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Editoriale

Youtube cambierà la tv? La nicchia come opportunità

pubblicato da Malaparte in: Internet vs Tv YouTube Selection Editoriale

In un interessante reportage del New Yorker (qui l’originale, per appassionati angolofoni, sia televisivi sia della rivista-cult) si dà ampio risalto al “nuovo” progetto televisivo di YouTube e Google.

Nel pezzo, John Seabrook racconta, in perfetto new-yorker-style, i progetti di Robert Kyncl, che sta lavorando con il suo team a uno dei più grandi ed epocali cambiamenti per YouTube, la più popolare piattaforma di videosharing al mondo.

Colmo di spunti interessanti, colpisce, in generale, perché gli appassionati sanno bene che di progetti “web-televisivi” si parla da tempo immemorabile, ma pare proprio - leggendolo - che Kyncl abbia le idee chiarissime. e che queste idee siano perfettamente in linea con il progetto di Google Tv (quello raccontato perfettamente in questo video, di un anno fa), evidentemente mai “morto” ma sviluppato affinché diventasse qualcosa di concreto. Ma le idee sono chiare non tanto quando disegna il futuro - per lui chiarissimo, magari per l’interlocutore un po’ meno - soprattutto quando si produce in un’analisi assolutamente perfetta anche per raccontare la situazione italiana della televisione tradizionale:

    «People went from broad to narrow and we think they will continue to go that way—spend more and more time in the niches—because now the distribution landscape allows for more narrownes».

«Le persone sono passate dal vasto al piccolo e pensiamo che continueranno in questo modo, passando sempre più tempo nelle nicchie, perché ora il panorama della distribuzione permette che ci siano più nicchie»: non è una frase che riassume, in maniera esaustiva, l’evidente fenomeno di frammentazione degli ascolti? Il passaggio dal mainstream alla “nicchia”, spesso visto come qualcosa di negativo - nell’ossessione che si debba essere popolari e seguitissimi, diventa, nell’ottica di YouTube, un’opportunità di mercato.

Questa “rivoluzione” è molto temuta dagli addetti ai lavori, perché trasformerà i palinsesti da passivi ad attivi, li riscriverà e li farà diventare qualcosa di diverso e di non controllabile. D’altro canto, anche se l’elefantiaco mondo della televisione non vuole vederlo, è già così: lo spettatore più smart (guarda caso, quello che, teoricamente, farebbe parte di un certo “target commerciale”) si fa già il suo palinsesto, in maniera totalmente asincrona e non misurabile con le tecnologie attuali. Le nicchie esistono, e non sono più “elitarie”: esistono nicchie di ogni tipo, e ogni tipo di nicchia ha il suo palinsesto preferito.

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La tv del 2011 - Dieci storie da ricordare, nel bene e nel male. Per un buon 2012

pubblicato da Malaparte in: L'angolo di Malaparte Editoriale

Buon 2012

La tv del 2011: cosa dimenticare? Cosa ricordare? La scelta è ardua: un anno di palinsesti fra generaliste, digitale terrestre, satellite e sperimentazioni, politica, web, social network e interazioni con la tv si porta appresso una quantità enorme di storie da ricordare, nel bene e nel male. Quel che segue è una selezione del sottoscritto, assolutamente personale, delle storie e delle vicende che ricorderò di questo 2011 televisivo.

Scriveteci anche le vostre, se volete, e leggete queste come se fossero un countdown verso il nuovo anno. Buon 2012 a tutti, dal sottoscritto e dalla redazione di TvBlog.

La Tv del 2011

La Tv del 2011 - Marco SimoncelliLa Tv del 2011 - Mara Venier su Lamberto SposiniLa Tv del 2011 - Michele Misseri e la cronaca neraLa Tv del 2011 - Enrico Mentana

10 - La morte in diretta


Non è certo la prima volta che la televisione ha a che fare con malesseri e con la morte. Ma la diretta, l’invadenza dei mezzi di diffusione di notizie, video e filmati, rendono il tutto sempre più immanente. Il caso del malore di Lamberto Sposini è emblematico, in questo senso: il malore, La vita in diretta che non si ferma, qualcuno che voleva fermare Ballando con le stelle, l’interesse e l’attenzione mediatica, il silenzio. Scrivevo, allora, La morte in diretta (lo stesso titolo che diedi a un pezzo di oltre sei anni fa, quando morì Franco Scoglio.
La tv si trova in imbarazzo quando deve parlare della morte di qualcuno particolarmente famoso. E così, per esempio, nel caso di Steve Jobs, non può fare a meno di unirsi all’isteria collettiva di celebrazione acritica.

Mara Venier, Lamberto Sposini

Poi ci sono i casi che scuotono per quanto diventano impressionanti e simbolici. La morte di Marco Simoncelli, per esempio. Con il silenzio devastato dei telecronisti Loris Reggiani e Guido Meda. Una tragedia che, ancora adesso, mentre ne scrivo, mi si rizzano lentamente i peli delle braccia e trema un po’ la schiena, al ripensare a quelle immagini che non guardo e non riguarderò, a quel silenzio rotto, a quel racconto incredulo della morte in diretta.
La tv, però, riesce a rovinare tutto, anche i suoi momenti più puri. E così poi giù di funerali in diretta, omaggi sguaiati e pellegrinaggi e pornografia del dolore nel talk show, che pensa di poter far successo cavalcando la morte (ultimo, ma solo in ordine di tempo, l’orrido Kalispera di Signorini).

Michele Misseri a Matrix

Ma deve fare i conti anche con la curiosità morbosa del pubblico e con la propria: la morte è anche cronaca nera. Ed è qui, forse, che il mezzo televisivo ha dato il peggio di sé. Da Michele Misseri a Matrix al pomeriggio Rai che vorrebbe fare a meno della cronaca nera ma poi ritratta, da quello che persino Gerry Scotti definisce uno show della morte (forse per giustificare i bassi ascolti di Io Canto?), il 2011 ha visto la cronaca nera esibirsi in tutta la sua violenza pornografica.

9 - La metamorfosi

Enrico Mentana

Merita un titolo kafkiano, La7 e la trasformazione che ha subìto nell’ultimo anno, in particolare sotto la spinta della campagna acquisti dell’a.d. Stella e del direttore del TgLa7 Enrico Mentana. Perché non c’è alcun dubbio che La7, pur alla ricerca di una propria identità editoriale, sia il caso televisivo dell’anno. Mentana ha reso il TgLa7 una credibile alternativa alle ammiraglie, ha cercato di dare alla rete un’impronta fortemente orientata alle news - a volte esagerando e dimostrando poco senso della misura - e spesso si è sostituito al servizio pubblico laddove questo è stato carente. Poi si è fatto intrappolare dalla querelle delle dimissioni - subito ritirate e archiviate -, ha mostrato la prontezza nell’inventarsi un format random da utilizzare quando e se occorre (Bersaglio mobile) e ha fatto del bene alla rete. Che è ancora in metamorfosi perché non ha affatto concluso la propria campagna acquisti (e ha, per esempio, archiviato malamente Luisella Costamagna) nei risultati da verificare . Ci sarà Saviano a breve e poi Dandini e Guzzanti Sabina. Manca all’appello Santoro, per incomprensioni e interessi divergenti. E la Gabanelli, che - nonostante tuto - resta su RaiTre.
Restano Gad Lerner, Geppi Cucciari, Antonello Piroso. Di certo La7 si è trasformata ed è ancora in trasformazione. Il 2012 potrebbe essere, viste le premesse, l’anno della consacrazione.

8 - Sfida al Servizio Pubblico

Michele Santoro e Servizio Pubblico

L’esperimento di Michele Santoro è, senz’ombra di dubbio, una delle sfide più interessanti che si siano viste negli ultimi vent’anni di televisione italiana, se non altro dal punto di vista editoriale. Dopo un decennio di turbolenze politico-giornalistiche (a partir dall’editto bulgaro con cui Berlusconi disse di volerlo fuori dalla Rai), Santoro ha trovato una sua collocazione. Anzi, forse la Collocazione per eccellenza: con una cordata di imprenditori ed editori che hanno scommesso sull’operazione, si è costruito, di fatto, la propria tv (come già negli intenti di TeleSogno. Solo che, dopo l’entusiasmo iniziale, gli ascolti sono andati così così. Anche perché la situazione politica, nel frattempo, è mutata e Santoro e i suoi si sono trovati, di fatto, privi del loro nemico nell’economia di una narrazione giornalistico-televisiva tutta basata sull’antagonismo.
Così, anche se l’esperimento di Servizio Pubblico resta una pietra miliare - vedremo se, chi e come seguirà l’esempio di Santoro -, la televisione secondo Michele, Travaglio e Vauro deve rivedere un po’ il proprio modo di essere e di porsi e reimparare ad approfondire tematiche ed argomenti, senza più l’ombra - o la scusa - della contrapposizione pro o contro Berlusconi.

L’esperimento è riuscito a metà, fino a questo momento. Santoro ritornerà il 12 di gennaio

7 - La guerra dei cloni, la vendetta dei flop

Milly Carlucci e Ballando con le stelle vs. Baila

Uno dei casi dell’anno è stato, sicuramente, il confronto giudiziario fra Ballando con le stelle e Baila!, che ha visto la vittoria a distanza di Milly Carlucci sul clone partorito da Roberto Cenci e Barbara D’Urso: un precedente importante, per la tv italiana. E forse anche per quella internazionale. Un precedente che, da altri più buonisti, non è stato colto (la Clerici, per intenderci, continua a chiedere, come pax nei confronti del clone Io canto che il programma e l’originale, Ti lascio una canzone, vadano in onda in periodi diversi dell’anno.

E’ un segno importante per la tv tutta, anche perché sarebbe l’ora che si sperimentassero idee nuove. Anche perché il pubblico sta decretando una serie inaudita di flop (nel 2011, impossibile davvero elencarli tutti: da Sgarbi al doppio flop della D’Urso, da Pino Insegno a Star Academy, da Uman a Tamarreide). D’altro canto, c’è anche una serie imbarazzante di fiction brutte e affatto premiate dal pubblico, oppure premiate dal pubblico ma proprio impossibili da salvare qualitativamente (”La ragazza americana” (Raiuno), “Violetta” (Raiuno), “Sangue caldo” (Canale 5), “Tiberio Mitri-Il campione e la Miss” (Raiuno), “Il segreto dell’acqua” (Raiuno), “Viso d’angelo” (Canale 5)). No ai cloni, sì a idee nuove. Ammesso e non concesso che arrivino e che si riesca a smettere di acquisire format dall’estero e si ricominci a puntare su idee nostrane.

6 - Nazionalpopolare a chi?


D’altro canto, per aver successo - o almeno per non essere travolti - basta poco: è sufficiente essere nazionalpopolari, nel panorama desolante della televisione nostrana. Così, ecco Italia’s got talent, C’è posta per te, La corrida, I migliori anni, Don Matteo e via dicendo.

Per arrivare al successo più clamoroso di tutti, che è anche il più nazionalpopolare di tutti: quello di Fiorello. Il programma, #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend, ha rappresentato anche il mio primo, grande scollamento con una buona fetta di lettori di TvBlog, per quel che riguarda il nostro “cortile”. Non me ne pento e rilancio: il successo di Fiorello in termini d’ascolto è sopravvalutato e fa parte di una tradizione alla quale il pubblico ha scelto di ritornare anche perché tutto il resto genera semplicemente rifiuto. Fiorello fa l’animatore e intrattiene come sa, con i grandi ospiti. Costa un saco e fa grandi numeri. E a tutti va bene così. A me, a costo di spiacere ai nostri lettori, invece no. Perché mi piacciono le idee.

E il nazionalpopolare mi sembra sempre e solo terribilmente banale. Non me ne vogliate.

5 - Cervelli in fuga, capitali in fuga

Simona Ventura SKY

Simona Venutra che scappa dalla Rai e si rifugia su Sky è, insieme alla Carlucci e a Maria De Filippi, che resiste nel disastro di Mediaset - al punto che provano a farla andare a risollevare persino Kalispera senza successo -, ma anche insieme a Victoria Cabello e Geppi Cucciari l’icona della tv al femminile.

Ed è anche l’icona dei cervelli in fuga dal servizio pubblico (gli altri li ha raccattati quasi tutti La7 e di Michele Santoro abbiamo già parlato) e verso altri lidi. Il digitale terrestre, La7, Sky, possono accogliere qualche cervello (alcuni li trattengono all’infinito, come Carlo Freccero che resta confinato nella sua Rai4 di nicchia).

Anche i capitali sono in fuga: bisogna spendere meno. C’è crisi. Gli ascolti - e quindi gli inserzionisti - non sono più quelli di una volta. Ma la tv ha anche un brutto vizio: quello di chiudersi a riccio - nel dietro le quinte - in un mondo impermeabile e astratto dalla realtà, un mondo che non è pronto ad accogliere cervelli “altri” e che rischierà di farsi scappare anche i pochi rimasti e di perdere altri soldi.

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Merry F*%#ing Christmas

pubblicato da Malaparte in: Editoriale

Gli auguri tradizionali li abbiamo fatti, quindi ora ci si può anche lasciare andare con qualcosa di un po’ più dissacrante e meno canonico, soprattutto di meno buonista - che, non so se si sia capito, negli anni, il buonismo è proprio una di quelle cose che mi è venuta a noia in poco tempo.

Questo video è stato realizzato per la canzone natalizia (o meglio, antinatalizia) Merry F*%#ing Christmas, di Denis Leary. Leary è uno stand up comedian americano di origini irlandesi, molto amico - almeno, finché non si verificò un episodio piuttosto spiacevole - dell’indimenticabile Bill Hicks.

Leary, classe 1957, ha avuto fino a pochi mesi fa un suo show una sua serie in onda per la tv statunitense FX, dal titolo Rescue Me (la settima e, a quanto ci risulta, ultima stagione è finita a settembre del 2011); questo video risale al 2004, anno in cui Leary fece uscire l’album omonimo, Merry F*%#ing Christmas, una raccolta di brani comedy sulla falsariga di quello che dà il nome alla canzone degli antiauguri di Natale.

Amico per un po’ di Bill Hicks, dicevamo. Finché, a quanto pare, non gli rubò letteralmente uno sketch e persino il modo di metterlo in scena, a proposito delle sigarette, nel suo No Cure for Cancer. Hicks si infuriò e l’amicizia finì (i dettagli li ha raccontati Cynthia True nel 2002, nel suo libro American Scream: The Bill Hicks Story). Ironia della sorte, Hicks - dal cui repertorio ha attinto a piene mani anche il nostro Daniele Luttazzi - è morto proprio di cancro.

Il che non toglie che Denis Leary sia meglio della stragrande maggioranza dei presunti stand up comedian italici .

Il Grande Fratello e il superimpose - Il format sformato al capolinea

pubblicato da Malaparte in: Grande Fratello Editoriale Grande Fratello 12

Grande Fratello 12 - Le lacrime di Adriana

A metà fra l’urlo di Munch, un film visionario di Sion Sono, il finale di Psycho, una telenovela brasiliana, un horror italiano anni ‘70 e un’opera di videoarte di Alessandro Amaducci, il frame qui sopra racconta, in un venticinquesimo di secondo, la puntata di ieri del Grande Fratello 12: un superimpose esasperato fra Adriana (concorrente in odor di eliminazione), che non piange per il suo Rocky ma per la lettera paterna. La sua disperazione è solo un foreshadowing per l’eliminazione finale, il vero dramma. Peccato che, a parte questo fotogramma e la sequenza annessa di immagini (senz’audio) che hanno stimolato la fantasia del sottoscritto, nel Grande Fratello non ci siano più riferimenti (alti, bassi o medi) se non alla propria narcisistica autoreferenzialità.

Intendiamoci: c’è tutto quel che si suppone ci debba essere, in quella televisione. Due videolettere di padri in cinque minuti: lacrime, disperazione e tragedia per la prima, frutto di un’infanzia difficile; commozione moderata per la seconda, che deriva da una famiglia più normale; liti; corna; spogliarello dei Babbi Natali; pianti e crisi isteriche, contrappuntati da una scaletta schizofrenica che non lascia il tempo per elaborare nulla: scusate se interrompiamo il drama, ora c’è un momento comedy. Scusate se non potete più litigare, adesso si parla di corna. Una bulimia contenutistica che forse vorrebbe occhieggiare alla rapidità della fruizione del flusso sul web - solo che sul web i contenuti si scelgono attivamente, non si subiscono passivamente - ma si traduce in un nulla privo di appeal e di cattiveria, un nulla che divora se stesso: il troppo non è ricchezza. La durata monster, la quantità di personaggi da catalogo Postalmarket, di storie, di vicende da seguire hanno semplicemente deformato il format.

Eppure lo dice anche la saggezza popolare tanto cara a Signorini: il troppo stroppia, e il saggio va per sottrazione, non è ossessionato dalla quantità contenutistica. E la velocità non genera empatia: chi va piano va sano e va lontano. Ma qui si sommano il troppo e il troppo veloce, contravvenendo a ben due proverbi delle nostre nonne. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

E la sostanza di quanto sopra si evidenzia in tutta la sua nudità quando, dopo l’ennesimo rvm pretestuoso con la volontà di raccontare a tutti i costi un triangolo amoroso che non c’è, il protagonista maschile vertice del triangolo commenta: «Che dire? Bel montaggio». La Marcuzzi lo rimprovera (per aver osato dire cosa, esattamente?) e lui, dopo una pausa in studio - spontaneamente o meno non ci è dato saperlo - al collegamento successivo ritratta: «Chiedo scusa, non volevo mettere in dubbio il lavoro di professionisti». Un momento brutto, imbarazzante, ma rivelatore: persino i concorrenti, ormai sgamatissimi, fanno rilievi ai contenuti del programma.

Grande Fratello 12 - Nona puntataGrande Fratello 12 - Nona puntataGrande Fratello 12 - Nona puntataGrande Fratello 12 - Nona puntata

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Kalispera e Sorrisi - Il flop del brutto che difende i cinepanettoni

pubblicato da Malaparte in: Internet vs Tv Editoriale Kalispera Twitter tv

Kalispera

Di quanto sia sembrato endemicamente brutto Kalispera si è detto abbondantemente: ne ha scritto Lord Lucas, ne hanno scritto su Twitter, lo confermo personalmente per quel che mi riguarda: brutto, e basta.

E’ brutto come sono brutti i cinepanettoni, che pure Signorini difende in studio - avendo ospiti Sabrina Ferilli e Christian De Sica che altro potrebbe fare? Dirgli in faccia che il trailer del film è esattamente uguale a tutti gli altri? Ovvero penoso? Non potrebbe nemmeno se volesse: siamo pur sempre in Italia -, attribuendo le critiche agli stessi a una certa intelighenzia radical chic che prende le distanze: ma non c’è da preoccuparsi. Non serve essere radical chic per dire che i cinepanettoni sono, semplicemente, indegni del prefisso “cine” e persino dell’accostamento con il panettone. Che sono brutti.

Tutto ciò, però, afferisce - potrà dire qualcuno - alla sfera del gusto: ci sarà ben chi ama il pandoro e si gusta i filmacci di Natale: è legittimo, così come è legittimo che io affermi che, secondo me, il cinema e i cinepanettoni sono due universi paralleli; che il cinema è altro e che anche la televisione dovrebbe essere altro, rispetto a Kalispera. Ma sono gusti, appunto.

Quel che ci si chiede, legittimamente, è come farà, Alfonso Signorini, a fare i conti con il flop clamoroso di Kalispera sul suo Tv Sorrisi e Canzoni? Lo occulterà? Eviterà di parlarne? Dirà forse che a lui gli ascolti non interessano? Perché qua i casi sono due: o i numeri sono numeri - e allora lo sono anche quando si prendono bastonate - oppure si sceglie di ignorarli - e allora poi non li si può tirare fuori quando vanno bene.

Kalispera, oltre che brutto, è stato un flop senza attenuanti in termini numerici, superato anche da Crozza su La7, una rete che in teoria non si può ancora ritenere “competitor” di Canale5. E lo scomodo ruolo del giornalista televisivo che si fa un programma tv sarà molto evidente, sul prossimo numero di Sorrisi.

La Tv, i blog, gli uffici stampa - Lo strano caso del Gf e di Mondoreality

pubblicato da Malaparte in: Internet vs Tv Editoriale


Strano destino, quello che unisce i blog, la tv e gli uffici stampa.

Perché i blog - che un po’ si allineano, un po’ si discostano dalla stampa tradizionale - hanno un rapporto controverso con gli uffici stampa, un rapporto che per alcuni potrebbe anche essere simbiotico ma che in realtà si dovrebbe tradurre con un’indipendenza che ha dei punti di contatto e di interessi reciproci: serve il materiale perché se ne parli, così come serve qualcuno che ne parli. Ma i blog hanno il loro linguaggio, il loro pubblico e tempi di reazione immediata; sono difficilmente “controllabili”, pubblicano il materiale se viene gentilmente fornito ma poi fanno anche di testa loro. C’è una differenza sostanziale fra i blog e la stampa televisiva. Certo: la rete non è Che Guevara, anche se si finge tale (canta Caparezza), ma la rete ha le sue peculiarità. E così, resto abbastanza sorpreso quando leggo, su Mondoreality:

Report settimanale, anticipazioni sulla puntata del prime time, report post puntata, news dell’ultima ora, schede dei nuovi concorrenti, foto, interviste ai concorrenti eliminati: tutto questo, che per due anni ci è stato offerto gentilmente dall’ufficio stampa del Grande Fratello, da questa settimana non è più previsto per Mondoreality. dopo gli “scoopponi” di domenica e lunedì, ovvero l’anticipazione delle precise generalità dei nuovi Gieffini Yassine e Franco (i cui nomi erano stati anticipati a Domenica Cinque senza i cognomi e l’identikit), la collaborazione si è interrotta bruscamente e non abbiamo più ricevuto il materiale stampa e, ad oggi, non ci è stata data la possibilità di intervistare Leone (non siamo previsti nemmeno nei prossimi giorni).

Resto sorpreso perché mi appare evidente che Mondoreality non abbia fatto nient’altro che un lavoro “certosino” (giornalistico) di ricerca: appresi i nomi e qualche caratteristica dei concorrenti anticipati da Domenica 5 il gioco è stato fatto, perché la gente qualunque non c’è più, al Grande Fratello. O forse perché anche la gente qualunque è facilmente rintracciabile sul web con pochi dati. E i concorrenti-colleghi, mi sembra, hanno semplicemente fatto il loro lavoro (tant’è che noi stessi li abbiamo citati per le loro anticipazioni).

Dispiace dunque che i colleghi (e concorrenti) di Mondoreality si trovino in questa condizione, perché un giorno potrebbe toccare anche a noi.

Blog e uffici stampa possono sopravvivere gli uni senza gli altri, ma la tv ha bisogno che si parli di lei, per sopravvivere, e non può pretendere che lo si faccia secondo la sua agenda e secondo toni per forza concilianti e celebrativi: è un flusso, fornisce spunti e materiale spontaneamente, 24 ore su 24, su una quantità enorme di canali. Inoltre, i blog non possono non dare conto di quel che si legge in giro, delle segnalazioni dei lettori, di quel che si trova su Google, di quel che, grazie allo sviluppo esponenziale delle informazioni sul web e sui social network, fatalmente sfugge al controllo degli uffici stampa.

E poi, da quando non vale più la cara, vecchia regola: purché se ne parli?

Mediaset e la favola del target commerciale

pubblicato da Malaparte in: Auditel Tv Ratings Editoriale


Ci voleva il comunicato di Mediaset sul target commerciale - di cui ha dato conto Michele Biondi - per tornare a parlare di nuovo di Auditel e per confermare, nella sostanza, quel che sostenevo ieri: ovvero che, quando si tratta di ascolti televisivi, i numeri non sono più numeri, ma cambiano forma e sostanza a seconda di come li si racconta. Mediaset prova a puntare tutto, a livello di comunicazione, sul target commerciale, esalta il proprio “successo” nel target 15-64, definisce addirittura “pregiati” i propri ascolti, parla del target 15-34 (che definisce il pubblico più difficile da raggiungere, quello con alta propensione al consumo e più abituato a frequentare piattaforme alternative) e rigira la frittata, nascondendo una stagione di insuccessi e di ascolti per nulla esaltanti, e non solo per la crisi globale della generalista.
Questo rende ancor più palese il fatto che, quando si parla di dati Auditel (o di rating televisivo in generale), occorre fare dei distinguo.

In particolare, occorre fare dei distinguo nell’anomala situazione italiana, dove le stagioni televisive degli ultimi due decenni si sono susseguite, una dopo l’altra, fortemente drogate dal conflitto di interessi e da un progressivo smantellamento della Rai, che pure non ha coinciso con un crollo di ascolti del servizio pubblico.

Ma il discorso è davvero complesso e ci vorrebbe un saggio, non certo un pezzo breve, per descrivere gli ultimi vent’anni di televisione. Un saggio che, fatalmente, insieme al conflitto di interessi, ci porterebbe a parlare anche di politica; di aziende che producono perché hanno favori e occhi di riguardo; del ruolo inedito di un ex premier che controllava anche tre reti televisive commerciali e che, per il suo ruolo politico, aveva influenza enorme sul servizio pubblico e che resta uno degli uomini più ricchi del mondo.

E poi bisognerebbe tornare indietro ancora, e parlare della lottizzazione della televisione, della tradizione italiana, del fatto che - anche se qualcuno dice di no - la tv è una straordinaria fabbrica di consensi (o di dissensi) e che il potere politico ha bisogno di controllarla.

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Fiorello affossa il Grande Fratello e riporta serenità - Anche nella memoria corta dei telespettatori?

pubblicato da Malaparte in: Fiorello Editoriale


#ilpiùgrandespettacolodopoilweekend - Dodici milioni di telespettatori sono davvero tanti: sono quelli da grande evento televisivo: la crescita rispetto alla scorsa puntata - che molti non immaginavano ma che in realtà si poteva facilmente pronosticare - dipende, probabilmente, anche da un passaparola spontaneo che avrà riportato molti ex telespettatori della generalista a risintonizzarsi sulla tv.

Il risultato è tale da permettere a tutti, da oggi, di lavorare in grande serenità: guardate la curva dei dati Auditel, che racconta in numeri un successo strepitoso.

Possono lavorare in serenità e con una strada tutta in discesa in casa-Ballandi: un successo così non lo smonta proprio nessuno. Possono lavorare sereni persino al Grande Fratello: la serenità della rassegnazione alla batosta. E così, di conseguenza, possono lavorare in tutta serenità anche coloro che, per mestiere, guardano la tv e cercano di parlarne esponendosi - giustamente - alle critiche dei propri lettori, esattamente come uno showman si espone alle critiche quando va in televisione. Il fatto è - e di questo bisognerebbe dare atto - che quando qualcosa non funziona, sono tutti coi fucili puntati a farlo rilevare. Quando invece gli ascolti sono superlativi, non può volare una mosca di critica. Pena quell’appellativo, su cui abbiamo già dissertato: rosiconi. Eppure, non si può che notare come il pubblico abbia la memoria corta: quando Fiore andava su Sky, qui si esprimeva speranza e poi delusione, e i commentatori erano d’accordo. E la musica non è cambiata, come si può facilmente evincere rivedendo lo show di allora su YouTube. Cos’è cambiato, allora?

Perché non si può dire (o almeno pensare) che la gag con Laura Chiatti era brutta? Perché non si può ammettere (almeno vagheggiare) che, esibizione a parte, il momento Coldplay è stato agghiacciante? Che Fiorello si è sciolto veramente solo con l’amico Michael Bublé e che, ancora una volta, i monologhi non sono stati affatto irresistibili? Si può - la domanda è seria - almeno pensarlo? Avere un’opinione differente? Chissà.

Rosario Fiorello e Laura Chiatti

Si può almeno dire che la puntata di Porta a Porta con la replica di quanto già andato in onda era imbarazzante per prostrazione agiografica e per surrealtà? Si può accendere l’area del cervello che afferisce al gusto - che rimane spenta per la maggior parte del tempo quando si tratta di commentare la tv - senza che, per questo, qualcuno pensi che sia in atto una forma di crociata “contro”? Si può dire (come ci fa notare un lettore nei commenti) che la regia è apparsa più d’una volta raffazzonata (soprattutto quando lo showman va a pescare fra i vip nel pubblico)?

Non si può. Forse perché il panorama televisivo della generalista è talmente osceno che uno show che vent’anni fa sarebbe stato giudicato normale diventa un capolavoro. Forse perché i numeri sono soverchianti. Forse perché siamo diventati il paese delle larghe intese e abbiamo bisogno di eroi. O forse, proprio per quei 12 milioni, da oggi si può, con serenità, dire quel che si pensa senza suscitare reazioni abnormi e spropositate.

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La Tv in bianco o nero - Due linee narrative e i non allineati. Una fine lontana

pubblicato da Malaparte in: Editoriale


Ogni volta che leggo, su TvBlog, qualcuno che scrive «Basta con la politica» mi interrogo. Mi interrogo perché, se non è una battuta ma una constatazione fatta in maniera realistica, una vera lamentela, allora c’è qualcosa che non quadra. E per spiegare cosa non quadri ci vuole un po’ di tempo. Dunque, cominciamo dalla fine. Quella presunta. Ieri sera, La7 ha mandato in onda, dopo un’interminabile introduzione a cura di Enrico Mentana che ha suscitato anche lamentele da parte di telespettatori - e che fa riflettere su una cosa sola: per vocazione, Mentana dovrebbe davvero aprire e dirigere una all news. Lo saprebbe fare benissimo e farebbe una seria concorrenza a RaiNews e SkyTg24 - Videocracy, film documentario di Eric Gandini. Il film-evento era stato previsto da tempo, con una lungimiranza che ha quasi del profetico, visto che è andato in onda nel giorno in cui è finito il Governo Berlusconi ed è iniziato il Governo Monti (passatemi la semplificazione). Nel giorno in cui Silvio Berlusconi ha registrato il suo ennesimo videomessaggio, molto lontano dagli esordi, per ars oratoria e capacità affabulatoria: era palesemente il videomessaggio di un personaggio in forte crisi, oltreché politica anche personale, nonostante il contenuto del discorso. E non temete: qui non si intende affatto cedere alla retorica della pietas. Anzi. Chi ha visto Videocracy sa, una volta di più, quale sia il potere della tv. Anche se non mi sembra il lavoro più riuscito di Gandini (consiglio la visione di Surplus: Terrorized into Being Consumers), il film racconta bene il modo in cui la televisione condiziona.

E allora, quando si stigmatizza la presenza di post politici su TvBlog - sarebbe più corretto dire che ci sono post su come la tv e la politica interagiscono, e che contengono anche le opinioni di chi li scrive - forse occorrerebbe farsi un’altra domanda, prima. La domanda è: perché ci sono, questi post? La risposta sarebbe: perché siamo in Italia oggi. La politica dentro la tv è iniziata con la lottizzazione della Rai. E’ proseguita con l’impero mediatico di Silvio Berlusconi, uomo che ha controllato, per un certo periodo, direttamente o indirettamente, l’andamento di 6 televisioni: le tre commerciali come proprietario, le tre pubbliche come Presidente del Consiglio. Nel controllo delle tre pubbliche, qualcosa gli è andata bene, qualcosa no. Ma di sicuro la Rai faticherà a riprendersi da un’operazione di progressivo e inesorabile smantellamento.

E’ iniziato tutto con un videomessaggio in tv. E la cosa è andata avanti per diciotto anni. E prosegue ancora. Perché TvBlog parla anche di politica? Perché la politica ha invaso la tv. Perché anche scegliere un palinsesto, scegliere se premiare e privilegiare solo l’intrattenimento leggero, scegliere che tipo di intrattenimento privilegiare, scegliere che immagine offrire in televisione delle donne (ha un bel dire, Ricci, che la velina è una parodia. Chi ci crede più?), degli immigrati, dei gay, delle minoranze etniche, linguistiche, sessuali, politiche, è politica.

Il consenso e la brodaglia

Questo era Mike Bongiorno a La ruota della fortuna. Poi c’era una risposta in una giovanissima Ambra che diceva a Non è la Rai, ingiustamente rivalutato, che il Padreterno tiene per Berlusconi, Satana tiene per Occhetto. C’era un Raimondo Vianello che a Pressing faceva dichiarazione di voto per Berlusconi a una svaporata Antonella Elia. E ancora.

Probabilmente non occorre aggiungere altro. In questo clima, iniziato in una maniera subdola, la tv proseguiva la sua deriva. E la politica la permeava. La utilizzava per creare consenso, per uniformare il pensiero. Contestualmente, però, la tv modificava la politica: i politici diventavano protagonisti di dibattiti, di telerisse, di quiz, di spettacoli, di varietà. Il confine fra lo show e la politica si azzerava in una brodaglia indistinguibile.

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Berlusconi alle corde - Mentana fa il record. Ballarò a 6 milioni.

pubblicato da Malaparte in: Auditel Notizie TgLa7 Editoriale Enrico Mentana

.Mentana - Il TgLa7 fa il record

TgLa7 a 4.012.000 telespettatori in valore assoluto per uno share del 14,58%. Parliamoci chiaro: il dato è di quelli importanti e ha una doppia valenza, televisiva e politica.

Non può essere un caso che l’edizione delle 20 del Tg di Mentana segni il suo picco più alto in assoluto il giorno in cui Silvio Berlusconi promette le sue dimissioni, subordinandole al doppio nodo dl stabilità ed elezioni anticipate.

Non può essere un caso e vuol dire che l’evento era atteso. E che, televisivamente parlando, la richiesta alternativa alle informazioni del Tg1 e del Tg5 (il Tg1, ieri, ha fatto il capolavoro con la domanda di Giorgino al premier: «Che cosa ha provato?») è in forte aumento. C’è fame di informazione: lo prova anche il risultato di Ballarò sopra ai 6 milioni.

Adesso però bisogna capire se la tv italiana sarà in grado - proprio nel reparto “informazione” - di reggere al colpo e di ricominciare a spiegare la realtà nella sua complessità, scegliendo una tipologia di comunicazione non binaria. In questo, Mentana - che pure, ovviamente, cura gli interessi della propria testata e vuole fare ascolto - si è rivelato piuttosto preparato nel voler raccontare fatti senza cedere al lato emozionale. E i telespettatori lo scelgono sempre di più.

Tg1 e Tg5 sono avvertiti. Ma anche tutti gli altri, che fanno l’approfondimento. Per il momento (Ballarò docet) va bene così. Ma prima o poi bisognerà uscire dal cul de sac del berlusconismo-antiberlusconismo e parlare d’altro. La domanda, dunque, sorge spontanea: cosa farà Santoro, domani sera?