Continua l’approfondimento intelligente nella seconda serata domenicale di RaiTre, ma senza il traino di Report. Tema questa sera di Cosmo, condotto dall’affascinante Barbara Serra, è il potere della televisione (come potevamo non segnalarvi un contenuto metatestuale così imperdibile?).
Prima della seconda guerra mondiale le dittature erano pronte ad usarla. È la storia della tv nazista, degli esperimenti di Mussolini e della nascita della tv sovietica negli anni trenta: una preistoria della televisione ancora poco conosciuta, della quale Cosmo ha ritrovato immagini, documenti e testimonianze inedite.
E oggi? La tv può incendiare le piazze, come Al Jazeera in Medioriente. Cosmo (complice la conduttrice che ci lavora come giornalista) è entrato negli studi di Al Jazeera e ne racconta l’organizzazione, la struttura e il ruolo delle rivolte in Nordafrica.
Ma la tv può anche alimentare l’immaginario di un popolo, come in Albania, dove va in onda tutti giorni un programma in tutto e per tutto simile a “Striscia la notizia”. Ma che forma avrà la tv del futuro, tra internet, tablet, schermi 3d e applicazioni? E saremo noi a guardarla, o sarà la tv a guardare noi? Questi gli interrogativi a cui si cercherà di dar risposta questa sera.
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Ho da qualche giorno per le mani un’interessantissima raccolta (appena uscita e quindi aggiornatissima) di saggi d’autore sulla televisione, da integrare assolutamente nella propria bibliografia a tema. Il titolo è Televisione convergente - La tv oltre il piccolo schermo e si tratta dell”ultimo volume della Collana Link, sempre prodiga di Idee partorite nell’alveo accademico del C.E.R.T.A. (Centro di Ricerca sulla Televisione e gli Audivisivi), con Aldo Grasso e Massimo Scaglioni curatori.
Il titolo richiama per poi svilupparlo il pressoché omonimo concetto di cultura convergente teorizzato da Henry Jenkins in relazione ai media e alla comunicazione. Qui lo si applica, in particolare, ai nostri palinsesti, dedicando analisi specifiche a singole trasmissioni o serie particolarmente esemplificative.
Fatta questa premessa, a colpire particolarmente il sottoscritto è non solo la fiducia riposta in TvBlog, spesso e volentieri citato come sito semi-istituzionale, ma l’enorme “responsabilità” di cui siamo inconsciamente rivestiti ogni stagione televisiva che passa. Perché cos’è la tv convergente o “espansa” se non quella che straripa su Internet - tra gli altri media - e cerca una sinergia con un mezzo di comunicazione (a quanto pare influente) come il nostro?
Ebbene, rispulciando il saggio dedicato a X Factor - scritto da Luca Barra - sorge spontaneo citarne alcuni passi per poi sottoporvi una riflessione. Chi avesse già il libro per le mani può seguirmi andando a p. 140:
“Sempre nella stessa ottica può essere letta la forma del discorso che, a partire dal programma, si crea nel web: diversamente da altri programmi e dallo stesso Grande Fratello, dove le aree prevalenti sembrano essere gli spazi comunitari e omogenei dei forum e dei social network, per X Factor lo spazio centrale è la blogosfera. Un’area dai confini incerti e dall’elevata granularità, che presenta però vari addensamenti che a poco a poco si coagulano in spazi riconoscibili e riconosciuti, e che soprattutto consente contagio e proselitismo, soprattutto nei blog abitualmente dedicati alla televisione. Questi vengono via via piegati a seguire il programma come parte del loro servizio (nel caso di siti semi-professionali come TvBlog). La forma prevalente è quella del liveblogging (…) con un consueto post in continuo aggiornamento e ampio spazio per le riflessioni su TvBlog”.
X Factor 4 - Ottava puntata del 26 ottobre 2010. Eliminato Dami




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E’ bello, di tanto in tanto, provare a allargare un po’ il raggio del discorso che riguarda la televisione, qui su TvBlog. E parlare di uno dei temi che generano, di solito, più discussione fra gli utenti. Perché c’è questo fatto, no, che a volte, per questioni diverse - che spesso hanno a che fare con il tifo televisivo o addirittura con quello politico - sul tema della deriva che ha preso la televisione d’approfondimento, quella informativa, quella dei talk, quella della politica.
E per parlarne, questa volta, ci affidiamo alle parole di Stefano Bolognini, Presidente della Società Psicanalitica Italiana, che pubblica una doppia pagina sull’Unità (il che farà già gridare alla faziosità. Eppure sarebbe bello lasciarla perdere una volta tanto per dedicarsi alla lettura e al commento di alcune considerazioni molto interessanti).
Si può dire che è in atto uno sdoganamento strisciante e “culturale” della violenza come fattore legittimo di affermazione di sé. […] Avere ragione riguardo a qualcosa? Apparentemente sì; ma in realtà si tratta di “aver ragione di” qualcuno. Cioè sottometterlo, batterlo, annullarlo. Le moderne arene sono i talk show: in esse assistiamo a un duello in cui i contenuti delle comunicazioni (i pensieri) sono di importanza secondaria. Ciò che conta veramente è l’effetto di prevalenza di un contendente sull’altro in base alla quantità di suoni emessi, al tono e alla coloritura espressiva, alla deformazione caricaturale della figura dell’altro e alla valorizzazione della propria, alla convocazione più o meno sapiente del consenso attraverso stimoli di facile presa e di pronto effetto seduttivo.
Ecco. Fermiamoci un attimo. Rileggiamo. Prendiamo un fiato. Rileggiamo ancora. E proviamo ad adattare questa descrizione - che trovo praticamente perfetta - a un qualsiasi programma di approfondimento italiano che contenga in sé il talk. Da Porta a Porta ad Annozero a Matrix, passando per Ballarò e compagnia (nell’immagine in alto, una foto del sottoscritto di uno stencil apparso su molti muri di Torino).
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La televisione che ricicla se stessa. Quante volte abbiamo detto e ridetto: “Sempre le stesse cose in TV”. Un programma uguale all’altro, mancano idee. Si prende un format e lo si declina in mille maniere. Magari cambiando la scenografia, il conduttore e gli ospiti (per la verità spesso neppure questo) e lo si mette in onda. Tanto al telespettatore piace, quindi perché imboccare strade diverse? Tanto vale proporre la solita minestra.
Paolo Bonolis per esempio ha spesso detto alla stampa di voler cimentarsi in nuovi percorsi, ma poi di fronte ai dirigenti televisivi preoccupati della novità si sentiva sempre dire di no, forse meglio ripercorrere strade di successo già sperimentate come il recente “Chi ha incastrato Peter Pan” oppure il prossimo “Ciao Darwin”. La televisione quindi schiava di se stessa e del suo pubblico, costretta a fotocopiare il passato per non perdere il proprio futuro. Davvero difficile quindi per un autore televisivo anche affermato poter vedere alla luce un progetto nuovo , non parliamo poi dei giovani che vorrebbero intraprendere questa via .
Siamo nel 2010 ma questa cosa c’è per la verità da sempre. Torniamo per esempio indietro di 29 anni, siamo nel 1981, ultima produzione in Rai della fantastica coppia nella vita e in TV Sandra Mondanini e Raimondo Vianello. Il programma è “Stasera niente di nuovo” e andava in onda nei sabati sera di RaiUno. Il grande Raimondo aveva pensato ad uno sketch con la moglie Sandra, entrambi nell’ufficio del dirigente televisivo di turno che chiedeva loro come sarebbe stato questo nuovo programma. In questo pezzo di televisione c’è tutto il discorso che facevamo sopra. Un modo questo anche per rivedere in azione due grandi della televisione come la coppia Mondaini-Vianello, ma anche un grande attore brillante come Gianni Agus.
Dopo il continua il video, buona visione e buone riflessioni.

Se milioni di italiani si radunano davanti ai televisori per seguire le vicende dei concorrenti di “Lascia o raddoppia” qualche motivo ci dovrà pur essere…Potrebbe essere stata questa la considerazione che spinse all’inizio degli anni ’60 un funzionario della Rai di Milano a scrivere un saggio che, probabilmente, è stato l’inizio della “critica televisiva” in italia. Il saggio è “Fenomenologia di Mike Bongiorno” e l’autore era Umberto Eco. Da questo incipit ha inizio il libro che quest’oggi vorremmo consigliarvi, si tratta de “La coscienza di Mike” (Nanni Delbecchi, Mursia, pag. 160, euro 14). Il “Mike” del titolo è solo il primo di tanti “Mike” che si sono avvicendati sul piccolo schermo in tutti questi anni e che si sono dovuti seduti sul lettino dello psicanalista della carta stampata.
E’ un libro infatti che racconta la storia della critica televisiva nel nostro paese dall’inizio ai giorni nostri, dalle macchine da scrivere ai blog come il nostro, citato come esempio “più ampio e completo” in questo settore. Un saggio che racconta la storia di un “mestiere” nuovo che nasce con il bisogno di raccontare al pubblico quello che il pubblico vede attraverso quella scatola magica che iniziava, nella seconda metà degli anni ’50, ad illuminare le case degli italiani. L’autore del libro: Nanni Delbecchi (lui stesso critico televisivo, attualmente al “Fatto quotidiano” e “OK Salute”) racconta dunque la storia di questo nuovo mestiere parlando di Ugo Buzzolan, Luciano Bianciardi, Achille Campanile, Giovanni Guareschi, Sergio Saviane, Oreste Del Buono, Gian Carlo Fusco ( critico de “Il giornale d’Italia”, a cui viene dedicato il bellissimo capitolo conclusivo del libro), Alberto Bevilacqua, Beniamino Placido fino all’attuale responsabile della rubrica di critica televisiva del Corriere della Sera Aldo Grasso raccontando inoltre in prima persona anche la sua esperienza alla corte di Indro Montanelli a “Il Giornale” e alla “Voce”.
La casa editrice Mursia incastra questo titolo nella sua nuova collana dedicata ai Media diretta da Francesco Specchia, “il cui scopo è quello di approfondire fenomeni strettamente connessi ai mass media moderni (con tanto di cronologia e bibliografia); e quello della divulgazione il più possibile giornalistica, magari striata d’aneddotica” .
Nelle 160 pagine de “La Coscienza di Mike“, nelle librerie in questi giorni a 14,00 euro, l’autore mescola notizie, aneddoti e ricordi personali, con la cronaca di un amore-odio che dura da mezzo secolo, quello tra le parole degli scrittori e le immagini del video, facendo al tempo stesso un omaggio alla televisione e al giornalismo d’autore. Due pezzi memorabili dell’Italia di ieri, oggi entrambi in via d’estinzione. Dopo il salto uno stralcio del libro, con la citazione dedicata a TvBlog. Buona lettura!
Continua a leggere: La storia della critica televisiva ne "La coscienza di Mike"

La talent show life in cui viviamo, e che vediamo riflessa in tv, inizia a necessitare di precisi riferimenti, nonché di una bibliografia accurata. Per questo, strumento prezioso per commentare Amici e X Factor con spirito critico e riflessioni sul tema può essere un nuovo libro edito dalla Mondadori intitolato Fuoriclasse. L’autore è Malcolm Gladwell, noto columnist del New Yorker già autore di saggi di successo. Il fuoriclasse per Gladwell si chiama outlier, in quanto “qualcuno escluso, o che si tiene in disparte dal gruppo” e più precisamente in statistica “un dato sensibilmente diverso dal campione preso in esame”.
Eppure il talento e la determinazione, per quanto indispensabili, non bastano secondo lui per raggiungere il successo, ma devono essere accompagnati da altri elementi, circostanze, opportunità, spesso bizzarre e quasi sempre sottovalutate. Ad esempio la condizione ambientale, i sacrifici, la crescita e l’educazione:
“Bisogna guardare oltre l’individuo, comprendere la cultura di appartenenza, il tipo di amicizie che coltivava, la famiglia e il suo luogo di provenienza. Dovevano accettare l’idea che i valori del mondo a cui apparteniamo, e le persone che ci circondano, esercitano un effetto duraturo su di noi”.
Anche i Beatles, secondo Gladwell, hanno sfondato perché, pur di suonare, hanno accettato di farlo per otto ore di fila persino in un locale di striptease, non rinunciando a nessuna occasione e non dando nulla per scontato. Peccato che non sia di questa opinione Charlie Rapino, il nuovo docente anti-etico di Amici che porta la filosofia del prodotto a tavolino sui banchi di scuola. Per il produttore “la musica si vede” e quello che vede gli basta, non ci sono filtri edificanti né obiettivi didattici nel suo metodo di insegnamento, che ha come unico obiettivo quello di spremere l’artista e farlo vendere. Non a caso definisce il suo pupillo emo, Davide Flauto, “uno che ha un rapporto atroce con la musica, ma compensa con le mosse e la faccia che fa e per questo ce la farà”. Secondo Rapino persino i Beatles hanno avuto successo semplicemente perché “li abbiamo visti e li vediamo ancora”, nonostante le iniziali critiche mosse loro in quanto “stonati”.

Ecco la battuta di Silvio Berlusconi mentre si reca insieme a Zapatero alla postazione dei cameraman:
Vedi, loro sono la parte buona dell’informazione perché sono le televisioni e quindi non cambiano le parole. E i fotografi non cambiano le immagini. Poi i giornalisti, quelli cattivi, li vediamo nel pomeriggio….
Della bontà della tv, occorrerebbe parlare a lungo e forse questa è la sede per provare a farlo, almeno superficialmente. Non parliamo, ovviamente, della tv di intrattenimento, almeno per ora: quella la trattiamo fin troppo spesso, a volte con entusiasmo, a volte indignandoci e magari facendo pensare che noi si cavalchi il meccanismo che si critica, ma credete, ci sono situazioni che è veramente difficile non criticare.
Tuttavia, concentriamoci sulla bontà della televisione informativa: pensare che la tv sia buona a prescindere è un’illusione, e lo potrà confermare chiunque abbia sufficiente conoscenza del mezzo, chiunque ci lavori, chiunque lo analizzi con spirito critico. Che non si cambino le parole può anche essere vero, ma si fanno scelte, nella realizzazione di un pezzo giornalistico o di un reportage o di un documentario. Scelte che sono corrette solo se il giornalista - per esempio - che le compie è intellettualmente onesto, solo se sono intellettualmente onesti i suoi superiori, il suo direttore, chi decide cosa va in onda e cosa no.

