sua Rai4 di nicchia).
Anche i capitali sono in fuga: bisogna spendere meno. C’è crisi. Gli ascolti - e quindi gli inserzionisti - non sono più quelli di una volta. Ma la tv ha anche un brutto vizio: quello di chiudersi a riccio - nel dietro le quinte - in un mondo impermeabile e astratto dalla realtà, un mondo che non è pronto ad accogliere cervelli “altri” e che rischierà di farsi scappare anche i pochi rimasti e di perdere altri soldi.

T come Telerissa. Telerissa è un termine che non è ancora entrato di diritto nel novero dei neologismi - neologismo, dal 1996, parrebbe essere diventato invece un termine relativo a una recente nomina RAI: trattasi di minzolinismo, tecnica giornalistica della quale discuteremo in futuro -, eppure tutti sanno di cosa si parla, quando si parla di telerissa (a onor del vero, su un dizionario non troverete ancora né l’uno né l’altro termine).
La telerissa è, in qualche modo, un genere a sé che si insinua prepotentemente nel talk show e poi anche nei reality (perlomeno, nella pare talk dei reality): è un qualcosa cui, fondamentalmente, il pubblico dei programmi di intrattenimento è ormai abituato e assuefatto. Le telerisse non si contano più, e a provare a farne un elenco ci si perderebbe in un’impossibile operazione di classificazione. In ordine di tempo, ne ricordiamo nell’ultima edizione del Grande Fratello (per esempio, Gianluca contro Ferdi), alla Talpa (Karina contro Melissa, per dirne una); ma a andare a ritroso, potremmo ricordare uno storico Zequila versus Pappalardo, una straordinaria telerissa al femminile Aida Yespica contro Entonella Elia, le innumerevoli liti in cui è coinvolto Vittorio Sgarbi (rimane epocale quella contro Mike Bongiorno) e via dicendo.
La telerissa è diventata talmente simile a una prassi da essere addirittura scimmiottata e inscenata - è il caso, recentissimo, di Victoria Cabello e Ambra a Victor Victoria. Ma da un po’ di tempo a questa parte, le cose stanno cambiando: la telerissa è debordata dal semplice talk e dall’entertainment-reality e sta invadendo con veemenza l’approfondimento politico. I toni dello scontro - dicitura quantomai cara ai commentatori e alle parti in causa - si alzano troppo spesso e quasi sempre poco dopo l’inizio dell’approfondimento, con il risultato che lo spettatore a casa non capisce di cosa si stia parlando e si trova a gustarsi semplicemente, banalmente, con impotenza, una specie di Celebrities’ Death Match, ma combattuto da persone in carne e ossa. Persone che dovrebbero occuparsi di giornalismo, di politica, e che dovrebbero consentire allo spettatore di capire.
La telerissa politica, altro genere che ormai invade i palinsesti, è quanto di più squalificante e indecoroso si possa immaginare. Sia da un punto di vista televisivo sia da un punto di vista meramente politico, appunto. Il linguaggio della politica si è svilito al punto da essersi abbassato al livello di un reality show. Forse alle prossime elezioni si potrebbe introdurre il televoto: il quadro, a quel punto sarebbe completo (dopo il salto, un video con una summa delle più celebri telerisse italiche).
Continua a leggere: C'era una volta la telerissa. Oggi c'è la telerissa politica

Oggi mi concederete un volo pindarico - un editoriale di mezza settimana, lo chiameremo -, visto che di questi tempi, in televisione, se ne fanno tanti. Maria, forte dei successi che miete senza troppo sforzo, per esempio, si propone per fare un anti-Sanremo. Oppure i Grammy Awards Italy. Oppure per resuscitare il Festivalbar. Oppure, comunque, per essere Re Mida Degli Ascolti.
Che dirle? Può permetterselo, signori miei, perché - checcé ne dica Pier Silvio, che non teme la concorrenza di SKY - Maria è la ragione del 90% dei successi recenti di Mediaset. Ma fanno voli pindarici anche gli altri, sia chiaro: li fa il nuovo Presidente RAI Garimberti, che afferma di non aver mai visto un reality show. Male, dico io. Male, perché a farla, la tv, pensano di essere capaci tutti. Ma per farla bisogna conoscerla. Non si vogliono certo mettere in dubbio le doti di Garimberti, sia chiaro. Ma ignorare l’esistente non è un buon modo per cominciare: dovrà recuperare, se vorrà essere un Presidente credibile, visto che il reality è ormai - da tempo, mica da ieri - parte integrante della tv contemporanea. Visto che i reality trionfano.
Il che non significa che il reality show sia il bene supremo. Ma neanche il male. Il male sono, ahimé, proprio i voli pindarici di cui sopra, il prendersi troppo sul serio, atteggiamento di cui sembra vittima - per passare dall’altra parte - anche quel Fiorello che imperversa da mesi prima ancora che il suo show sia iniziato.
Chi salvo, mi chiederete voi? Salvo Fazio e la sua squadra, e lo sapete bene. Grazie al lavoro di anni culminato con lo speciale di ieri. Ma quella è tv di servizio, oltreché spettacolo. Quella è cultura, e mi si potrebbe opporre l’obiezione scontata: la cultura è alta, la tv è pop.

Caro Ministro Bondi,Il succo di questo mio intervento si può riassumere banalmente in un “violento” quando si spara, bisognerebbe mirare bene.
Mi spiego. Lei ha affermato, caro Ministro, che
Esiste un grave problema che riguarda l’informazione televisiva che tratta vicende di cronaca nera senza alcuna cautela e senza alcuna considerazione di chi guarda […] Possibile che i telegiornali siano diventati una serie ininterrotta di notizie catastrofiche, e che non vi sia spazio per parlare del bene che tante persone fanno?
non vi sia spazio in televisione per un’informazione che parli del bene che tante persone promuovono senza alcun tornaconto? […] Se non sapremo arrestare questo circolo vizioso della televisione non vi sarà fine al peggio, al brutto, al deteriore, al pessimismo, al volgare, e all’orrore. Vogliamo per una volta mettere da parte le divisioni politiche e svolgere un’azione comune per la difesa di certi valori fondamentali? Spero che qualcuno voglia riprendere il mio appello
E noi, questo Suo appello, come vede, caro Ministro, lo riprendiamo. E le rigiriamo alcune domande e questioni.
Siamo proprio sicuri, caro ministro, che il brutto, il deteriore, il pessimismo, il volgare, l’orrore derivino proprio dai tg? Ma quei tg non raccontano, teoricamente la realtà delle cose?
Continua a leggere: Il Ministro Sandro Bondi e i TG che fanno paura

Quando vedo in onda il servizio de La Medusa Rosa - Le Iene, ovviamente - non so mai quale sia la mia sensazione. Non so se sia maggiore lo sconcerto o il divertimento trash, la goliardia, il darsi di gomito quando si vede o si fa qualcosa che è generalmente ritenuto politicamente scorretto.
La Medusa Rosa - a lato, un esemplare - non è esattamente un esempio di televisione alta. Eppure è così trash che fa perlomeno sorridere.
Trash com’era trash, forse addirittura volgare, l’episodio live de L’Isola dei Famosi di ieri, con il litigio fra Belen Rodriguez che resta naufraga suo malgrado e Vladimir Luxuria. L’ex onorevole chiede alla bella argentina Cosa dovrei invidiarti e quella, senza scomporsi più di tanto, si indica l’intimità e le dice questa mi devi invidiare. Non male, per essere le 22 circa. Non male, ammesso di aver capito cosa si intenda freudianamente per invidia. Probabilmente peggio de La Medusa Rosa, che almeno potrebbe passare per satira.
E nella mia convinzione che la satira non dovrebbe mai essere limitata, mi pongo - e vi sottopongo - vari quesiti. In fonto, la Medusa Rosa è una provocazione. Ma è anche vero che non si può giustificare tutto con le provocazioni. Poi, mentre rifletto su queste cose, Le Iene mandano in onda un bel servizio girato in Amazzonia. Si parla degli uomini rossi. E’ un servizio bello e interessante, e a un certo punto mostra questi uomini rossi che giocano fra loro usando come oggetto del gioco le proprie parti intime. Il loro capo afferma fra noi non esiste vergogna. Ecco, forse dipende tutto da questo. Dal non avere vergogna. E non è detto che la cosa sia negativa, no?

Caro Antonio,
Veline, con il codazzo di polemiche che si è portato naturalmente appresso, è stato comunque un successo, e le due fanciulle, Costanza e Federica, a me sembra proprio che funzionino: belle e determinate. Poi sono così giovani, hanno tutto il tempo di far carriera e sarai stato tu a averle lanciate. Non si può dire che tu non abbia occhio per le giovini che possono far carriera in tivvù.
L’esordio di Striscia la Notizia - anche se parlar di esordio dopo vent’anni fa un po’ sorridere - è stato un esordio con il botto, come a mettere a tacere tutti coloro che potessero avere dubbi in merito. La cosa non fa che confermare - se ancora ce ne fosse il bisogno - la bontà e la lungimiranza delle tue idee.
Poi, il maxitapiro al Parlamento. Certo che è un esordio col botto, mostrare una volta di più le contraddizioni del potere e dei potenti mettendoli in ridicolo, come insegna la tradizione della satira. Ma allora, eccola qui la ragione di questa mia, chiamiamola lettera, o chiamiamola proposta, o quel che vuoi.
Vedere che il Parlamento e la raccolta differenziata sono due rette sghembe mi fa sorridere, certo, ma non mi sorprende, e non è né simbolo né metafora dei mali della nostra italietta e del distacco sempre più evidente fra il popolino - quello che guarda la tivvù - e i politici.
Continua a leggere: Il ritorno di Striscia - Lettera aperta a Antonio Ricci


Ho capito di essere invecchiato, ieri sera, quando, guidando lungo una strada buia, ho visto la luna coperta. Per una frazione di secondo ho pensato a una nube, ma poi era evidente: trattavasi di eclissi (la foto, per la cronaca, è stata scattata a Roma, subito dopo l’eclissi, da Ste di Noantri). Quasi totale, dal posto in cui mi trovavo. E non era Roma.
E ho capito di essere invecchiato perché la televisione non ne aveva parlato, o se l’aveva fatto, be’, l’aveva fatto in spazi ristretti. E’ vero, l’eclissi di luna non è un evento così raro, ma è pur sempre un evento, un fenomeno naturale che meriterebbe di essere in qualche modo celebrato, comunicato, osservato.
Ma l’eclissi di luna è un evento lento. Andrebbe osservata con calma, perché a due sguardi successivi, magari dopo due curve, giunti a un nuovo rettilineo, be’, sembra sempre allo stesso punto. L’eclissi di luna non è televisiva, oggi. Questo ho pensato, mentre guidavo. Non vale nemmeno un titolo di tiggì.
E poi ho pensato che invece celebriamo - televisivamente, e giustamente - l’uomo che sfreccia nell’aria e l’uomo che domina le acque.
Lo ammetto. Mi emoziono ancora a guardare certi sport. Non so perché accada, e immagino sia lo stesso anche per voi, che spesso commentate su queste pagine le gare Olimpiche.
Mi sono emozionato, per esempio, a guardar Federica Pellegrini frantumare il record Olimpico nei 400 stile libero, poi perdere clamorosamente una finale che avrebbe potuto vincere a mani basse, dar la colpa alle gare mattutine e poi, da grande atleta, solo a se stessa; poi ci fa sussultare di nuovo, Federica, a noi tifosi, e si concede il lusso di fare il record nei 200, ci fa soffrire ancora quando rompe il costume e vince comunque la sua semifinale, e poi la finale, che trionfa.
Brava, Federica. E bravi anche gli altri atleti azzurri, ci mancherebbe altro. Non è che si discrimini, da queste parti. Anche lo spadista Tagliariol mi ha emozionato. E l’elenco continuerebbe. Ma Federica, è quella che dopo la vittoria ha dichiarato darò più spazio alla tv.
Nulla di male, si intende: è giusto che un’atleta pensi anche alla propria immagine e che approfitti delle offerte che riceve. Ma speriamo, anzi, spero - è giusto prendere posizioni singolarmente - che questo non significhi, cara Federica, vedere anche te in qualche reality.
Continua a leggere: Federica Pellegrini e più spazio alla tv

Non so se ve ne siete accorti, ma c’è la guerra, in Georgia. Probabilmente l’avrete vista in televisione. E avrete visto anche Vladimir Putin, che se ne stava comodamente seduto a ammirare la cerimonia di apertura di questi benedetti giochi olimpici che rispondono al nome di Pechino 2008, aveva i suoi caccia a bombardare senza mezzi termini.
C’è la guerra, a meno che non si voglia trovare qualche allegro sinonimo televisivo per parlarne. A me viene in mente un solo nome: guerra.
Non mi è capitato di vedere Blob, in questi giorni. Ma fossi in loro - magari - non avrei dubbi, e monterei immagini di bombardamento e festa olimpica, feriti e medaglie d’oro, partite di badminton e cacciabombardieri, ballerini e tamburini cinesi e militari.
Già, militari. Tanto, la maggior parte di quelli che si esibivano nello spettacolare stadio pechinese, erano militari, guarda un po’ (cfr. anche Federico Rampini, oggi su La Repubblica).
Cambia la forma, non cambia la sostanza. E questo è il ricordo televisivo che bisognerebbe conservare in questo agosto 2008: lo sport - con l’eterno, ipocrita dubbio del doping - e la guerra che uccide e rade al suolo, anche durante le Olimpiadi, l’evento che dovrebbe riunire l’umanità tutta davanti alla performance.
Chi farà più ascolti, lo sport o la guerra? In definitiva, i fuochi artificiali della cerimonia di apertura e i missili si assomigliano così tanto.

Il Festival, non bisogna chiuderlo, dicono. Non bisogna perché è la tradizione, perché sarebbe come chiudere il campionato di calcio, perché esiste da sempre, perché, perché.
Be’, mi permetto di dissentire.
Il Festival è un prodotto, è un evento televisivo, è, al limite, una vetrina per cantanti - lo è? Ne siamo proprio sicuri? -; il Festival, prima di esistere non esisteva e si viveva lo stesso. Il Festival è, di questo siamo sicuri, un’Istituzione.
E le istituzioni, signori miei, non sono sinonimo di modernità. Sono sinonimo di antico, vetusto, forse anche reazionario. Perché dev’essere blasfemo ipotizzare di radere al suolo uno spettacolo che in qualche modo è legato alla Storia d’Italia ma non la rappresenta più? Raderlo al suolo per rifondarlo, magari. Con altre formule, altri scopi, altre idee.
In aggiunta a ciò, ho la vaga impressione - che pare confermata da dati esterni e oggettivi - che questa benedetta istituzione non funzioni più. Così, io mi schiero con chi ha votato sì al nostro sondaggio. Dopo il salto, ecco il perché.
Continua a leggere: Festival di Sanremo - Si può anche chiudere, no?